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Rimpalli: l'amore contrastato tra il calcio e Teodoro Lorenzo

Il pallone che balza e rimbalza, con una serie di rimpalli rocamboleschi. La riflessione filosofica sulla vita e il calcio di Teodoro Lorenzo.

Titolo: Rimpalli
Autore: Teodoro Lorenzo
Casa editrice: Voglino Editrice
Prima edizione: 2024

Sfugge all'omologazione della canonica biografia strappalacrime sugli antichi fasti di una carriera calcistica ormai archiviata. Teodoro Lorenzo racconta, filosofeggia, contestualizza e, infine, provoca anche il lettore, spingendolo a interrogarsi su tematiche multiple.

Come un pallone che balza e rimbalza in una serie di rimpalli rocamboleschi, Teodoro ripercorre le sue traiettorie di vita, creando un quadro complesso fatto di gioie e sconfitte, cadute e risalite: un continuo sali-scendi di emozioni, come d'altronde è la vita.

Vi siete mai chiesti che cos'è la felicità? E se ve le foste chiesti, sapreste spiegarla, sapreste parlarne, insomma, sapreste definirla?

L'autore apre il suo lavoro proprio con un'analisi sulla felicità, individuando il "suo attimo di felicità" in un preciso arco temporale: dalle 17.28 alle 17.30 del 4 maggio 1986. Breve e intenso.

Pausa.

L'autore mette in pausa il flusso del racconto, riavvolge il nastro e riparte da capo, ovvero dalla periferia torinese degli anni Sessanta e Sessanta, simile alla Londra industriale di fine Ottocento, che accolse la sua infanzia. È l'oratorio della chiesa di San Filippo a rivestire un ruolo cardine nell'infanzia del fanciullo Teodoro Lorenzo, poiché è lì che conosce il gioco del pallone, e ne rimane così folgorato a tal punto da lasciare la ginnastica per dedicarvisi, anima e cuore.

Iniziano così i pomeriggi destinati alla rincorsa di un pallone con gli amici di infanzia in ogni spazio del quartiere, e in particolare nella calorosa Piazzetta. È proprio tra gli spiazzi del quartiere che Teodoro e i suoi amici danno vita a una loro squadra: la Folgore. È proprio qui che iniziano a sognare con la palla tra i piedi. È proprio qui che l'autore sogna di emulare il suo idolo: Pietro Anastasi, con sulla pelle la maglia numero 9.

Quasi per caso, un provino alla Juventus "accade" nella vita di Teodoro, come se all'improvviso si fosse aperto uno spiraglio verso la felicità: insomma, un "rimpallo" favorevole nella vita di Teodoro Lorenzo, che si concretizzò con la possibilità di vestire la gloriosa, ma pesante, maglia della Juventus.

Per Lorenzo, quello che fino a quel momento era stato solo un semplice e divertente gioco, il gioco del pallone, inizia a tramutarsi in qualcosa di diverso, ossia in calcio. A primo acchito, sembra essere la medesima cosa, ma in realtà non è così, quantomeno nella concezione dell'autore.

A suo avviso, il calcio è mosso da un'entità superiore, il cosiddetto "dio del calcio", che tutto regola e tutto pre-determina. L'uomo gioca quindi una minima parte nel suo successo o insuccesso in questo sport, gran parte dipende da quanto ha stabilito questa entità superiore.

Nel corso dell'elaborato, lo scrittore rivela i segni che questa "divinità laica" gli ha inviato per lasciargli intendere di desistere con il calcio, perché quello sport non era nel suo destino: prima il vistoso taglio in faccia, poi il grave infortunio alla gamba, infine l'illusorietà dei famosi due minuti del 4 maggio 1986.

Nei trentuno capitoli del libro, un immaginario pallone rimbalza continuamente, andando a sbattere qua e là e quindi ad aprire porte contenenti tematiche differenti ma collegate tra loro. Lo scrittore si sofferma principalmente sull'imponenza, talvolta esasperata, della famiglia Savoia che permea la storia di Torino; sulla figura di Pietro Anastasi e su quella di Primo Levi; sulla Juventus come rappresentazione perfetta della torinesità; sui concetti di Democrazia, Uguaglianza e Amore; sulla teoria dell'Essere e Non Essere del filosofo Parmenide; sul già citato concetto di felicità.

Insomma, l'autore guida il lettore in tourbillon ordinato e logico di argomenti, spingendolo al ragionamento e alla riflessione e non a una semplice lettura ricettiva e passiva.

Teodoro Lorenzo tira in ballo un altro argomento che, prima o dopo, arriva impetuoso nelle nostre vite, come un pugno inaspettato nello stomaco: la fine dell'adolescenza.

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Vi siete mai chiesti quando è finita la vostra adolescenza?

Teodoro Lorenzo pone a tutti noi questa domanda raccontandoci quando è finita la sua. Una fine dolorosa, il 9 luglio 1979, arrivata quando Paolo Pesante e la fidanzata Rosanna persero la vita in un tragico incidente.

Paolo Pesante era diventato l'anima della famosa Piazzetta, e la sua morte fu un evento tanto drammatico da determinare un prima e un dopo. Uno di quegli eventi che segnano indelebilmente la vita della persone.

Nell'ultima parte del libro, Teodoro Lorenzo racconta della fine della propria avventura nelle giovanili bianconere e dei primi passi mossi nel mondo dei grandi, prima in serie D nell'Ivrea e poi in serie C nell'Alessandria. Oltre a ciò, però lo scrittore si lascia andare a considerazioni malinconiche e, a tratti, rassegnate sulla differenza del "suo" calcio e di quello di oggi, dalle quali si evince, in modo nemmeno troppo implicito, la sua odierna disaffezione per questo sport, che peraltro ha smesso di praticare poco più che ventenne per dedicarsi alla carriera di avvocato.

Due ultime considerazioni su cui vale la pena soffermarsi.

La prima si riferisce alla teoria delle tre "C" (che vi lascio immaginare quali possano essere), tutte fondamentali per riuscire ad arrivare e rimanere ad alti livelli nel mondo del calcio.

La seconda, già accennata in precedenza ma che mi preme ribadire, si riferisce alla differente accezione attribuita dall'autore alle parole "calcio" e "pallone". Una differenza sottile che l'autore concretizza nell'esempio di Maradona e Pelè: se Pelè ha giocato a calcio, Maradona ha giocato a pallone. Per ricondurre questo esempio alla vita di Teodoro Lorenzo, per lui giocare in Piazzetta era come "giocare a pallone", gioia e divertimento allo stato più puro e fanciullesco, mentre giocare da professionista si era trasformato in un "giocare a calcio".

Pallone, quindi, come visione più pura e fanciullesca del gioco. Calcio come gioco astuto, non indulgente, che arreca dolori e sofferenze e che strizza l'occhio soltanto a pochi eletti.

Marco Fontanelli

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