Intervista a Daniel Cielinski, il tecnico che spostò Santiago Castro da terzino ad attaccante: il metodo argentino tra club di quartiere, famiglia e anni di lavoro nei settori giovanili
Ho scoperto Mister Daniel Cielinski per caso. Stavo lavorando a un articolo su Santiago Castro, il nuovo attaccante della Roma, e mi sono imbattuto in una sua dichiarazione: "Ero un terzino, poi un allenatore, Daniel Cielinski, mi spostò in avanti". Un cambio di ruolo e un cambio di vita. Nell'intervista, pubblicata su Il Romanista, il mister ha parlato delle prime partite senza gol, dell'attesa, dell'importanza di altri aspetti: la voglia di giocare, di mettersi alla prova, la famiglia che il ragazzo aveva dietro.
Dalle parole del mister traspariva una persona diversa a quella che ti aspetti su una panchina o in un campo di calcio: pronto all'attesa, attento ai particolari, anche quelli meno importanti (o forse no), con uno sguardo più alla dimensione umana che calcistica, più attento al bambino e al ragazzo che al calciatore che può o non può diventare. Non mi potevo far sfuggire la possibilità di parlare con un tecnico così, uno che lavora tutti i giorni con i bambini dell'Atletico Perù e con le ragazze del club femminile Los Andes. E così, tra calcoli di fuso orario sbagliati e sua moglie a farmi da traduttrice, mi sono fatto spiegare come funziona il calcio giovanile in Argentina. Magari per prendere spunto anche noi, qui in Italia.
Mister, l'Italia non si qualifica ai Mondiali da tanti, troppi anni. E forse il problema è proprio alla radice, dal settore giovanile. Come funziona da voi? Quali sono le caratteristiche principali che cercate di sviluppare nei bambini che si avvicinano per la prima volta a questo sport?
Mi piacerebbe molto conoscere come viene gestito il calcio giovanile in Italia, perché mi sono chiesto: qualcosa deve essere successo, se è così tanto tempo che l'Italia non riesce a qualificarsi ai Mondiali. E io partirei proprio dalla base.
Qui la caratteristica principale della struttura calcistica è che c'è moltissima gente coinvolta nei quartieri e nei piccoli club di paese, di zona, società umili, di quartiere, dove magari il sabato pomeriggio si passano ore a guardare partite e tornei tra bambini dai 6 ai 10 anni. E allora lì, qualcuno dice: "Ho visto una caratteristica in questo ragazzo", e lo invita nei club, lo propone. È così che arrivano i ragazzi nelle società, ma a quell'età: 6, 7, 8, 9, 10 anni.
Sono ragazzini, bambini molto piccoli. E quindi hai una base di selezione molto ampia per i club, grazie all'occhio di chi li ha individuati. Poi bisogna lavorare con quel ragazzo, perché io dico sempre: sono bambini che vogliono giocare a pallone. Devono ancora essere formati come calciatori. Poi bisogna entrare anche nella loro realtà: dove vivono, con chi vivono, se fanno tre pasti al giorno.
Beh, oggi in Argentina è un problema anche affrontare questi aspetti.
Quindi attenzione non solo a quello che succede dentro al campo, ma anche fuori.
Ci sono club che, quando vedono determinate qualità, aiutano quella famiglia affinché quel bambino possa continuare il percorso nella società. Bisogna viaggiare, allenarsi, comprare gli scarpini, comprare l'abbigliamento da allenamento: tante piccole cose.
E qui i club, quando vedono un futuro calciatore, collaborano con la famiglia anche per l'alimentazione, la nutrizione, le cure odontoiatriche, il benessere fisico. E in questo modo puntano su quel ragazzo.
Tu mi chiedi: "Ma quale sicurezza c'è?". Nessuna. Io lo scorso anno avevo 35 ragazzini. Quanti di loro diventeranno giocatori? Forse uno, forse nessuno. Poi ti capita qualcuno come Santiago Castro. La categoria 2004 del Vélez era una categoria molto forte, perché ci sono altri ragazzi che hanno giocato in prima squadra. Per esempio, nella classe 2004 c'è Julian Fernández, un ragazzo che ha giocato in MLS, al New York City, e ora è tornato al Rosario Central, un mancino. La stessa categoria di Santiago. Ce n'erano diversi. Poi magari trovi qualcuno con meno talento che continua a giocare nelle categorie inferiori, non importa. Però si è puntato su quei ragazzi.
Quanto è difficile la strada verso il calcio dei grandi? E quanto lavoro c'è dietro?
Io avevo 35 giocatori. E tutti e 35 avevano abbigliamento da allenamento, spogliatoi, medico, fisioterapista. È una scommessa, un investimento dei club. E poi succede che da lì esce un Santi Castro, un Juli Fernández e altri compagni che magari giocano a livelli meno alti, meno importanti, però hanno giocato a calcio e fanno questo mestiere. E poi, a quelle età, ci sono sei anni di lavoro. Sei anni di lavoro prima di arrivare soltanto alla nona divisione. Dopodiché ci sono nona, ottava, settima, sesta, quinta, quarta divisione, fino ad arrivare alla squadra riserve o al professionismo.
Quindi quel giocatore che arriva ha alle spalle sei anni di calcio infantile, più cinque o sei anni di calcio giovanile. Poi magari ha talmente tante qualità che non completa tutto il percorso giovanile. Magari già in quinta divisione viene venduto: arriva la prima squadra e se lo porta via. Ma dietro c'è un lavoro molto profondo.
È questo il segreto del calcio argentino? Un sistema che quattro anni fa ha portato la nazionale a vincere la Coppa del Mondo e quest'anno è arrivato di nuovo in finale?
Non voglio sembrare presuntuoso, ma in Argentina il calcio è come il sangue: si vede, è qualcosa che fa parte delle persone. Domani, ad esempio, organizzo una partita e loro vogliono vincere, anche se in palio c'è soltanto una bibita o un panino. Si sente questa mentalità.
Quindi l'argentino è molto competitivo, almeno nel calcio. E per me questo è il segreto: se in ogni club, in ogni categoria, hai 35 ragazzi, e ci sono 40 club, è logico che poi emerga una buona nazionale giovanile, una buona nazionale maggiore con giocatori come quelli che ha avuto l'Argentina.
È quasi naturale. Servirebbe soltanto mettere persone competenti a osservare queste cose, cercare di vedere un po' oltre. Io lo dico sempre: se un giocatore gioca molto bene, è facile accorgersene, lo vedono tutti. Però magari devi osservare altro: "Sembra che abbia forza, che abbia attitudine alla marcatura, che sappia usare bene il corpo". Bene, lavoriamoci sopra per farlo diventare un buon difensore. Miglioriamo il colpo di testa e può diventare un buon difensore. È molto tecnico, ha grande abilità? Bene, può essere un buon centrocampista, un giocatore capace di collegare la difesa con l'attacco.
E poi c'è la cosa più difficile: deve avere una motivazione propria, la voglia di cercare la palla, di andare al contrasto, per diventare un attaccante. Gli attaccanti sono i più difficili da formare, no? E i goleador ancora di più. Ma poi è lavoro, è solo lavoro.
Ed è da qui che dovremmo ripartire anche in Italia. Dalla base, dai settori giovanili, dalle squadre di paese, di quartiere. Dal lavoro. Ma forse non ne abbiamo voglia.



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