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La storia di Atieh Mazi, lo sport come atto politico delle donne iraniane

Dalla maratona di Kish al calcio dell'esilio a Torino: il corpo femminile diventa spazio di libertà e resistenza contro il regime iraniano. 

Correre diventa resistenza

In Iran anche fare sport può trasformarsi in un gesto sovversivo. È accaduto sull'isola di Kish, nel Golfo Persico, dove migliaia di donne hanno partecipato a una maratona a capo scoperto, violando apertamente la legge sulla "castità e il velo". Le immagini delle runner senza hijab hanno fatto il giro del mondo, diventando virali in poche ore. La risposta del regime è stata immediata: arresti, intimidazioni, repressione.

Un copione già visto, che conferma come il corpo femminile resti uno dei principali campi di battaglia del potere iraniano. Correre, mostrarsi, occupare lo spazio pubblico: tutto viene letto come una minaccia politica.

Il corpo come linguaggio politico

«Per me lo sport è un linguaggio politico». Le parole sono di Atieh Mazi, capitana dell'Iran Femminile di Torino, squadra di calcio composta da donne iraniane in esilio, in questa intervista a Huffington Post. Un progetto nato lontano da Teheran ma profondamente connesso a ciò che accade in patria.

«Fin da bambine ci viene insegnato che siamo "meno": meno intelligenti, meno forti, meno capaci». Il calcio, per Atieh, è una smentita concreta a questa narrazione: «Giocare a calcio significa dimostrare che abbiamo abilità, energia, intelligenza. E, soprattutto, rivendicare che nessuno ha il diritto di toglierci alcuna possibilità».

In Iran alle donne non vengono solo imposti codici di abbigliamento: interi percorsi universitari e professionali restano preclusi. Anche per questo lo sport femminile non è mai neutrale.

Dall'università all'esilio, fino al campo

Arrivata in Italia nel 2015 per studiare al Politecnico di Torino, Atieh ha costruito qui la sua vita. L'incontro con il calcio arriva quasi per caso, nel 2019, grazie a un post sui social: "Giochiamo insieme, impariamo insieme". Nessuna selezione, nessun curriculum sportivo richiesto.

«Da bambina avevo sempre giocato con i miei cugini maschi. Oggi il calcio è diventato per me una lingua vera e propria: uno spazio in cui dire, attraverso il corpo, cose che a parole non riuscirei a esprimere».

Il campo diventa così un luogo politico, un'estensione delle piazze iraniane soffocate dalla repressione.

Donna, Vita, Libertà non è uno slogan

Molte delle amiche di Atieh sono scese in piazza durante le proteste del movimento Donna, Vita, Libertà. Alcune non ci sono più. Altre portano addosso segni indelebili: «Una di loro è stata colpita agli occhi, altre hanno perso la vita».

La scelta di esporsi pubblicamente ha un prezzo: «Quando mi è stato detto che, parlando pubblicamente di queste cose, forse non potrò più tornare in Iran, per me la risposta è stata semplice: va bene così».

Il silenzio, per lei, non è un'opzione. Non lo è mai stato.

Perché il regime ha paura dello sport femminile

Il potere iraniano non sottovaluta lo sport praticato dalle donne: lo teme. «Ha paura della forza delle donne», spiega Atieh. La paura nasce dalla storia: prima della rivoluzione, molte donne iraniane erano indipendenti, lavoravano, decidevano.

In quasi cinquant'anni il corpo femminile è stato trasformato in uno spazio di controllo, sorveglianza, oggettificazione. «Per questo il regime non vuole donne negli stadi, né donne che corrono senza velo, né donne che occupano liberamente lo spazio pubblico».

La maratona di Kish, come il calcio giocato in esilio, incrina questa architettura del potere.

Correre libera, per la prima volta

Il ricordo più potente non arriva da una partita, ma da una corsa notturna a Torino. «Mi sono messa pantaloncini e reggiseno sportivi, le cuffie, e sono uscita a correre. Ho corso per quarantacinque minuti. Mi sentivo viva. Libera».

In Iran, anche correre d'estate significava essere completamente coperte, pronte a fermarsi davanti alla polizia morale. Qui no. Nessuno sguardo, nessuna paura, nessuna colpa. È in questo spazio – tra sport e libertà, tra corpo e diritto – che le donne iraniane continuano a resistere. Anche quando il mondo rischia di guardare altrove.

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