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Dentro il carcere di Bollate, il calcio come seconda possibilità con Giuliani e Tiribocchi

Laura Giuliani e Simone Tiribocchi incontrano i detenuti: tra cadute, ripartenze e responsabilità, lo sport diventa un linguaggio di speranza concreta.

Nel teatro del carcere di Bollate la luce non serve a illuminare una scena, ma a segnalare una possibilità. Tre sedie, un palco spoglio, decine di sguardi che osservano in silenzio. Qui il rumore non è quello degli stadi, ma quello dei pensieri che restano sospesi. Quando entra Laura Giuliani, portiere del Milan Women e della Nazionale, il calcio smette per un attimo di essere competizione e diventa racconto umano.

L'iniziativa, promossa da Fiera Milano e Fondazione Feltrinelli all'interno del progetto «Vite in Campo», nasce con un obiettivo preciso: portare lo sport dove mancano riferimenti, dove la caduta non è una metafora ma un dato concreto. In vista delle Olimpiadi Milano Cortina 2026, lo sport diventa strumento di cittadinanza, non solo spettacolo.
Giuliani racconta la sua infanzia senza retorica: «Era la cosa più naturale del mondo» buttarsi a terra. Una frase semplice, che dentro un carcere assume un peso diverso. Perché qui cadere non è un gesto tecnico, è spesso una frattura di vita. Poi arriva la Germania: «Mi davano un lavoro, un letto e la possibilità di giocare». Fabbrica al mattino, panetteria all'alba, allenamenti la sera. Nessun contratto, solo la fatica quotidiana come investimento sul futuro. «In fondo nella vita devi sempre parare i colpi». A Bollate non è una metafora sportiva: è una regola di sopravvivenza.

Accanto a lei c'è Simone Tiribocchi. Non alza mai il tono, non invade il racconto. Ex attaccante di Atalanta e Torino, porta sul palco la concretezza di chi conosce la precarietà delle carriere, la fragilità del successo. Il suo ruolo non è spiegare, ma confermare: anche nel calcio, come nella vita, le strade dritte sono rare.
Il momento della svolta arriva con una telefonata: «Stiamo facendo la prima squadra femminile. Ti vogliamo in porta». È la chiamata della Juventus Women. Da lì la carriera accelera, ma la paura resta. «In partita non ho paura di sbagliare. Ma sento forte la responsabilità di essere la miglior versione di me». Una responsabilità che somiglia molto a quella di chi, una volta fuori dal carcere, dovrà dimostrare di poter ricominciare.

Giuliani parla di studio, di psicologia, di cervello come spazio da allenare quanto il corpo: «Il cervello può ricreare ciò che vuoi diventare». Non è un invito astratto. È la descrizione di un metodo. E anche le sconfitte diventano materia di lavoro: «A caldo senti tutto il peggio… e allora vai avanti».
Le domande arrivano lente. «Vi sentite fortunate o più brave?» chiede un detenuto. «La fortuna conta. Ma il lavoro… quello ti cambia davvero». È qui che il calcio smette di essere solo sport: diventa grammatica dell'errore, educazione alla ripartenza. L'ultima domanda lo riassume tutto: «Quando sbagli… come riparti?» La risposta è secca: «Se sei arrivato fin lì, fino a quella caduta, vuol dire che lì avevi qualcosa da imparare».

L'applauso finale non è spettacolo. È riconoscimento. Come una parata che salva una partita già persa. E forse, per qualcuno in platea, anche qualcosa di più.

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