Il Catenaccio - Web Magazine Sportivo
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L'ultima missione

Gli Europei, almeno quelli dell'Italia, sono andati. Ci consoliamo con un nuovo racconto estivo a firma Giulio Giusti.  

Alberto era sempre stato il nipote preferito di Alberto De Santis, un po' perché portava il suo nome e cognome, un po' perché sin da piccolo sembrava vicino ai valori che lui aveva sempre impresso o imposto alla famiglia. Alberto De Santis era stato un luogotenente con incarichi speciali dell'Arma dei Carabinieri in pensione, pluridecorato in carriera e appartenente, per un lungo periodo della sua vita lavorativa, a dei corpi di professionisti, utilizzati per le operazioni più delicate. Alberto De Santis faceva parte, a sua volta, di una famiglia dove erano stati tutti militari valorosissimi, alcuni caduti pure in guerra e decorati con la medaglia d'oro al valor militare. Il vecchio De Santis era il nonno del giovane Alberto e portava il suo cognome perché figlio di suo figlio Giovan Battista. Sin da piccolino il nonno aveva cercato di educare il nipote ai valori della vita militare e sembrava che tutto filasse per il verso giusto quando, alla fine della terza media, il ragazzo diede i primi segnali di ribellione rifiutando d'iscriversi alla Nunziatella, la più antica scuola d'istruzione militare in Italia e nel mondo.

Il nonno pensò «pazienza, dopo la maturità farà il concorso per l'accademia militare di Modena».

Alberto sognava per il nipote un futuro da ufficiale dei Carabinieri. Il ragazzo, però, iniziò sin da piccolo a manifestare una smodata passione per il calcio, unita, a detta di tutti, da un talento fuori dal comune. A 14 anni era già uno dei punti di forza delle giovanili di un club di serie A, a 16 esordì in serie A, a 17 in Nazionale e a 18 era stato appena acquistato per 80 milioni dal Chelsea. In questo vortice di popolarità e milioni il ragazzo perse di vista lo studio e l'antica promessa fatta al nonno di entrare nell'Accademia di Modena passò nel dimenticatoio.

Prima di partire per Londra e firmare il ricchissimo contratto col Chelsea, il ragazzo volle andare a salutare i nonni a Campobasso, dove il luogotenente si era ritirato con la moglie da quando era in pensione. La famiglia De Santis era originaria del capoluogo molisano e il militare dopo aver girato l'Italia e il mondo per compiere missioni speciali aveva deciso di tornare nella quiete della casa di famiglia.

Il nonno era felice di vedere l'adorato nipote ma dentro di sé sentiva crescere un dolore fortissimo. Alberto era il suo unico nipote maschio e con la sua rinuncia alla vita militare si sarebbe interrotta la continuità famigliare che aveva sempre garantito alla patria un De Santis con le stellette. Il luogotenente aveva seguito la rapida carriera sportiva del ragazzo e a nulla erano valsi i clamori del precoce esordio in serie A e l'esordio in Nazionale, dove l'unica gioia fu vedere il piccolo Alberto cantare a squarciagola l'inno di Mameli come gli aveva insegnato lui stesso. Per lui quelle legate al calcio non erano soddisfazioni, ma solo il simbolo di un fallimento; il suo e soprattutto di quel debosciato di suo figlio Giovan Battista che nonostante fosse anch'esso un ufficiale dell'Arma dei Carabinieri, si era fatto traviare dalle idee strane della moglie Adelina, una professoressa di Storia dell'Arte, che al suocero non era mai andata a genio.

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Il giorno che finì la Premier League - Il Catenaccio - Web Magazine Sportivo

Altro che calciomercato, l'estate per noi è il tempo dei racconti sul calcio di Giulio Giusti. Stavolta andiamo in Inghilterra, con un professore di educazione fisica pronto a sbarcare in Premier League.

Il vecchio De Santis e sua moglie Ornella stavano aspettando per cena l'arrivo del nipote che sarebbe stato accompagnato dalla fidanzata Lorena, che il ragazzo voleva presentare ai nonni, dal papà Giovan Battista e dall'altra sua figlia Luisa. In quest'ultima, di soli 13 anni, erano riposte le residue speranze di nonno Alberto. La ragazzina, infatti, aveva manifestato interesse a intraprendere da grande la carriera militare. Era lei, quindi, l'ultima speranza di avere un nuovo De Santis in divisa.

Il gruppetto di famiglia avrebbe cenato coi nonni e dormito a Campobasso per poi ripartire la mattina seguente per Roma da dove avrebbero poi preso un volo per Londra.

«Alberto, eccoli, sono arrivati». Ornella, con lo sguardo fisso alla finestra in attesa di figlio e nipoti, avvisò il marito. I due andarono verso il portone per accoglierli. Luisa uscì dalla macchina e corse verso i nonni per poi fermarsi un attimo prima di abbracciarli e salutare militarmente il nonno, come era stata abituata sin da piccola dal luogotenente, che guardandola si sciolse in un pianto di gioia. In più, la nipote aveva eseguito perfettamente il saluto, con la mano destra tenuta perfettamente "a penna", come amano dire i veri militari. Mentre abbracciava Luisa, gli apparve subito dietro di lei la figura del fratello, suo nipote Alberto. Anche lui, come usanza della famiglia, era sull'attenti e faceva il saluto militare, ma non come quello della sorella e non come sapeva fare da bambino dopo le ore di lezione impartitegli dal nonno. Il suo braccio era molle, segno d'indolenza e scarsa applicazione nel gesto. «L'indolenza è la sorella del lassismo e parente prossima del vizio», amava dire nonno De Santis, enunciando le sue massime che tutti in famiglia conoscevano a memoria.

La gioia di vedere l'adorato nipote fu superata dalla pessima esecuzione del saluto e dal disgusto che provò squadrando il suo abbigliamento: una camicia dai mille colori aperta sul petto dove troneggiavano collane di dubbio gusto che solcavano un orribile tatuaggio e dei jeans larghissimi tutti strappati. Alberto pensò a quanto fosse assurdo che un fisico così bello e statuario, perfetto per la vita militare, non potesse indossare una divisa e fosse invece guarnito da quella spazzatura. Oltre al petto anche gli avambracci presentavano vari tatuaggi che sbucavano dalle maniche arrotolate della camicia, ma su quelli preferì sorvolare. Il colpo mortale lo ebbe abbracciando il ragazzo e notando su entrambe i lobi auricolari due orecchini pendenti. Sia a destra che a sinistra dondolavano due campanelline tempestate di pietre preziose.

«E questi?» chiese il nonno con tono minaccioso, prima ancora di chiedergli un rituale "come stai?".

«Nonno, vanno di moda, poi me li ha fatti Gerard Trombinì un designer di fama internazionale. Sapessi quanto li ho pagati. Meglio che non te lo dico».

«No, non dirmelo. E' meglio di no».

Alberto stava per sferrargli un sonoro sganassone ma si fermò, voleva ancora capire meglio. Dopo aver abbracciato suo figlio Giovan Battista, mentre a Lorena diede formalmente solo la mano, si rivolse a lui in modo perentorio: «Complimenti, hai visto il risultato della tua educazione e della tua signora che, grazie a Dio, non hai portato – aggiungendo – non è che ora Alberto mi è diventato pure quella cosa lì?»

«Macché, gay? Dai papà, che dici? L'orecchino ormai ce l'hanno tutti».

«Un De Santis no. Mai! E poi si dice recchione, non gay, è più sfizioso». Rispose il padre con un tono che non ammetteva repliche.

Dopo i primi convenevoli, la famiglia si riunì a tavola. Nonno Alberto iniziò a squadrare tutti i presenti. Sua nipote Luisa gli dava grande soddisfazione, sembrava una vera De Santis. Aveva un fare quasi da uomo e questo non suscitava dubbi nel nonno ma solo orgoglio. Sarebbe diventata lei, d'ora in poi, la sua nipote preferita, anche perché ne aveva altre due, figlie di sua figlia Clementina che gli stavano dando solo terribili delusioni. Suo figlio Giovan Battista era quello che era sempre stato: un bravo ragazzo ma fondamentalmente un debole che non sapeva imporsi su moglie e figli. C'era poi la fidanzata di Alberto, Lorena, truccatissima e mezza nuda, veramente impresentabile per il nonno. I suoi occhi erano tutti, però, per il nipote: come era stato possibile un fallimento simile? Alberto senior riteneva assurdo rinunciare alle gioie della vita militare per seguire un pallone.

Intanto, nonna Ornella, da gran cuoca quale era sempre stata, aveva preparato una ricchissima cena. Dopo gli antipasti, portò in tavola la specialità della casa: i cavatielli con la carne di porco alla molisana. Alla vista del piatto, Lorena disse che lei era a posto così e non aveva più fame, mentre Alberto cercò di disimpegnarsi: «Nonna, non offenderti, non voglio appesantirmi. Dopodomani ho le visite mediche a Londra e tra una settimana andrò in ritiro».

Mentre Giovan Battista, incurante del dramma famigliare che si stava consumando, si buttò con voracità sui cavatielli.

Il nonno sentì che la misura era colma.

«Ma come? Era il tuo piatto preferito. Sei cresciuto coi cavatielli. Ora fai il difficile. Tua nonna ha lavorato tutto il giorno per preparare questa cena». Poi, mentre parlava, notando con la coda dell'occhio la fidanzata di Alberto che ridacchiava, l'attaccò violentemente: «Signorina, lo sa quante ore deve cucinare questo sugo prima di essere portato in tavola? Lei sa forse cucinare?»

«No – rispose ridendo – non me ne frega un cazzo del sugo e non cucino».

Davanti a una simile maleducazione, il nonno rimase paralizzato. La voleva buttare fuori di casa, ma si calmò un attimo, anche perché intervennero il figlio e il nipote a redarguire la ragazza.

Quando tutto sembrò essersi normalizzato, anche perché per calmare le acque Albertino e la sua ragazza decisero diplomaticamente di assaggiare un po' di cavatielli, il nonno rimase ipnotizzato dagli orecchini che portava il nipote. Sotto la luce del maestoso lampadario del salone brillavano ed erano ancora più evidenti. In tutto quella situazione, gli orecchini erano forse la cosa che più di ogni altra avevano ferito il luogotenente. Nessun De Santis, di sesso maschile, aveva mai portato gli orecchini e quello che era stato il suo nipote preferito ne portava addirittura due. Alberto De Santis aveva compiuto molte missioni nella sua vita. Aveva più volte rischiato la vita ma ne aveva salvate tantissime. Ora era il momento di compiere l'ultima. La cena era finita e fece cenno al nipote di seguirlo nel suo studio. Era una loro abitudine. Spesso portava il giovane nel suo studio dove erano esposte tutte le sue onorificenze per raccontargli episodi della sua vita, con la speranza di contagiarlo e invogliarlo a seguire la stessa strada.

Quando si sedettero l'uno di fronte all'altro e furono finalmente soli. L'anziano militare giocò l'ultima carta che gli era rimasta: «Albertino (cercò di essere il più affettuoso possibile), fai ancora in tempo. Straccia quel contratto con quella squadra inglese. Riprendi gli studi, prendi il diploma e poi entra in accademia. Non sai cosa ti perdi. Una vita piena di adrenalina».

Ci furono attimi di silenzio, interrotti dal sorriso del nipote, al quale seguirono delle parole che squarciarono il cuore del nonno: «giocherò nel Chelsea. Per quattro anni di contratto mi daranno 8 milioni all'anno. Sono 32 milioni, nonno. Quante vite da ufficiale dovrei vivere per guadagnare così tanto?»

Alberto rimase in silenzio per 5 lunghissimi minuti, fissando negli occhi il nipote che fece un gravissimo errore: si alzò senza che prima il nonno gli avesse consentito di farlo.

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Giacomo Losi, capitano partigiano - Il Catenaccio - Web Magazine Sportivo

Se vieni da Soncino, in provincia di Cremona, ma ti chiamano comunque "Core de Roma" un motivo ci deve essere. A dirla tutta lo chiamavano anche "Palletta", per come rimbalzava, per come cadeva e si rialzava, per come tornava in piedi. Gambe e cuore, ecco cos'era Giacomo Losi. Un difensore, un capitano, una bandiera quando ancora le bandiere non erano state inventate.

«Ora mi ascolti! – urlò il nonno - Devi fare almeno due cose: lascia quella zoccola maleducata e togliti subito, ora, davanti a me, quel cazzo di orecchini! Nessun De Santis ha mai portato gli orecchini e io non lo permetterò».

«Come non lo permetterai? Dimmelo!». Per la prima volta in vita sua, il nipote si stava ribellando al nonno. Dopo anni in cui aveva sentito sempre le solite storie di azioni militari, aveva le palle piene e, forte della sua nuova vita, esplose davanti al nonno.

Il luogotenente si alzò di scatto e con la forza e vigoria degli anni passati scaraventò a terra il nipote, rovesciandolo col volto verso il pavimento. Il giovane aveva 53 meno del nonno, era forte e atletico ma non riusciva a liberarsi. Alberto De Santis conosceva i segreti di tutte le arti marziali del mondo, sapeva usare qualunque parte del corpo per vincere un corpo a corpo. Aveva 71 anni sulla carta d'identità ma dentro era ancora un leone. Col nipote riverso a terra e lui a cavalcioni, arrivò facilmente a stringergli i padiglioni auricolari e urlò: «Toglili o lo farò io. Te lo chiedo per l'ultima volta».

«No, nonno, smettila per favore. Mi stai facendo male».

Una delle ultime cose che perde un uomo invecchiando è la forza e nonno Alberto aveva sempre avuto una forza sovraumana. Con le mani era in grado di aprire o scardinare qualsiasi oggetto e quella morbida cartilagine non era nulla per lui. Più stringeva, più salivano le urla del ragazzo che richiamarono gli altri famigliari. Ma il nonno aveva chiuso a chiave la porta dello studio, immaginando, da buon militare, l'evolversi della situazione. Fuori da quella stanza urlavano tutti: nonna Ornella, il figlio Giovan Battista e Luisa. Mentre Lorena era rimasta in sala da pranzo per fotografare i resti della cena e postarli, a mo' di scherno, sul suo profilo Instagram col titolo "cena da incubo a Campobasso".

Al rifiuto del nipote, il luogotenente Alberto De Santis raccolse tutte le forze che gli erano rimaste e tirò con forza i lobi delle orecchie del ragazzo. Con un urlo disumano accompagnò l'ultimo strappo che staccò, da entrambi i lati, la parte di orecchio legata agli orecchini e poi distrutto si buttò a terra, serrando nelle mani il prezioso trofeo. Il nipote urlava disperato, quasi ululando, colpito da un dolore mai provato prima, toccandosi le orecchie capì che sia a destra che a sinistra non solo mancavo gli orecchini ma pure un pezzo di orecchio. Poi guardò il nonno, disteso a pancia in su, con le mani incrociate e serrate sul petto con all'interno delle quali la parte restanti delle sue orecchie con annessi i monili di Gerard Trombinì. Il luogotenente era morto, colpito da un infarto dopo lo sforzo disumano figlio della lotta. Un sorriso, però, solcava il suo volto. Il luogotenente con incarichi speciali Alberto De Santis, Cavaliere della Repubblica, Cavaliere di Gran Croce e medaglia d'argento al valor militare, aveva compiuto con successo la sua ultima missione.

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