Uscita numero tre dei racconti sportivi di Giulio Giusti, che oggi ci ricorda la storica finale di Champions League tra Gallipoli e Manchester United.
"Rincontrarsi vent'anni dopo per rievocare una sconfitta? Ma siete matti? E poi, volete andare pure a Lisbona?" Così commentò la moglie di Donato Marchesi la notizia che le aveva appena dato il marito: lui e alcuni suoi vecchi compagni di squadra si sarebbero ritrovati a Lisbona il 15 maggio, a vent'anni esatti di distanza dalla storica finale di Champions League fra Gallipoli e Manchester United. Mentre la moglie continuava a urlare, Donato mandò a ritroso la memoria. 15 maggio del 2030, il Gallipoli era da poco salito ai vertici del calcio mondiale grazie ai pesanti investimenti del miliardario americano Michael Connor. Nel giro di quattro stagioni aveva salutato la serie D ed era arrivato in A. Nella massima serie aveva vinto subito lo scudetto ed ora lottava per la più prestigiosa competizione europea. Lui era una degli eroi della storica cavalcata, cresciuto nel settore giovanile del Gallipoli aveva partecipato a tutte le promozioni e ogni anno aveva visto arricchirsi la squadra di talenti provenienti da mezzo mondo. Quella sera indossava la fascia di capitano ed era orgoglioso di esserlo. Aveva salito tutto i gradini della gloria, gli mancava solo l'ultimo: quella coppa che vedeva luccicare sulle tribune. Il Gallipoli, all'epoca, era molto forte, una multinazionale del gol guidata dalla panchina dall'imperatore della Champions: Otto Ruffel, cinque successi con cinque squadre diverse.
Il Manchester era giunto alla fine di un ciclo storico guidati dallo scozzese Kenny Robertson Sulla carta gli inglesi sembravano nettamente inferiori alla corazzata di Ruffel. Per di più, si presentavano all'appuntamento con delle defezioni importanti: otto titolari fuori, tre squalificati e cinque ammalati. Un terribile virus intestinale aveva decimato e debilitato la rosa dei Reds. I guai peggiori riguardavano la porta che era difesa da un ragazzone bulgaro di diciassette anni, tale Hristo Mutatov, fisico da orsacchiottone e faccia simile a quella dell'eroe dei fumetti Yogi. Era la riserva della riserva della riserva delle riserva. Giocava lui perché tutti gli altri, dal titolare Barnes fino a quelli delle giovanili, si dividevano tra il letto e la tazza del cesso vittime del virus. Mutatov sembrava il classico agnello sacrificale e, infatti, beccò un gol dopo soli cinque minuti su un innocuo tiro da trenta metri che gli rimbalzò prima sulla pancia e poi sulle gambe per poi accomodarsi lentamente in rete gettandolo nel ridicolo. Una terribile risata di massa, dei centomila spettatori presenti quella sera a Lisbona, lo mandò all'inferno.
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Sembrava l'inizio dell'apoteosi per il Gallipoli. Il Manchester, invece, riuscì, pur rappezzato, a riorganizzarsi e pareggiò dopo poco meno di un quarto d'ora. In seguito imbrigliò il Gallipoli e indirizzò la partita verso un tatticismo esasperato e facendo sì che non venissero effettuati altri tiri contro l'orsacchiottone bulgaro. Sembrava tutto fuorché una squadra inglese, ma Robertson sapeva che, vista l'emergenza, era inutile affidarsi ad altre soluzioni. Finirono 1 a 1 i tempi regolamentari e così pure i supplementari. La partita pareva stregata, ma Donato e tutti i suoi compagni pensavano che ai rigori Mutatov non avrebbe avuto scampo. Prima di iniziare la serie Ruffel ordinò ai suoi: "Portatemi la pelliccia dell'orso, la voglia esporre con la coppa nel salotto." "Sarà fatto, mister" rispose il capitano, guardando fisso Ruffel negli occhi.
Poi per caricarsi ancora di più rivolse la sguardo alle tribune per ammirare la coppa luccicante. "Tra un po' la solleverò" pensò. Poi dirigendosi verso l'area di rigore, era il primo rigorista, incrociò gli occhi di Mutatov. Erano occhi impauriti, sembravano quelli di Mimì "l'orso che fa anche la pipì", il pupazzo prediletto di sua figlia Maddalena. Sentì evaporare tutto il furore agonistico che aveva in corpo. Un furore che l'aveva accompagnato dalla serie D, quando aveva due tipi di fame, una quasi genetica che i primi soldi di Connor stavano attenuando, ed un'altra di vittorie e di notorietà che quella coppa avrebbe placato. Ora, però, aveva in testa solo il pupazzo Mimì e sua figlia Maddalena che l'accarezzava. Il fischio dell'arbitro lo destò, dalla sua mente scomparve Mimì e riapparve Yogi, il portiere Mutavov che sembrava implorarlo: "Dai tira, almeno finisce questo supplizio." Donato prese, come suo solito, una breve rincorsa per poi piazzare di precisione la palla, ma nel tragitto fino al dischetto gli tornò in mente "Mimì l'orso che fa anche la pipì". Venne così fuori un tiro centrale e fiacco e la sfera si accucciò amichevolmente tra le mani tremanti di Mutatov. Il portiere, incredulo, iniziò a saltare come un matto. La curva del Manchester, che fino ad allora l'aveva deriso, incominciò a invocarlo e un solo grido avvolse lo stadio: "Hristo! Hristo!"
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Il destino cambiò le carte in tavolo in pochi secondi. All'orsacchiottone ridicolo e insicuro crebbero di colpo un paio di ali. Acquistò sicurezza e parò, volando da un palo all'altro, gli altri quattro tiri. Il Manchester fece poco meglio: sbagliò i primi quattro e realizzò l'ultimo e vittorioso proprio con Mutatov, che galvanizzato si prese la responsabilità dell'esecuzione decisiva. In quello stesso momento finì la favola del Gallipoli. Connor deluso abbandonò pochi mesi dopo la cittadina salentina, Ruffel volò al Barcellona. La società si sfaldò, tornando ben presto da dove era partita.
La mente di Donato Marchesi era tornata alla realtà, al suo monotono lavoro di assicuratore, alla sua moglie urlante, ad una figlia ormai donna e ad un orsacchiotto impolverato che riposava in un angolo della soffitta. Decise che avrebbe portato anche Mimì alla rimpatriata. Incurante delle lamentele della consorte, decise di partire per Lisbona. Si sarebbe ritrovato con gli altri compagni che avevano sbagliato i calci di rigore quella sera e con il portiere del Gallipoli, i convocati erano: i fratelli francesi Michel e Robert Le Deux, il tedesco Franz Rahn (l'ex portiere), il brasiliano Tarquinho e il portoghese Manuel Agosta che viveva a Lisbona e aveva organizzato la rimpatriata.
Manuel aveva deciso di invitare solo i cinque vecchi compagni perché su di loro (rigoristi e portiere) erano ricadute per lungo tempo le colpe di quella sconfitta. Sarebbero stati tutti ospiti a casa sua, una splendida villa a Cascais che si affacciava sull'Oceano Atlantico. Durante la cena Donato ebbe il coraggio di tirar fuori il peluche, l'orsacchiotto Mimì e spiegò ai compagni i motivi che avevano inibito il suo tiro. Si sentiva colpevole, da quel primo errore era nata la disfatta, da quel primo errore aveva preso coraggio il ridicolo portiere avversario. Manuel Agosta guardò con attenzione il pupazzo: "E' vero - esclamò - assomiglia proprio a quell'orso di Mutatov". Scoppiarono tutti a ridere. Donato si sentiva sollevato, dopo vent'anni aveva raccontato un episodio che per la stampa specializzata e i tifosi sarebbe stato troppo buffo per essere accettato.
"Che fine ha fatto Mutatov? chiese Tarquinho, che era tornato a vivere in Brasile dove allenava le giovanili del Palmeiras.
"Ha smesso di giocare prestissimo -rispose sicuro Donato che per un po' aveva seguito la carriera del portiere- dopo un paio d'anni fallimentari il Manchester lo diede via, giocò nelle serie minori inglesi e poi è scomparso."
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Finita la cena i cinque decisero che avrebbero passato la notte girovagando tra i bar. I fratelli Le Deux lanciarono una proposta: "perché alla fine delle bevute non facciamo una partita di calcetto sulla spiaggia, tre contro tre e chi vince prende Mimì." L'idea fu accolta con entusiasmo e così i sei con Mimì al seguito iniziarono la loro nottata. Avevano già girato quattro locali e bevuto l'inverosimile. Al quinto, che si affacciava proprio su una bella spiaggia, decisero di fermarsi per disputare la loro finale. Ordinarono prima da bere. Nel locale non c'era quasi più nessuno, solo loro e un signore seduto in un angolo, un gigantesco signore seduto di spalle. "Guarda quello quant'è grosso!" urlò Franz Rahn ormai completamente ubriaco. L'uomo di spalle girò stancamente la testa e alzò i suoi duecentocinque centimetri di altezza ancora più lentamente. Indossava una vecchia maglietta del Manchester che imprigionava senza pietà il suo addome. I sei compagni lo fissarono negli occhi e poi guardarono Mimì che era appoggiato sul tavolino. Poi si guardarono tra loro e dissero in coro: "Mutatov!" Era proprio lui, il gigante bulgaro che a sua volta li riconobbe ed esclamò: "Gallipoli!" Si abbracciarono in una di quelle unioni che solo lo sport può creare. Un bulgaro, un italiano, un tedesco, un brasiliano, un portoghese e due francesi. Non era una barzelletta ma i resti di una finale di coppa. Si sedettero tutti allo stesso tavolo e iniziarono a parlare e bere, a bere e a parlare, al punto che la notte se ne era andata e stava per far giorno. Mutatov parlò di sè e di quella partita. Anche lui era lì a Lisbona per rievocare quella data: il 15 maggio era stato l'unico giorno felice della sua vita. Dopo erano seguite tutta una serie di delusioni: la carriera, il matrimonio, la vita. Con i soldi guadagnati a Manchester aveva aperto un piccolo albergo in Bulgaria, fallito purtroppo in breve tempo. Così era tornato in Inghilterra e faceva l'allenatore dei portieri per una squadra delle serie minori. Non era granché ma facendo al tempo stesso il custode dello stadio poteva vivacchiare. Con qualche soldo messo da parte aveva deciso di fare questo viaggio in Portogallo.
"Voi - disse ai sei ex del Galatina - siete gli unici che nella vita non mi hanno fatto gol."
La luce del giorno aveva ormai invaso il locale e così il titolare del bar invitò i presenti a uscire. Si diressero tutti verso la spiaggia e chiesero a Mutatov una rivincita: "Hristo, tu vai in porta - disse Manuel Agosta - vincerai se ci parerai almeno la metà dei rigori."
Improvvisarono una porta con delle bottiglie vuote e stabilirono che per primo dovesse tirare Donato. Il capitano prese il pallone, si chinò per poggiarlo sulla sabbia e nel rialzarsi cercò di non incrociare lo sguardo del portiere. Fu impossibile, i suoi occhi si fermarono su quelli di Mutatov e poi osservarono tutto il suo corpo, vestito da quella vecchia maglietta del Manchester, un capo che avrebbe fatto felice qualsiasi collezionista ma che rendeva patetico Hristo. Donato questa volta non pensò a Mimì, non ci furono fischi arbitrali a bloccare la sua mente. Iniziò la rincorsa, una lunga rincorsa contraria alle sue vecchie abitudine. Tirò una legnata, la tirò in mare mancando volutamente la porta, consegnò il pallone all'oceano. Poi prese Mimì e lo regalò a Mutatov: "Hristo, la partita è finita. Per noi sarai sempre imbattibile."



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