Tra crisi industriale, ricatti occupazionali e quartieri avvelenati, il libro di Raffaele Cataldi racconta la città dalla parte degli operai e degli ultras. Una storia di sangue amaro, politica e pallone che svela la vera anima di Taranto.
La storia dell'ex Ilva, oggi Acciaierie d'Italia, è una ferita aperta che continua a sanguinare su Taranto e sull'intero Paese. Le cronache dei giorni recenti parlano di scioperi, chiusure di impianti, cassa integrazione e piani industriali che cambiano direzione di settimana in settimana, mentre il governo Meloni oscilla tra proclami sul "sovranismo industriale" e scelte che rischiano di smantellare l'ultimo presidio siderurgico nazionale. A Taranto, dove l'unico altoforno rimasto in funzione produce un milione di tonnellate l'anno contro le otto teoriche, si è scioperato per la chiusura delle cocherie, interpretata dai lavoratori come il preludio alla fermata definitiva degli altoforni. A Genova, Novi Ligure e Racconigi il panico è lo stesso: se i coils non arriveranno più dal sud, la produzione al nord si ferma, punto. Gli impianti che producono banda stagnata e zincata – materiali strategici per l'alimentare e l'imballaggio – rischiano di spegnersi per sempre. E se chiude Genova, l'Italia perde l'unico sito capace di produrre latta, diventando dipendente dall'estero per un materiale di uso quotidiano.
Il futuro dell'acciaio italiano è sospeso tra trattative confuse, interessi privati e promesse di decarbonizzazione che in realtà vengono continuamente rimandate. Il fondo Bedrock, uno dei possibili acquirenti, parla già di "profonda ristrutturazione" con esuberi pesanti. I sindacati chiedono una presenza stabile dello Stato, non come eccezione, ma come normalità industriale: a Genova lo Stato è in Leonardo, Ansaldo, Fincantieri – perché non nell'acciaio?
In questo scenario, Taranto torna a essere non solo il teatro della crisi, ma anche un laboratorio politico e sociale. Ed è qui che si inserisce Malesangue di Raffaele Cataldi, edito da Alegre nella collana Working Class. Un libro che non parla dell'Ilva dall'esterno, ma dal ventre della fabbrica, dal suo odore di coke e ferro, dalle case dei quartieri Tamburi, Paolo VI, Borgo, dai corridoi dove si diffondono le polveri rosse che tingono i polmoni e perfino le cappelle del cimitero.
Malesangue è dedicato a Massimo Battista, operaio, sindacalista e volto storico dei "Liberi e Pensanti", morto nel 2024 dopo una vita di lotta e di mobbing. Battista, come tanti, è stato punito per aver denunciato la fabbrica e i suoi padroni. Punito come Cataldi, che ha conosciuto la cassa integrazione e il confino dopo anni di battaglie. Punito come i 79 lavoratori della Palazzina Laf raccontati da Michele Riondino. In Malesangue, però, la fabbrica non è solo il luogo del dolore: è il punto da cui irradia un'intera cultura cittadina. Il ciclo dell'acciaio studiato alle medie, le tute da lavoro che finiscono nelle case e contaminano figli e mogli, gli orari dei turni che scandiscono la vita familiare. Ma il cuore del libro vibra altrove: nella passione per il calcio. Cataldi racconta la sua infanzia allo stadio, la curva del Taranto, le trasferte con i Supporters, l'orgoglio di un'identità collettiva costruita tra cori, fumogeni e amicizie d'acciaio. È proprio lì, tra gli spalti e i tamburi, che nasce la scintilla della ribellione. Il Comitato "Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti" trova la sua prima sede tra gli ultras: non per folklore, ma perché in curva si impara a non abbassare la testa. Il 2 agosto 2012, quando un'Apecar irrompe nella piazza sindacale per chiedere la parola ai lavoratori, è lo stesso spirito del calcio popolare che guida la rivolta.
Calcio, fabbrica e città diventano un'unica cosa. Taranto vive e soffre come la sua squadra: sola a difendere il fortino, come un portiere davanti alle macchine, come un ultras contro il potere, come un operaio che chiede salute e lavoro senza essere costretto a scegliere tra i due. Malesangue è questo: un libro di acciaio e di pallone, di rabbia e di amore. Un pezzo di Taranto che non vuole più subire, ma pretendere un futuro diverso. E in una città che da decenni gioca la partita della vita con l'arbitro contro, è già una forma di vittoria.




Commenti (0)