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Il ladro, la belva e il Santo

Un racconto tra ironia, redenzione e calcio: un ex rapinatore si ritrova faccia a faccia con la leggenda brasiliana Martinho, in una villa sperduta di San Patufio. 

La villa era isolata, in aperta campagna a 5 chilometri dal centro abitato di San Patufio. Ci viveva un anziano signore claudicante con il suo cane, messo ancor peggio del padrone. L'animale non sarebbe stato certo un problema. Il padrone poi stava a stento in piedi e avrà avuto settant'anni portati pure male. L'unica persona che frequentava la villa con regolarità era una signora di circa 40 anni, probabilmente di origine peruviana, che per cinque giorni alla settimana (dal lunedì al venerdì) faceva visita al padrone. Quasi sicuramente era la domestica perché veniva a orari regolari, sempre dalle 10 alle 13 e spesso entrava con delle buste della spesa e usciva con i sacchi della spazzatura. La donna arrivava a bordo di un'utilitaria e aveva le chiavi della villa. L'anziano usciva tutti i giorni. Almeno due volte per portare il cane a fare una passeggiata nel bosco vicino alla villa. Molto spesso poi faceva dei giretti a bordo del suo vecchio fuoristrada, toccando sempre i soliti luoghi: il cimitero del paese e la chiesa adiacente dedicata a San Patufio e un bar dove spesso s'intratteneva a parlare con alcuni amici che quando lo vedevano l'accoglievano al grido di "ecco la belva". Questo era il quadro che aveva raccolto Antonio Sampieri, detto "Totò" una vita spesa tra le rapine, gli assalti ai portavalori e i furti nelle ville e le patrie galere. Nelle rapine in banca era stato un indiscusso numero uno, ma ormai questo tipo di attività non era più appagante. Troppi sistemi di controllo e rischi eccessivi. Poi, per una rapina in banca ci voleva una banda, una banda seria. La sua era stata all'altezza della sua fama per molti anni, ma uno dei suoi uomini, un infame, lo tradì con la Polizia e Totò fu arrestato una prima volta. Uscito dal carcere si dedicò agli assalti ai portavalori: il primo colpo andò benissimo, il secondo benino, durante il terzo fu arrestato e si beccò pure un proiettile di striscio da parte dei Carabinieri che gli portò via un pezzo d'orecchio. La seconda esperienza in carcere fu chiaramente più lunga ma gli servì per riflettere e capire che col passare degli anni doveva dedicarsi ad attività più leggere: obiettivi facili con rischi bassissimi. Una volta libero, si buttò a capofitto nei furti delle ville isolate, abitate da anziani. Obiettivi facili, facili per uno col suo curriculum. Nella sua attività, però, aveva sempre seguito un codice etico: non fare mai male a nessuno e rubare solo ai ricchi.

La villa nelle vicinanze di San Patufio era il suo prossimo obiettivo. Aveva saputo che ci viveva da solo un anziano signore di origine brasiliana, molto facoltoso, che si chiamava Nelson Oliveira.

Totò sceglieva zone dove non era conosciuto. Studiava prima il territorio in generale e poi l'obiettivo. Osservava con attenzione l'abitazione del suo obiettivo, i suoi gli orari e le abitudini e poi colpiva. Nessuno conosceva Antonio Samapieri a San Patufio e zone limitrofe. Il paese era alle pendici del Monte Scuro ed era frequentato in primavera ed estate da molti turisti per le piacevoli condizioni climatiche e in altri periodi dell'anno per le ricorrenze in onore del Santo che dava il nome al paese. Patufio era stato un frate vissuto alla fine del seicento nella zona dove fece edificare un convento, attorno al quale nacque poi un nucleo abitato. Patufio, una volta morto, fu fatto santo per una serie di miracoli che gli avevano permesso di guadagnarsi con pieno merito l'areola.

Totò decise di colpire il suo obiettivo all'inizio dell'autunno, quando il turismo nella zona era scemato e con esso pure i gruppi di pellegrini che facevano visita al santo. Il cambio di stagione combaciava con quello della ricerca dei funghi porcini che dopo le piogge abbondanti e le seguenti giornate di sole crescevano nei boschi che circondavano il paese e l'abitazione di Nelson Oliveira. Così, fingendosi un cercatore di funghi, Totò batté per una decina di giorni il territorio, passando e osservando con attenzione la villa che voleva svaligiare. Aveva trovato, inoltre, un poggio da dove poteva osservare dall'alto la dimora e prendere nota di tutti gli spostamenti del suo proprietario.

Così, passata l'ondata dei fungaioli, con il bosco che era tornato abitato solo dalla fauna abituale, decise di entrare nella villa. Lo fece un pomeriggio, quando vide uscire il signor Oliveira con la sua auto per recarsi a San Patufio. L'uomo aveva in mano due mazzetti di fiori che aveva raccolto nel suo giardino. Quando usciva così sarebbe andato sicuramente al cimitero dove avrebbe portato un omaggio floreale sulla tomba di una donna, probabilmente la moglie, e un altro nell'adiacente chiesa dove era presente la statua di San Patufio, al quale sembrava essere molto devoto. Un giro del genere avrebbe tenuto l'anziano lontano da casa per almeno un'oretta. Totò aveva calcolato che in meno di mezz'ora avrebbe spazzolato tutto ciò che di prezioso era presente nell'appartamento. Dopo aver visto allontanarsi il vecchio, il ladro si avvicinò alla villa. Prima disinnescò l'allarme e poi entrò nella villa, sfondando una porta posta sul retro che aveva individuato come punto debole dell'abitazione nei giorni precedenti. Da qui gli si aprì la vista su uno splendido salone, al centro del quale era presente, incorniciata, la gigantografia di un calciatore famoso che alzava una coppa. Si avvicinò per capire meglio chi fosse. Era Martinho, leggenda della nazionale brasiliana e di altre squadre, soprannominata la "Belva" per la sua cattiveria in campo. In pochi secondi, Totò, da appassionato, capì di trovarsi a casa di un campionissimo del passato. Ma si rese anche conto che ormai era troppo vecchio per fare il rapinatore, perché non aveva studiato abbastanza il suo obiettivo. Che ci faceva un ricco brasiliano a San Patufio e perché al bar lo chiamavano la "Belva"? Doveva porsi queste domande, era stato uno sprovveduto. Sarebbe bastato un controllo in internet. Martinho, dopo aver chiuso la carriera in Italia, aveva sposato una donna di San Patufio e qui si era stabilito.

Mentre pensava tristemente queste cose, seduto sul divano del salotto di Martinho, sentì aprirsi improvvisamente la porta di casa. Era Nelson Oliveira, rientrato anzitempo a casa perché si era dimenticato di qualcosa. L'ex campione brasiliano, però, aveva capito, dall'allarme disinserito, che qualcuno era entrato nella sua abitazione e si stava dirigendo, urlando "Vieni fuori, figlio di puttana!", verso l'ampio salone. Qui si trovò davanti inerme Totò. Quest'ultimo si vide davanti non più l'anziano signore claudicante che aveva osservato nei suoi sopralluoghi ma una vera belva inferocita. Totò non provò nemmeno a mettersi sulla difensiva quando un primo pugno di Oliveira lo colpì alla mascella e lo fece volare a terra. Provò ad alzarsi per chiarire, anche se non c'era nulla da chiarire, ma il brasiliano si gettò sopra di lui immobilizzandolo e dopo avergli assestato due cazzotti sulle spalle, gli legò le mani dietro la schiena. Poi lo fece alzare e gli domandò: «Hai tre possibilità: ti ammazzo subito, ti torturo o chiamo i Carabinieri? Scegli».

A quel punto, Totò tirò fuori un colpo di genio, uno dei tanti guizzi che nella sua carriera criminale l'avevano tirato fuori dai guai.

«Ti chiedo scusa, Martinho, anche se tu devi chiedere scusa a me. Ero venuto a riprendermi quello che mi hai rubato».

«Che cazzo dici, figlio di puttana, guarda che ti torturo subito» disse la "Belva" sempre più arrabbiata.

«Prima di passare in sala torture, ti voglio ricordare una partita – rispose Totò – finalissima di coppa Libertadores tra Botafogo e Vélez Sarsfield. Tu, giocavi nel Botafogo, io ero solo un bambino e tifavo Vélez, passione che mi aveva trasmesso mio nonno che era emigrato in Argentina da bambino ed era poi tornato in Italia. La vittoria andò al Botafogo grazie a un tuo gol su rigore al novantesimo. Un rigore scandaloso dato dall'arbitro ecuadoregno Batariaga, che anni dopo fu arrestato perché coinvolto in una serie di partite truccate. Avevo solo sei anni, dopo aver letto il resoconto piansi per una settimana. Ero solo un bambino. E tu, dopo il rigore, ti mettesti a ridere di gusto per irriderci davanti alle telecamere».

Totò si ricordava dell'episodio perché glielo aveva raccontato Gaston, un cittadino ecuadoregno che aveva conosciuto in carcere. Gaston era venuto in Europa per scappare alla giustizia del suo paese, ma una volta giunto in Italia si era dedicato al traffico internazionale di armi ed era stato arrestato. Con Totò erano stati compagni di cella per due anni.

Il ladro guardò con attenzione Martinho, la carta della disperazione che aveva buttato sul tavolo sembrava aver placato l'ira della "belva". A quel punto, capì che doveva approfittare dello smarrimento dell'ex campione e giocò un jolly.

«Prima di venire qui, sono andato nella chiesa di San Patufio, per chiedere anticipatamente perdono al Santo per quello che stavo per fare. Volevo entrare a casa tua per riprendermi la medaglia di quella maledetta Libertadores. Ora picchiami, torturami o ammazzami, anche i Carabinieri sarebbero troppo poco» disse Totò in una delle migliori sceneggiate della sua vita.

Passarono due interminabili minuti di sguardi tra i due uomini. Poi, Martinho si alzò di scatto e Totò pensò: «ora mi ammazza». Invece, il vecchio campione si alzò, andò a rovistare in un baule e tirò fuori la medaglia di quella Libertadores.

«Tieni – disse Nelson Oliveira – è tua! Quella partita fu un furto, l'arbitro era comprato. Batariaga era molto facile da corrompere».

Totò scoppiò a piangere, commosso, più che dal gesto dell'ex giocatore, dal pericolo scampato.I due si abbracciarono, in fondo la "belva" era un duro dal cuore tenero.

«Ora, però, andiamo insieme da San Patufio. Io per chiedere scusa di quello che stavo per fare, non ti avrei ammazzato ma gonfiato di botte sì - esclamò Martinho, ridendo di gusto – e tu perché non si ruba».

«Benissimo!» rispose con entusiasmo Totò.

Una volta saliti sul fuoristrada, Martinho iniziò a parlare dell'argomento preferito dai vecchi campioni: le partite giocate, i compagni, gli avversari. Fino a quando non arrivò a quel Vélez Sarsfield che contese la Libertadores al Botafogo.

«Un tifoso come te si ricorderà benissimo la formazione – disse Nelson dando di gomito a Totò – dai, sputa fuori i nomi. Il capitano era quel gran figlio di buona donna di Gutierrez, "el loco". Quante botte ci siamo dati. La vedi questa cicatrice che ho sul collo? Me la fece lui con un morso».

A quel punto, Antonio Sampieri capì di non avere scampo. Rimase in silenzio per un po', poi guardò Martinho. Il suo volto prima sorridente e amichevole, si stava pietrificando come quando l'aveva trovato nel salone della villa.

«Sputa fuori i nomi!» L'incalzò Nelson

Erano ormai prossimi alla chiesa di San Patufio e forse il Santo venne in soccorso di Totò. Un malore, molto meglio delle inevitabili mazzate della "belva", colpì il ladro.

Martinho lo soccorse e lo portò all'ospedale più vicino dove fu salvato. Totò aveva avuto un ictus le cui conseguenze gli arrecarono un'afasia.

Nelson Oliveira si fece carico della sua situazione e l'ospitò nella sua abitazione. Totò guarì grazie alle cure di Martinho e della domestica, che ora veniva tutti i giorni, ma continuò a far finta di non aver riacquistato l'uso della parola.

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