Dalle accuse di "tradimento" al gesto di aiuto davanti alla folla: cinque giocatrici ottengono visti umanitari dal governo australiano.
Le hanno chiamate "traditrici della patria", le hanno definite un disonore, le hanno minacciate, intimando non solo di cantare l'inno nazionale ma anche di esibirsi nel saluto militare. Ma non è bastato. Perché alle calciatrici della nazionale femminile dell'Iran è stata fatta anche una promessa: al rientro in patria, per loro potrebbe scattare il carcere. O addirittura la pena di morte.
Succede tutto in pochi giorni. Prima il rifiuto di cantare l'inno nazionale nella gara inaugurale contro la Corea del Sud, lo scorso 2 marzo. Poi il passo indietro nelle partite successive contro Australia e Filippine: mano alla tempia per chi è in campo, nel gesto del saluto militare, mano sul cuore per chi è in panchina.
Ma non è bastato questo cambio di rotta per le calciatrici iraniane che, dopo l'eliminazione dalla Coppa d'Asia femminile, avrebbero dovuto lasciare l'Australia. E forse anche la libertà.
Per questo, ieri sera, 8 marzo, Giornata internazionale della donna, le giocatrici hanno chiesto aiuto. Sul pullman che riportava la squadra in albergo, alcune di loro sono riuscite a lanciare un segnale alla folla: la mano aperta, il pollice che si piega e le altre dita che si chiudono. È il gesto internazionale con cui si chiede soccorso.
Intorno al bus, intanto, le persone cantavano "salvate le nostre ragazze" e sventolavano la bandiera del Leone e del Sole, in vigore prima della rivoluzione islamica del 1979 e oggi diventata simbolo di resistenza contro l'attuale regime.
Salvate queste ragazze, queste donne. È l'appello rilanciato anche da Paul Power, direttore generale del Refugee Council:
"Sulla base delle prove disponibili, sembrerebbe che le giocatrici della squadra di calcio femminile siano a rischio se rimpatriate."
Il giornalista iraniano Ali Bornaei, oggi in Germania, ha chiesto protezione per le atlete direttamente al ministro degli Esteri australiano Penny Wong, che ha sottolineato come il governo sia "al fianco del coraggioso popolo iraniano nella sua lotta contro l'oppressione".
Anche il sindacato mondiale dei calciatori, il FIFPRO, ha chiesto garanzie di sicurezza per le giocatrici, descritte come ostaggio della delegazione iraniana.
"La realtà in questo momento è che non possiamo comunicare con le giocatrici. È estremamente preoccupante. Non è una novità: accade da quando la repressione si è intensificata tra gennaio e febbraio", ha dichiarato Beau Busch, presidente FIFPRO per Asia e Oceania.
Poi l'appello:
"La nostra responsabilità ora è continuare a lavorare con l'AFC, la FIFA e anche con il governo australiano per garantire che venga esercitata ogni pressione possibile affinché le giocatrici siano al sicuro e possano avere voce sul proprio futuro."
Anche Reza Pahlavi, figlio del deposto scià dell'Iran, aveva esortato il governo australiano "a garantire la loro sicurezza e a fornire tutto il supporto necessario".
Nel frattempo, cinque giocatrici sono riuscite a lasciare l'albergo in cui alloggiava la nazionale.
Pochi minuti fa sono arrivate anche le parole di Tony Burke, ministro dell'Interno australiano, che ha confermato la concessione dei visti umanitari: "Sono benvenute in Australia. Qui sono al sicuro e dovrebbero sentirsi a casa. Ieri sera ho firmato le loro domande di visto umanitario. Dico agli altri membri della squadra che la stessa opportunità è disponibile."
E ancora:
"Non voglio nemmeno immaginare quanto sia difficile questa decisione per ciascuna donna, ma ieri sera è stata anche una gioia, un sollievo."
Un nuovo inizio, che arriva anche grazie al calcio.



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