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Le poesie sul calcio di Giovanni Raboni

Domani sarà l'anniversario della morte di Giovanni Raboni. Per ricordarlo analizziamo il suo rapporto con il calcio: tra Inter, poesia, passione e metafora della vita.

Quando si pensa alla poesia e al calcio viene in mente subito Umberto Saba, "il portiere caduto alla difesa ultima vana", la Triestina, il gol. Forse viene in mente anche Giacomo Leopardi, con la sua "A un vincitore nel pallone" che calcio non è, ma forse il nonno. Pochi, invece, pensano anche a Giovanni Raboni, che al calcio ha dedicato poesie bellissime, parole leggere e pomeriggi interi.

 Chi era Giovanni Raboni?

Milanese, classe 1932, secondo di due figli, dopo tre anni in campagna, dopo il primo bombardamento su Milano, torna in città per frequentare, saltuariamente, il liceo classico. Lo finisce da privatista, per poi iscriversi a giurisprudenza. Intanto legge, legge tantissimo. Il padre gli passa la passione per la narrativa russa e francese, il cugino Giandomenico lo espone alla poesia: Montale, Cardarelli, Quasimodo, Ungaretti, Buzzati. Di nascosto, eludendo la censura fascista, riesce a leggere anche Americana, l'antologia curata da Elio Vittorini. Quindi Hemingway, Steinbeck, Faulkner.

Dalla poesia al cinema, il passo è breve. Ma l'università corre, finisce e inizia la vita da grandi. Giovanni Raboni inizia, per qualche anno, come avvocato prima di passare al giornalismo: aut aut, Quaderni Piacentini, Paragone e infine il Corriere della Sera. La poesia però non la abbandona: dopo il matrimonio con Bianca Bottero, nel 1958, pubblica due raccolte di poesie Il catalogo è questo e L'insalubrità dell'aria, seguite poi da Le case della Vetra, Cadenza d'inganno, Nel grave sogno e A tanto care sangue. Gli altri amori di Raboni saranno la slavista Serena Vitale, sposata nel 1979, e poi la poetessa Patrizia Valduga.

Critico militante, direttore editoriale, regista teatrale (sarà nel comitato direzionale del Piccolo di Milano), nel 1997 raccoglie la sua intera produzione poetica in Tutte le poesie. Muore il 16 settembre 2004, a Fontanellato, provincia di Parma, per un arresto cardiaco.

Giovanni Raboni, poeta del calcio (e di tante altre cose)

Le poesie sul calcio di Giovanni Raboni

"Perché mi piace il calcio? Ogni tanto me lo chiedo. Quella per lo sport è una passione veramente gratuita, non ha senso". Giovanni Raboni rispondeva così a chi gli chiedeva come fosse nata la passione per il calcio. Un rapporto che inizia da giovane, anzi da giovanissimo, quando con il papà e il fratello seguiva le partite casalinghe dell'Inter, la sua grande passione.

Ed è proprio quella dedicata al fratello una delle più belle poesie di Giovanni Raboni sul calcio:

Vivi, io e te, per quanto? Non facciamola,
non ha senso questa domanda. Vivi
finché è stasera, fino a quando
continua sullo schermo la partita
e ancora si può sperare che uno
dei nostri, magari in extremis,
magari nei minuti di recupero,
riesca a segnare. Non c'è tempo
che non sia questo tempo
qui dove siamo, nella casa
che è la tua casa e che ogni tanto
la domenica sera
diventa anche la mia casa,
in questo labirinto
di secondi dove tu mi precedi
dei soliti quattro anni e cinque mesi
che una volta davano le vertigini
(tu un ragazzo e io un bambino
tu un padre e io ancora un figlio)
e adesso non sono più niente
meno della durata di un'azione
meno del tempo che ci vuole
a un mediano di spinta
per raggiungere l'area di rigore».

(a mio fratello nell'ultimo inverno)»

La morte è uno degli argomenti preferiti di Raboni, che secondo l'amico e collega Vittorio Sereni veniva guardata "dalla parte dei morti". Stessa idea di Baldacci, che spiegava come in Raboni ci fosse "un modo di guardare la vita dal punto di vista della morte". La morte c'è sempre: da quella di Cristo delle poesie degli esordi, a quella degli amici, dei parenti, fino ad arrivare la sua. Ma è una riflessione sulla morte che non ha niente di funebre o angoscioso, perché alla morte c'è una soluzione: "la comunione dei vivi e dei morti" per usare le parole di un'altra sua poesia. Il sentirsi insieme, uniti, una comunione e una comunità che poi, guarda caso, trova espressione proprio nel calcio, nel tifo, nella partita.

Di morte e di calcio si parla anche in un'altra poesia, questa:

Vampa, vetrofanie del crepuscolo
e dentro, accartocciato,
radioso, l'uomo malato, il ragazzo che cerca di
dribblare
lo stopper della morte
con il numero fantastico dei minuti in un giorno
dei giorni in una vita…

Il calcio nella poesia di Giovanni Raboni diventa metafora ed esempio della vita umana. Una vita in cui tutto è possibile, "magari in extremis", e quindi ti invita a sperare. Le sue parole mi fanno venire in mente quelle di un altro poeta, sempre interista, Roberto Vecchioni: "la vita è così grande, che quando sarai sul punto di morire, pianterai un olivo, convinto ancora di vederlo fiorire".

La vita è grande, è imprevedibile, è bella. E Giovanni Raboni ce lo ricorda parlando di calcio, di area di rigore, di gol allo scadere. In "Zona Cesarini" che è il titolo di un'altra poesia sul calcio.

Giovanni Raboni

 Zona Cesarini

Il tiro, maledizione, ribattuto
sulla linea nell'ultima convulsa
mischia a portiere
nettamente fuori casa, fuori causa, col dito
mignolo, con la spalla, con l'occipite, con
la radice del naso
dell'avversario accorso, guarda caso,
da metà campo – o forse (chi capiva
più niente con quel buio) dal compagno
che va in cerca di gloria
a scapito evidente degli schemi
non più tardi di ieri ribaditi
nella fantastica pace del ritiro
dal mister quando ancora
tutto, anche vincere, anche
azzeccare questo tiro teso, radente, tra decine
di gambe e lentamente
spalancando la bocca
correre verso il centro, rotolarsi
nell'erba, in lenta muta sfida stendere
le braccia al cielo era possibile…

Eccoci di nuovo ai minuti finali di una partita. La poesia descrive infatti l'ultima azione e Giovanni Raboni usa una sintassi aggrovigliata, frenetica, rapida che riprende proprio il ritmo concitato degli ultimi minuti di gioco.

Dal punto di vista lirico la poesia è costituita da un unico periodo e si gioca sull'opposizione tra l'ultima mischia in area, quando la palla viene salvata sulla linea di porta e il gol sventato, e la preparazione della partita, il giorno prima, quando "ancora tutto, anche vincere" era possibile. Un'opposizione tra il prima e il dopo, tra quello che poteva essere e quello che non è stato, tra sogni e rimpianti, tra passato e futuro.

A parlare, nella poesia, è forse l'autore stesso del tiro oppure un compagno di squadra. La fantastica pace del ritiro si contrappone all'ultima convulsa mischia, gli schemi ribaditi non più tardi di ieri dal mister si scontrano con la realtà di oggi, della partita. La vita, insomma, è come una partita: tu provi a essere preparato, organizzi gli schemi, sistemi la difesa, calibri l'attacco, studi i calci piazzati. E poi è tutto diverso. "La vita è ciò che ti accade mentre fai altri progetti" diceva John Lennon. E forse aveva ragione, come Giovanni Raboni.

L'imponderabile Baggio, per Raboni

 L'imponderabile Baggio

Ah suonatori di piffero,
di tamburello, di viola
state un po' zitti se vola
con penne o piume di zeffiro

nella stravagante spola
da un piede all'altro, nel vivido
organizzarsi del brivido
fra la tomaia e la suola

sezionando come un raggio
(sì, laser più che persona)
l'area non più di rigore

a distrarci dall'orrore
che senza colpa impersona
l'imponderabile Baggio

Imponderabile. Di peso talmente esiguo da non potersi misurare con le comuni bilance oppure di motivi, fatti, cose, persone la cui natura ed entità sfuggano al calcolo o a una precisa valutazione, indeterminabile, imprevedibile. Così era Roberto Baggio, per Giovanni Raboni. Così lo descrive in questo sonetto (4-4-3-3, una quartina in più rispetto al modulo di Zeman), così composto, regolare (schema di rime: ABBA ABBA CDE EDC),così tradizionale e allo stesso tempo così nuovo, come il tema che propone. Dentro c'è un po' tutto: c'è il calcio, c'è l'Italia, c'è il Mondiale, c'è Pasadena, c'è De Gregori e La leva calcistica, il rigore che non è un particolare con cui si giudica un giocatore. Si giudica da altre cose, come dalla capacità di organizzare un brivido, per sé e per gli altri, fra tomaia e suola. 

 Allo stadio andavamo presto

Per molti, però, la poesia più bella di Giovanni Raboni sul calcio è un'altra. È quella in cui c'è un protagonista nascosto, quel Vittorio Sereni amico e collega con cui il poeta è sempre stato molto legato.

L'ultima volta che ho incontrato Vittorio Sereni è stato a Roma, il 23 gennaio di quest'anno, in casa di Laura Betti. Dovevamo decidere i finalisti del Premio Pasolini di poesia […]; e Vittorio – sempre un po' restìo a muoversi, sempre un po' diffidente verso Roma che pure lo incantava – s'era poi deciso a venire, era a Roma dal mattino ed era, inaspettatamente, di buonissimo umore. Un orecchio ai risultati del campionato di calcio, un altro ai sottili e anche capziosi, anche polemici discorsi che s'intrecciavano intorno e attraverso il lungo tavolo da pranzo (o, nella fattispecie, da merenda) di Laura, mi sembrava soprattutto contento di essere lì, e trasaliva a tratti come per brevi attacchi di ansia e di rimpianto all'idea che lo aspettava, tra poco, un aereo per Milano sul quale gli avevano prenotato un posto e che non poteva perdere. Finita la riunione, fece venire un taxi, mentre quasi tutti restavamo insieme a finire la serata. Non l'ho più rivisto. (G. R., Perché i versi continuino a dar fastidio, cit.).

I due andavano spesso al Meazza, come Raboni ricorda in questa poesia che richiama alla mente anche Leopardi

Allo stadio andavamo presto,
non volevamo perdere
la partita prima della partita.
In campo, uguali da confonderli
a dei giocatori veri, i ragazzi
della squadra chiamata primavera.
Guardarli era una pura meraviglia.
Forse perché correvano sul prato
con furibonda leggerezza
come se fosse, quello che facevano,
davvero un gioco – o forse
perché l'altra cosa, la vera,
doveva ancora cominciare,
era ancora tutto davanti a noi
con le sue ombre sanguinose,
con il suo cupo carico di gloria.

Anche qui torna il tema del tempo: il tempo del prima, di quando tutto può ancora accadere, di quando tutto è ancora possibile. Il sabato del villaggio di Leopardi prende un'altra forma: quella dell'attesa della partita, che nel cuore di chi legge può diventare finale, spareggio, derby, semplice incontro di una domenica pomeriggio a cui avevamo pensato per tutta la settimana e poi, via, sfugge. In fretta, o peggio ancora con una sconfitta.

Ma non erano le sconfitte a preoccupare Raboni. Lo spiega così, nel volume che raccoglie tutti i suoi scritti calcistici "Si è tifosi della propria squadra perché si è tifosi della propria vita", curato da Rodolfo Zucco e uscito nel 2024:

"Mi sento un tifoso intimamente interista, proprio perché ho cominciato soffrendo. Sono perciò preparato a tutto, e credo che la vera passione e il vero tifo siano legati all'apprensione. Nei periodi in cui l'Inter trionfava, io mi appassionavo meno. Ero contento, ma non c'era gusto. Invece, tifavo forte per l'Inter quando si trattava di non andare in serie B".

E quando gli chiedono a chi si deve consigliare l'Inter Raboni risponde:

"Diciamo che la consigliamo a chi concepisca il tifo come qualcosa in cui sia compresa una simpatia per i deboli e per i perdenti. Poi c'è un limite, è chiaro: uno vorrebbe anche vincere".

Ma non è solo vincere che conta. Perché essere tifosi è anche altro:

"Si è tifosi della propria squadra perché si è tifosi della propria vita, di sé stessi, di quello che si è stati, di quello che si spera di continuare a essere. È un segno […] un simbolo forte che si radica dentro di te, insieme con la tua innocenza, tra fantasia sogno e gioco.".

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