Il Catenaccio - Web Magazine Sportivo
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Il panettone e l'algoritmo

La storia (inventata) di Aldo De Matteis: da allenatore a opinionista, il riscatto di un uomo travolto dal calcioscommesse nell'ultimo racconto di Giulio Giusti.

Aveva in tasca 200 euro. Voleva andare in un bel ristorante come faceva fino a pochi anni prima, ma quei soldi dovevano bastargli per qualche giorno. Così andò al supermercato più vicino.

Quei 200 euro erano il compenso ricevuto per due comparsate alla "Febbre del gol", popolare programma di un'emittente privata dove era stato invitato come opinionista. La trasmissione viaggiava su satellite e raggiungeva alti picchi di ascolto per la presenza di alcuni polemisti seguitissimi tra gli appassionati di calcio. Era condotta da Gerardo Scandriglia, un suo amico giornalista che più volte gli aveva dato una mano e ora, che la sua squalifica era finita, gli aveva promesso che l'avrebbe fatto intervenire più spesso. Aldo De Matteis era un allenatore di calcio che aveva lavorato prevalentemente in provincia. Era considerato il classico mago delle salvezze. Da giocatore, invece, aveva vissuto momenti di gloria, arrivando persino a collezionare dieci presenze in Nazionale, ed era stato un bomber di un certo livello.

Anni prima era incappato in una vicenda di calcioscommesse dove non c'entrava nulla ma dove era stato tirato in mezzo da due giocatori. Contro di lui furono costruite prove fasulle su cui il Pubblico Ministero titolare dell'indagine costruì un castello di accuse. Se avesse patteggiato ne sarebbe uscito con una condanna leggerissima, ma convinto della sua innocenza andò avanti e fu condannato. La giustizia sportiva poi lo squalificò per cinque anni e, di fatto, sentenziò la fine della sua carriera. L'episodio travolse come una valanga tutta la sua vita. La sua società lo denunciò per danno d'immagine e tutti i soldi che aveva messo da parte in carriera furono risucchiati dagli avvocati e dalla seconda moglie che lo lasciò appena scoppiarono i guai. Si era ritrovato solo, circondato dall'affetto di qualche amico che sapeva perfettamente quanto lui non c'entrasse nulla in quella storia e di sua figlia Luisa, avuta in gioventù dalla prima moglie quando era un calciatore. Luisa, però, viveva in Australia per motivi di lavoro, faceva la professoressa universitaria a Melbourne, col marito e la figlia Adele. Luisa aveva consigliato al padre di trasferirsi in Australia, avrebbe potuto vivere con loro. Aldo si sarebbe spostato anche volentieri ma non voleva sentirsi un peso e covava dentro di sé la speranza di riscattarsi, dimostrare la sua innocenza e tornare a lavorare.

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Giacomo Losi, capitano partigiano - Il Catenaccio - Web Magazine Sportivo

La prima bandiera della Roma, uno dei suoi capitani più grandi. Giacomo Losi se n'è andato, ma la sua storia resterà per sempre 

Entrò nel supermercato con addosso una fame animalesca. Avrebbe fatto razzia sugli scaffali ma quei soldi dovevano servirli anche per altre cose come un taglio dal barbiere per presentarsi meglio alla prossima puntata della "Febbre del gol". Gli ultimi giorni erano stati veramente duri, si era alimentato solo a scatolette di fagioli e ceci. Fu attratto da un bancale carico di panettoni e pandori. Il Natale era passato da un mese e stavano svendendo la merce invenduta. Al tradizionale 3X2, post natalizio, il negozio proponeva addirittura un 4x2. Quattro panettoni al prezzo di due. Ad Aldo venne da ridere, quante volte in carriera si era sentito dire: "chissà se mangerà il panettone". Frase tipica rivolta agli allenatori ad inizio campionato, soprattutto a quelli come lui in perenne lotta per non retrocedere. Anche se spesso il panettone non mangiato dagli altri era quello che avrebbe mangiato lui, che spesso subentrava a campionato in corso per raddrizzare situazioni compromesse. Comprò così quattro panettoni e due litri di latte. Per qualche giorno sarebbe andato avanti, colazione, pranzo e cena, a latte caldo e panettone.

Quando tornò a casa la fame era tanta e così si buttò a capofitto sul dolce natalizio e ne finì uno in meno di mezz'ora. Dopo un'iniziale senso di pesantezza, si ripresentò quel senso di vuoto, dovuto alla fame pregressa. Aprì così un altro panettone. Questa volta era un dolce ultra farcito con cioccolata e creme varie. Trangugiò due fette ancora più voracemente, poi si fermò perché avvertì un senso di malessere. Sentì, poco dopo una sensazione strana, forse le creme che guarnivano il panettone erano scadute, forse aveva mangiato troppo e troppo in fretta. Ma poco importava. Ormai la sua vita era solo sopravvivenza e la fame era stata placata. Si buttò così sul letto, sfatto da giorni, distrutto ma sazio, pervaso da una sensazione strana: gli sembrava di soffocare e l'ultimo panettone stava galleggiando tra esofago e stomaco, dove ancora soggiornavano i resti dei legumi ingeriti nei giorni precedenti. Gli venne in mente un documentario visto insieme a sua figlia Luisa quando questa era piccola. Parlava di un animale capace di mangiare in un quarto di secondo per la troppa voracità. Vedeva spesso con Luisa questi documentari, lei ne andava matta, lui ci capiva poco perché aveva un solo interesse: il calcio. Ma era fiero di avere una bambina così curiosa e vogliosa d'imparare. Non a caso, crescendo la ragazza avrebbe trasformato questa sua passione in un lavoro, diventando una zoologa affermata all'università di Melbourne.

Aldo non si ricordava il nome di quell'animale che mangiava a velocità supersonica e si addormentò col pensiero di recuperare dalla memoria il nome di quel mammifero. Per tenere la mente in forma, ora che non allenava più e si stava abbrutendo, prima di addormentarsi rievocava formazioni del passato e le declamava a memoria e s'arrabbiava se gli sfuggiva qualche nome. Abbandonato sul letto

a pancia in su, si liberò del senso di oppressione grazie a un rutto disumano, seguito da un terribile scoreggione accompagnato da una puzza nauseabonda, figlia delle troppe scatolette di legumi con cui si era alimentato nelle ultime settimane. La puzza che aveva invaso la stanza lo stava narcotizzando. La sua ultima moglie, quella che l'aveva lasciato senza pietà, sarebbe rimasta schifata. Decise così di emettere un altro peto, ancor più puzzolente per dedicarlo a lei: "la principessa delle stronze", come l'aveva ribattezzata dopo l'abbandono. Il tanfo ebbe un effetto rilassante e anestetizzante e lo fece addormentare pesantemente. Fece dei bellissimi sogni: con la "Febbre del gol" era tornato popolare e una serie di squadre erano pronte per proporgli un ricco contratto. Nel sogno lui era in giacca e cravatta, elegante come era stato una volta, pronto a rispondere alle domande della stampa. Tutto questo fu interrotto dallo smartphone che, precedentemente abbandonato sul tavolo della cucina, iniziò a squillare. Il telefono era troppo lontano e non aveva voglia di alzarsi. Chi poteva chiamarlo poi? A Milano, dove viveva nell'ultima casa di proprietà che gli era rimasta dopo che aveva venduto tutti i suoi beni immobili per far fronte alla vicenda che l'aveva travolto, erano le sei e mezza di pomeriggio, in Australia le 2 e mezza di notte e sua figlia a quell'ora dormiva profondamente.

Il telefono non si placava. Iniziò a detestare la suoneria, nonostante avesse sempre adorato quella musichetta: la sigla della popolare trasmissione 90° minuto, la canzone jazz "Pancho", che gli ricordava il programma che più gli piaceva da bambino, quando suo padre l'aveva iniziato all'amore per il calcio.

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Bobby Charlton il sopravvissuto - Il Catenaccio - Web Magazine Sportivo

Sir Robert Charlton, per tutti semplicemente Bobby, se n'è andato lo scorso 21 ottobre. 1 Pallone d'Oro, nell'anno del Mondiale vinto con l'Inghilterra, 3 Campionati con il Manchester United, oltre 260 gol in carriera.

Il ritornello di "Pancho" non si placava. Perché tanta insistenza? E se, invece, fosse stata Luisa? Se fosse successo qualcosa a lei o alla sua nipotina Adele? Decise così di alzarsi, trascinandosi verso la cucina. Non rispose subito, prese solo il telefono per tornare a letto. Così, se la telefonata fosse stata troppo lunga avrebbe parlato da sdraiato. Ora che era nuovamente a pancia in su, gettò lo sguardo sul display. Era un numero conosciuto, quello del suo vecchio procuratore Renzo Tarchioni. Un altro amico che non l'aveva mai abbandonato e che gli era sempre rimasto vicino.

«Pronto»

«Aldo, dove cazzo sei? Ero preoccupato? Perché non mi rispondevi?» rispose Renzo allarmato.

«Dormivo, Renzo, sono molto stanco».

«Alle sei e mezza di pomeriggio? Lasciamo perdere. Devo dirti una cosa importante: ti ho visto ieri sera alla "febbre del gol". Sei andato alla grandissima, ancora meglio della volta precedente». Renzo si riferiva ad alcune battute polemiche dell'amico sul calcio moderno.

«Lascia perdere. La partecipazione, lo sai, è l'elemosina di un amico e io forse ho rovinato tutto esagerando. Ma sono troppo incazzato per come sono stato fatto fuori dal sistema». Disse in modo sconsolato Aldo.

«Ma quale elemosina? E poi, hai fatto bene a dire come la pensi. Hai spaccato, Aldo. Hai spaccato, Aldo! Parlano tutti di te. Preparati. Datti una sistemata e vestiti a modo. Torni in pista». Replicò Renzo carico di entusiasmo.

«Ma che dici?» Aldo pensò per un attimo di stare ancora sognando «che dici? Ormai non mi vuole più nessuno. Dopo cinque anni di fango».

«Ti sbagli di grosso, Aldo. Te lo ripeto sei andato alla grande. Le tue battute polemiche hanno fatto il botto. Sui social spopola un reel con un tuo intervento contro il calcio moderno, ha avuto una valanga di visualizzazioni».

«Lo so ho esagerato, ho detto un sacco di parolacce, scusa… ma dopo anni così duri».

«Ma quale scusa! Hai fatto bene, i più giovani stanno impazzendo per te. Hanno imparato a conoscerti. Si parla solo di te». Il tono della voce di Tarchioni, che Aldo conosceva benissimo, era quello dei tempi d'oro. Di quando gli proponeva contratti ricchissimi.

«E' questo che vuol dire? Sono diventato un fenomeno da baraccone?»

«Aldo, ascoltami. Lo sai cosa sono gli algoritmi?» Chiese in tono molto serio il manager.

«Ha provato a spiegarmelo Luisa ma ho rinunciato. Mi sembrano tutte stronzate». Rispose Aldo, manifestando tutto il suo abituale disprezzo verso qualsiasi novità.

«Qui ti sbaglio. Il calcio moderno che tanto odi, ora ti spalanca le porte». Replicò Renzo.

«Non ci capisco nulla, vai al dunque per favore».

«Ora molti allenatori vengono scelti dagli algoritmi». Iniziò a spiegare Tarchioni.

« Renzo, vaffa….tu,gli algoritmi e questo calcio». Aldo non si teneva più, non capendo l'importanza che stava avendo per lui quella telefonata.

«Ascoltami, non essere la solita bestia. Te lo spiego in modo molto elementare: degli esperti inseriscono dei dati in un computer per trovare l'allenatore o il manager ideale di una squadra e il pc, elaborando tutti i dati, dà una risposta».

«Questo è troppo e poi, in tutto questo casino, che cosa c'entro io?» Aldo continuava a non capire.

«C'entri eccome. La tua improvvisa popolarità, il tuo gradimento, è stato ritenuto fondamentale da un algoritmo per placare le ire dei tifosi. Sei l'uomo nuovo dal sapore antico. L'antidoto contro il calcio moderno. In Inghilterra alcuni sono stufi dei moduli di gioco che vanno per la maggiore. Al Millwall, soprattutto, dove ancora ti amano (Aldo da giocatore aveva militato due anni nel Millwall, lasciando un gran ricordo) sono stufi dei troppi gol presi con gli schemi del belga Van Blick. I tifosi sono in rivolta. Gli ultras, i Bushwackers che ben conosci, prima hanno chiesto la sua testa e ieri l'hanno gonfiato di botte e costretto alle dimissioni. I tuoi commenti hanno fatto il giro del mondo e un algoritmo utilizzato da un fisico che lavora per il Millwall ha scelto te come sostituto ideale: odi la costruzione dal basso, sei legato alle tradizioni del passato e sei popolarissimo tra i loro tifosi. In più, conosci il calcio inglese e la lingua».

«E quindi?»

«Domattina partiamo per Londra. Ho già fatto i biglietti. Nel pomeriggio avremo il colloquio decisivo con la dirigenza e se va tutto bene si ricomincia…..Aldo, ci sei? Mi senti?»

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Quando Italo Calvino scrisse di Italia Inghilterra senza averla vista - Il Catenaccio - Web Magazine Sportivo

La prima partita di calcio dopo la Liberazione, in Italia, venne giocata a Torino. Era il 16 maggio del 1948, contro gli azzurri scendevano in campo i "maestri" dell'Inghilterra. Si gioca al Comunale, alle ore 17.00. E i biglietti vanno esauriti in un lampo. 50 mila spettatori sugli spalti, anche se altre fonti parlano di addirittura 80 mila. Tra questi non c'è Italo Calvino, che scriverà comunque di quella partita.

Aldo c'era, c'era eccome. La realtà aveva superato i sogni. Si mise d'accordo con Renzo per organizzare la partenza e, prima di preparare il bagaglio, rimase sdraiato sul letto, sempre a pancia all'aria. L'effetto di pesantezza dei panettoni era svanito. Tornò con la mente agli anni londinesi con la maglia del Millwall, un periodo felice, forse uno dei più belli della sua vita. I tifosi, caldissimi, lo amavano. La frangia dei Bushwackers, il cui nome era ispirato da una frangia irregolare e violentissima della guerra di secessione americana, lo aveva sempre rispettato per il suo impegno. Da giocatore era il contrario di quello che sarebbe diventato da allenatore. Sul campo era egoista, pensava solo a tirare, faceva infuriare i suoi allenatori. Solo che segnava, segnava tantissimo e quando segni tanto poi stanno tutti zitti. Nel calcio conta solo segnare, il resto sono chiacchiere da bar. Giocare bene o giocare male, tutte balle. L'importante è segnare. Lui sapeva fare quello. In panchina era diventato un amante di un calcio ultra difensivo e per questo, spesso, era stato criticato e sbeffeggiato. Chi lo criticava non sapeva che chi si difende e cerca un gol in contropiede in realtà pensa solo a quella che era la sua ossessione: segnare.Nella sua mente non c'era differenza tra calcio offensivo o difensivo. Tuti pensano solo a segnare, seguono solo strade diverse per arrivarci. Per questo non sopportava tutti gli inutili dibattiti sull'argomento, su chi gioca bene e chi gioca male.

Per il ritorno a Londra scelse uno degli ultimi abiti decenti rimasti nell'armadio. Una volta finita di preparare la valigia, guardò l'orologio: le 23 e 30. A Melbourne erano quindi le 7 e 30 del mattino, l'ora in cui solitamente dava il buongiorno a Luisa.

«Luisa, Amore mio, buongiorno».

«Buongiorno Papà, cos'hai fatto? Ho letto il casino che hai combinato in quella trasmissione. Non ti sembra di aver esagerato? Proprio ora che era finita la squalifica». La figlia aveva letto in rete le esternazioni del padre alla "Febbre del gol".

«Non ti preoccupare, piccolina. Piuttosto, dimmi una cosa: come si chiama quell'animale che in un quarto di secondo mangia tutto? Ti ricordi si vide insieme il documentario?»

«Babbo» rispose stupita Luisa «Che razza di domanda mi fai a quest'ora?»

«Dimmelo, per favore, se te lo ricordi».

«Certo, mi ricordo benissimo: la talpa dal muso stellato. Ma cosa c'entra?»

«Niente, era solo una curiosità».

di Giulio Giusti

Il re pazzo
 

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