Titolo: Addio al calcio
Autore: Valerio Magrelli
Casa editrice: Einaudi
Prima edizione: 2010
N° di pagine: 114
Valerio Magrelli, poeta, traduttore, esperto di letteratura francese, nonché filosofo, resta folgorato dal calcio fin da giovane, a tal punto da dedicargli un libro nel momento dell'addio, nel momento in cui, da lì in poi, sarebbe stato 'soltanto' uno sport da seguire, e non più da praticare.
Magrelli si congeda dal calcio con una raccolta di pensieri e racconti, brevi, ma soprattutto personali. Oserei dire che sfoggia una “prosa poetizzante”, perché questa si situa a metà strada tra la semplice messa in prosa di ritagli di vita vissuta e l'accattivante e ricercato linguaggio poetico, con cui lo scrittore riesce a creare visivamente paesaggi bucolici (come gli spazi recintati di montagna, tra una prateria e l'altra, tra silenzi interrotti dal tenue spirar del vento, dove l'autore improvvisava partite di calcio con amici), così come della Roma urbana, ma anche a riprodurre, con velate onomatopee, suoni dolci (il colpo del piede sulla palla) ma anche dolorosi (scatto secco del menisco spezzato).
Perché novanta racconti? Beh, vi lascio immaginare. È piuttosto immediato il motivo della scelta di Magrelli.
Novanta racconti, a loro volta suddivisi in due sezioni: quarantacinque nella prima e altrettanti nella seconda. Novanta, come i minuti complessivi di una partita. Due sezioni da quarantacinque racconti ciascuna, come i minuti che compongono i due tempi di una partita.
Novanta racconti, brevi, ognuno dei quali si può leggere in un minuto, o poco più.
La brevitas del libro fa sì che il lettore possa divorarlo in un giorno e possa leggerlo ovunque, anche tra una pausa e l'altra della sempre più frenetica vita di oggi. Tanto per citare un esempio, se ti trovi nella Roma di Valerio Magrelli, potresti leggere qualche racconto nell'attesa del bus, o nel tragitto che separa una fermata e l'altra della metro.
La ricercatezza del linguaggio conferisce ancor più valore all'opera, ma al tempo stesso la sintassi coincisa e chiara fa sì che le parole abbiano la capacità di dare forma a delle immagini virtuali che riportano in vita un tempo ormai passato. Leggendo le pagine di questo libro si ha la sensazione di essere lì con l'autore, di riavvolgere il nastro della sua storia e di rivivere con lui gli avvenimenti che la compongono.
Tra le tante scene di vita vissuta da Valerio Magrelli, ne cito solo alcune, a partire dalla volta in cui un pesce piovve dall'alto e finì sul prato dove l'autore e altri amici stavano giocando a calcio. Probabilmente quel pesce sfuggì dalla bocca di un gabbiano (ma chi lo sa con certezza?); fatto sta che quell'imprevisto destò molto stupore nei presenti, a tal punto da rimanere impresso indelebilmente nella mente dello scrittore. Come dimenticare poi la volta in cui lui e suo padre, verso l'inizio degli anni Settanta del Novecento, assistettero a una partita della Dinamo Mosca in quella che al tempo era l'Unione Sovietica e, a partita terminata e con gli spalti ormai quasi vuoti, rimasero attoniti nel veder spuntare da delle fessure sotto lo tribune centinaia e centinaia, forse migliaia, di poliziotti: quella volta capirono cosa volesse dire vivere in un regime totalitario. È poi impossibile non far presente il desiderio di Magrelli, ovvero quello di trasmettere la passione viscerale per il calcio a suo figlio. E poi ancora, la leggenda della Cappella Sistina, i pomeriggi passati dallo scrittore a giocare a pallone sotto Castel Sant'Angelo, la differenza generazionale tra lui e suo figlio esplicata dal rapporto tra il “calcio fisico” di ieri (incarnato dalle partite improvvisate per ogni dove, ma anche dal biliardino e dal Subbuteo stessi) e il “calcio virtuale” della Play Station e del Fantacalcio di oggi, la storia del ragazzino che a Belgrado palleggiava con un teschio, e tante altre vicende che più o meno direttamente si sono intrecciate con la vita dello scrittore romano.
La mente di Magrelli ripercorre, quindi, la propria vita pallonara con cura e raffinatezza, lasciando delicatamente riaffiorare le proprie emozioni.
C'è un frammento del libro che, a mio avviso, riassume perfettamente cosa abbia voluto dire chiudere con il calcio giocato per Valerio Magrelli. Termino la recensione citandolo per intero:
«Non mi era mai capitato di pensarci, ma qualche anno fa, dopo un'ennesima operazione, ho smesso per sempre di giocare a pallone. Quante fasi attraversiamo, nella nostra vita, senza nemmeno accorgerci dei confini che le delimitano! È come se avessi cambiato sistema respiratorio. Di più: ho fatto il percorso inverso a quello della farfalla. Io, che vivevo all'aperto, ebbro d'ossigeno, sono rientrato nel nero bozzolo, rinchiuso nell'astuccio di una stanza a macinare chilometri in cyclette».
Marco Fontanelli



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