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Cinque poesie sul pallone: Leopardi, Montale, Spaziani, Porta, De Angelis

Sarà per quella sua forma, così simile alla Terra, così elementare e allo stesso tempo rivoluzionaria, così democratica, secondo Re Artù. Sarà per quello che rappresenta e per quello che nasconde, per quello che propone e che promette, ma il pallone è quanto più vicino alla poesia ci possa essere.

Anche chiamarlo così, "pallone", è una scelta poetica, a suo modo. Non sfera, troppo tecnica, neanche cuio, troppo materiale. Non calcio, troppo ufficiale, neanche football, troppo inglese. Pallone. Che è un po' infanzia, rimpianto, nostalgia, possibilità. Tempo in cui tutto era possibile. Tempo in cui brillare, in cui piangere, in cui crescere. Ed è proprio di quello che parlano le poesie sul pallone, che forse non saranno sempre poesie sul calcio, ma poco ci manca.

Ne abbiamo scelte cinque, lasciando in pace per una volta Umberto Saba (di cui ha scritto qui per noi Marco Fontanelli) e anche Giovanni Raboni. Lasciando in pace tutti quei nomi da sempre legati al calcio. Per tornare al pallone. A partire dal primo che ne ha parlato: Giacomo Leopardi.

Giacomo Leopardi

 A un vincitore del pallone – Giacomo Leopardi

Di gloria il viso e la gioconda voce,
Garzon bennato, apprendi,
E quanto al femminile ozio sovrasti
La sudata virtude. Attendi attendi,
Magnanimo campion (s'alla veloce
Piena degli anni il tuo valor contrasti
La spoglia di tuo nome), attendi e il core
Movi ad alto desio. Te l'echeggiante
Arena e il circo, e te fremendo appella
Ai fatti illustri il popolar favore;
Te rigoglioso dell'età novella
Oggi la patria cara
Gli antichi esempi a rinnovar prepara.

Del barbarico sangue in Maratona
Non colorò la destra
Quei che gli atleti ignudi e il campo eleo,
Che stupido mirò l'ardua palestra,
Né la palma beata e la corona
D'emula brama il punse. E nell'Alfeo
Forse le chiome polverose e i fianchi
Delle cavalle vincitrici asterse
Tal che le greche insegne e il greco acciaro
Guidò de' Medi fuggitivi e stanchi
Nelle pallide torme; onde sonaro
Di sconsolato grido
L'alto sen dell'Eufrate e il servo lido.

Vano dirai quel che disserra e scote
Della virtù nativa
Le riposte faville? e che del fioco
Spirto vital negli egri petti avviva
Il caduco fervor? Le meste rote
Da poi che Febo instiga, altro che gioco
Son l'opre de' mortali? ed è men vano
Della menzogna il vero? A noi di lieti
Inganni e di felici ombre soccorse
Natura stessa: e là dove l'insano
Costume ai forti errori esca non porse,
Negli ozi oscuri e nudi
Mutò la gente i gloriosi studi.

Tempo forse verrà ch'alle ruine
Delle italiche moli
Insultino gli armenti, e che l'aratro
Sentano i sette colli; e pochi Soli
Forse fien volti, e le città latine
Abiterà la cauta volpe, e l'atro
Bosco mormorerà fra le alte mura;
Se la funesta delle patrie cose
Obblivion dalle perverse menti
Non isgombrano i fati, e la matura
Clade non torce dalle abbiette genti
Il ciel fatto cortese
Dal rimembrar delle passate imprese.

Alla patria infelice, o buon garzone,
Sopravviver ti doglia.
Chiaro per lei stato saresti allora
Che del serto fulgea, di ch'ella è spoglia,
Nostra colpa e fatal. Passò stagione;
Che nullo di tal madre oggi s'onora:
Ma per te stesso al polo ergi la mente.
Nostra vita a che val? solo a spregiarla:
Beata allor che ne' perigli avvolta,
Se stessa obblia, nè delle putri e lente
Ore il danno misura e il flutto ascolta;
Beata allor che il piede
Spinto al varco leteo, più grata riede.

Le presentazioni, stavolta, le saltiamo. Andiamo invece dritti al cuore della poesia. Composta nel 1821, siamo lontani ancora più di settant'anni dalla prima squadra di calcio italiana (il Genoa Cricket and Football Club, fondato il 7 settembre 1893, e ancora di più dal primo campionato ufficiale (nel 1898). Questa poesia di Leopardi, infatti, è dedicata al nonno del calcio: il pallone col bracciale, a sua volta parente stretto della pallacorda, quella del giuramento, della Rivoluzione francese e della presa alla Bastiglia, sì.

Qualche rapida regola sul pallone col bracciale: si gioca su un campo rettangolare, spesso affiancato da un muro di ribattuta, con una palla di cuoio e un pesante bracciale di legno, dotato di punte e indossato sul braccio destro. Le squadre sono composte da tre giocatori (battitore, spalla e terzino) nei campi con muro, o da quattro (aggiungendo un secondo terzino) nei campi alla lizza. Il gioco inizia con il lancio del "mandarino", che offre al battitore la palla con precisione. La squadra segna punti se l'avversario non riesce a rispondere al colpo o manda la palla fuori campo. I colpi validi includono la volata (palla oltre la metà campo avversaria non raccolta) e quelli a rimbalzo.

Il "garzon bennato" di cui parla Leopardi è il famoso Carlo Didimi da Treia, che all'epoca aveva un ingaggio che oggi definiremmo da top player: non meno di 600 scudi romani. Pallonista, ma anche mazziniano e carbonaro, era per Leopardi un esempio di perfezione, fisica e morale. Quasi un eroe, paragonato nella poesia a un guerriero.

Eugenio Montale

 Felicità raggiunta – Eugenio Montale

Felicità raggiunta, si cammina
per te sul fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla,
al piede, teso ghiaccio che s'incrina;
e dunque non ti tocchi chi più t'ama.

Se giungi sulle anime invase
di tristezza e le schiari, il tuo mattino
è dolce e turbatore come i nidi delle cimase.
Ma nulla paga il pianto del bambino
a cui fugge il pallone tra le case.

Partiamo con una confessione: questa non è una poesia sul calcio. I rapporti stessi tra Montale e calcio sono oscuri, difficili da ricostruire. Il poeta, a chi gli chiedeva per quale squadra tenesse, rispondeva piccato:

"Non tifo per nessuna squadra. Non ho mai visto un incontro di calcio e sono assolutamente contrario ad ogni forma di campanilismo, ivi compreso quello sportivo".

Curioso il fatto che l'unica poesia in cui Sandro Penna parla di calcio è proprio quella dedicata a Montale. E infatti la storia di un Montale non tifoso non convince Luciano Bianciardi, suo collega, che dalle pagine del Guerin Sportivo precisò:

"Montale è un enorme bugiardo: non è vero che non abbia mai veduto un incontro di calcio, e che sia contrario a ogni forma di campanilismo. Guarda la partita, alla televisione, tutte le domeniche, e aspetta con ansia il risultato del Genoa, perché è tifoso genoano incallito".

La questione, insomma, è complessa. Ma proviamo a tornare un attimo alla poesia. Una poesia bellissima, che parla della felicità, della difficile felicità umana. Fugace, precaria, illusoria. Paragonata al camminare su una lama tagliente o su una sottile lastra di ghiaccio, assimilata a una luce fioca, debole, che rischia di spegnarsi con un soffio di vento. Una felicità che non è mai realmente posseduta, e sarebbe d'accordo con lui Leopardi, e che si scontra spesso con la delusione, il rimpianto. Per spiegare tutto questo Montale sceglie un'immagine potentissima: quella del bambino che gioca per strada, sull'asfalto o sulla ghiaia, sul brecciolino, tra le macchine posteggiate, tra le mura di recinzione che in cima non avranno cocci aguzzi di bottiglia ma sono comunque invalicabili. E mentre si gioca si è felici, con quel pallone tra i piedi, pronto a entrare in rete. Quel pallone che però può anche perdersi, e finché è sotto la macchina in qualche modo si riprende, ma quando si perde tra le case, allora è veramente finita la partita. E la felicità.

Maria Luisa Spaziani

 La partita – Maria Luisa Spaziani

"Vorrei che quel pallone non toccasse
terra, fuggisse per azzurre vie…"

Tumultuano i tifosi. Io rimango
statua di ghiaccio. Nulla in me si muove.

Calcio che pompi splendide energie
certo da Dio destinate altrove

E torna di nuovo Montale in questa poesia di Maria Luisa Spaziani, poetessa e traduttrice, docente universitaria, amica dell'autore di Meriggiare pallido e assorto. I due si conobbero nel gennaio del 1949, durante una conferenza a Torino, e nacque una profonda amicizia, nonché un forte rapporto intellettuale.

Secondo Surdich, autore della raccolta "Il calcio è poesia", il distico che apre la poesia sul calcio di Spaziani sarebbe una citazione di Montale. L'autrice da quindi voce ancora una volta alle sensazioni del poeta ligure, che viene richiamato anche dalla "statua di ghiaccio" della strofa successiva, così simile alla "statua nel meriggio sonnolento" della poesia sul male di vivere.

Spaziani non partecipa alla bolgia in cui si ritrova. I tifosi tumultuano, lei rimane indifferente. La divina indifferenza ancora di Montale. Non si smuove nulla in lei, né fremito, né emozione, né timore. Anzi, forse un po' di rabbia, per tutte quelle splendide energie, in campo e sugli spalti, che Dio, dice, ha certo pensato per altri scopi.

Milo De Angelis

 Caramelle di menta – Milo De Angelis

Da quanto tempo non entravo al Centro Schuster,
da quanto tempo non sentivo le frasi sconnesse e favolose
di Drino Danilovic, il primo allenatore,
con il berretto a visiera, quello che accarezzava la porta
con il suo fazzoletto di cotone e con una vampata
di parole folgorava gli ippocastani.
«Mister, lei è ancora qui, nel campo a nove giocatori,
è ancora qui con lo stesso taccuino e la stessa matita».
«Sono sempre stato qui e ti aspettavo, ragazzo.
Ma tu? Sei rimasto l'inquieto pulcino
che correva sulla fascia e poi tremava? Oppure sei riuscito
a far pace con la vita?». «Mister, non lo so, ma sono qui,
sono tornato per saperlo».
«Sono soltanto tre, posso dirtelo, le regole del bene,
soltanto tre: portare il pallone nel soffio
della prima altalena, portare ogni dribbling in un balletto
astrologico, trovare in una stella
l'attimo giusto per il calcio di rigore».

Il calcio come un'infanzia, o meglio un'adolescenza: una ricerca di ciò che si è. Così lo leggiamo nella poesia di Milo De Angelis, poeta, critico e traduttore milanese, classe 1951. La sua poesia è leggera, piena di sospensioni, di interruzioni, di discorsi diretti. È una poesia di "ossessioni", per ammissione dello stesso De Angelis. E tra queste ossessioni c'è il calcio (e in questo articolo Gianni Montieri usa la sua poesia per parlare di un gol di Mertens). Il poeta immagina di tornare al Centro Schuster, lì dove da bambino aveva giocato, e di incontrare il mitico primo allenatore, mister Drino. Sicuramente non c'è più eppure è lì, nella poesia e nel campo, e lo aspetta. È rimasto immobile, ad aspettare. Chi invece non è rimasto fermo è il poeta, che da bambino è diventato uomo e forse non trema più una volta arrivato alla fine della fascia. Un uomo che forse è riuscito a far pace con la vita.

Milo De Angelis non lo sa, anzi è tornato lì per saperlo. Si torna sempre dove si è stati felici e dove si è stati bambini quando si deve rispondere a qualche domanda. E mister Drino, che ora più che un allenatore diventa un aruspico, un veggente, un vecchio saggio, gli parla di tre regole del bene. Leggeteci quello che volete. Io ci vedo la ricerca del bello, la capacità di cogliere l'attimo, la leggerezza della vita, il saper trovare l'opportunità della felicità. 

Antonio Porta

 Nel principio della notte, autunno - Antonio Porta

nel principio della notte, autunno
il cuoio del pallone luccica
i ragazzi lo calciano tra gli alberi
con occhi di gatto lo ritrovano
così continuano a giocare
tracce luminose
8.11.1982

Ha 47 anni, Antonio Porta, quando scrive questa poesia. L'anno è il 1982, che nel calendario del calcio vuol dire soprattutto Italia campione del Mondo. Non si può smettere di giocare a pallone, quell'anno. Si gioca sempre. D'estate è facile, d'autunno più difficile, ma che importa. I ragazzi continuano a giocare. Ci sono ancora i fanciulli di Saba, il Milo De Angelis ragazzo, il bambino che piange di Montale. È un mondo antico quello del calcio, in cui si cresce e si esplora. In cui si diventa grandi magari, in cui si brilla, si è luminosi. Luminosi di gioia a e di speranza, di felicità e di passione. Una luminosità che può regalare solo il pallone. 

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