La storia dell'ultima partita di Pier Paolo Pasolini, giocata a San Benedetto del Tronto nel settembre 1975: un pomeriggio di provincia, calcio, poesia e destino.
C'è uno stadio, a San Benedetto del Tronto, che oggi è quasi un ricordo. Il Ballarin — un tempo tempio del calcio provinciale, poi teatro della più grave tragedia sugli spalti italiani — ora presta il suo campo al rugby e, con ogni probabilità, presto svanirà del tutto. Ma quei gradoni consunti conservano un frammento prezioso di storia culturale, umana, sportiva: l'ultima partita di calcio di Pier Paolo Pasolini.
Perché prima che poeta, regista, corsaro e profeta della mutazione antropologica italiana, Pasolini fu anche calciatore. Per lui il calcio era lingua, rito, estetica, verità popolare. «L'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo», lo sappiamo tutti. Ed è commovente pensare che quell'ultimo rito lo celebrò proprio lì, in un pomeriggio settembrino sospeso fra mare e cemento, nostalgia e futuro, in una città che amava e criticava allo stesso tempo.
Era il 14 settembre 1975, una domenica già intrisa di malinconia autunnale. Pasolini arrivò in Riviera in auto, una BMW bianca, guidata dall'amico fraterno Ninetto Davoli. Sul lungomare di Porto d'Ascoli — dove allora c'era un distributore — parcheggiarono per due giorni, quasi a segnare un presidio dolce e inconsapevole della loro ultima trasferta calcistica. San Benedetto non era la stessa che Pasolini aveva raccontato, con crudele affetto, nel 1959 in La lunga strada di sabbia. La città era mutata: villini, pensioni, juke-box, modernità spesso brutale, quella "forma balneare del Nord" che lo infastidiva. Eppure qualcosa lo incantava ancora: resti di borgo, odori salmastri, quel brulichio di vita popolare che lo aveva sempre attratto come materia poetica e politica.
Era lì per una partita amichevole, anzi qualcosa di più: una celebrazione di comunità, amicizia, provincia e cultura popolare. Le vecchie glorie della Sambenedettese contro la Nazionale Attori e Cantanti, guidata da Davoli e popolata da volti che oggi sembrano venire da un cinema lontano: Franco Bracardi, Maurizio Merli, Gino Santercole, e naturalmente Pasolini, con la sua maglia bianca e lo stemma del "Trofeo della Pace". Dall'altra parte, una squadra fatta di eroi locali, artigiani del pallone e della vita: baristi, commercianti, pittori, ex calciatori che per un pomeriggio ritrovarono gli scarpini e l'odore dell'erba umida. Vinsero loro, 4-2, scrissero i giornali. Il ritmo? Blando. Il pubblico? Poco, quasi distratto. Come se nessuno sapesse che stava andando in scena una piccola, gigantesca pagina di storia.
E forse era giusto così. La grandezza di certi momenti sta proprio nel loro essere apparentemente minimi.
Il giorno dopo, Pasolini pranzò a casa della famiglia Luzi. Timballo, cotolette e olive all'ascolana: cucina marchigiana, fatta con amore. Il figlio, Luca — che aveva allora dodici anni — ricorda un uomo silenzioso, curioso, rispettoso. Non capiva chi fosse quel signore dagli occhi profondi, seduto al tavolo di casa. «Per me era un amico di papà», racconterà poi.
Volevano chiamare un fotografo, per immortalare la scena. Non lo fecero. Pasolini stesso disse che sarebbe tornato presto.
Non tornò mai più.
Pochi giorni dopo, mancò un'altra partita — quella con la neonata Nazionale Cantanti — bloccato a Fiumicino da uno sciopero Alitalia. L'ultima maglia della sua squadra la comprò a Francoforte, durante la Fiera del Libro. Poi, il buio. Ostia. 1-2 novembre. La fine che conosciamo, la verità che ancora cerchiamo.





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