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Antonio Cassano: l’eterno Peter Pan

La rubrica di libri, calcio e biografie ci porta a parlare oggi di uno dei fenomeni più discussi e polemici del nostro calcio: Antonio Cassano, il bambino di Bari vecchia con una carriera di rimpianti e giocate pazzesche.   

Dico tutto. E se fa caldo gioco all'ombra

Casa editrice: Rizzoli

Prima edizione: novembre 2008

Numero di pagine: 188

«Dico tutto. E se fa caldo gioco all'ombra»: ecco qui Antonio Cassano. Basta il titolo per descrivere quello che, probabilmente, è stato il miglior talento italiano sprecato, purtroppo, degli ultimi venti anni. «Chissà cosa avrebbe potuto fare e vincere se solo avesse avuto la testa…». Più volte è stata detta questa frase in riferimento al talentino di Bari Vecchia, perché Cassano di qualità ne aveva, e anche tante. Tuttavia, nonostante il suo carattere impulsivo, ribelle e poco dedito alla professionalità, che spesso lo ha portato a fare sbagli anche piuttosto ingenui, e talvolta pure ilari (le ormai celebri "cassanate"), Cassano ha comunque vestito alcune tra le più prestigiose maglie del panorama calcistico europeo, su tutte: Roma, Real Madrid, Milan, Inter. Non vanno poi dimenticate le parentesi al Bari, alla Sampdoria, al Parma e all'Hellas Verona (la parentesi con la maglia degli scaligeri, tuttavia, terminò ancor prima dell'inizio della stagione ufficiale), piazze meno blasonate ma comunque con una storia calcistica importante.

E se Antonio Cassano fosse proprio questo? Proviamo quindi a osservare la questione dal punto di vista diametralmente opposto. Se, invece di chiederci «chissà cosa avrebbe potuto fare e vincere se solo avesse avuto la testa…», ci chiedessimo «sarebbe stato ugualmente lo stesso giocatore geniale e funambolico, se avesse avuto un carattere diverso, magari più professionale?», quale risposta potremmo trarre? Questa è la principale domanda che mi è sorta leggendo questo libro, e che al tempo stesso rivolgo anche a tutti voi lettori.

In apertura di articolo ho detto che la personalità di Antonio Cassano è descritta alla perfezione dal titolo della sua autobiografia che, ricordo, è stata scritta dalla penna del giornalista Pierluigi Pardo, peraltro grande amico di Cassano. Qui di seguito proverò quindi a motivarvi la mia affermazione.

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«Dico tutto», la prima parte del titolo recita così. E Cassano, in effetti, dice tutto in questo libro, senza peli sulla lingua, come ha sempre fatto nello spogliatoio, in campo e davanti alle telecamere. Genuino. Vero, Istintivo. Questi sono alcuni degli aggettivi che possono essere attribuiti ad Antonio, perché, se è vero che, come da lui stesso ammesso nel libro, molte volte ha esagerato nell'esprimere un suo stato d'animo – come nei numerosi casi in cui si è levato la maglia, l'ha lanciata in faccia a qualcuno (per esempio al mister di turno) e se ne è andato al grido di «allora gioca tu!»–, è pur vero che le sue reazioni sono sempre state in linea con la sua personalità, mai conformi al politically correct. Antonio Cassano è quello che alla presentazione ufficiale al Real Madrid si è presentato con un giacchetto in pelle decisamente fuori luogo per l'occasione. Se si fosse presentato in smoking, probabilmente avrebbe fatto una figura migliore, ma non sarebbe stato il vero Cassano. E nel libro lui sembra voler dire proprio questo: «io sono Cassano, e sono così. Piaccia o non piaccia».

«E se fa caldo gioco all'ombra». La seconda parte del titolo porta inevitabilmente la mente a quella famosa frase pronunciata dallo spartano Dienece, come riportato dallo storico Erodoto, («Bene, allora combatteremo all'ombra») quando si temeva che il potente impero persiano nel 480 a.C. potesse coprire la luce del sole con la grande quantità di frecce scagliate dai propri guerrieri e pertanto sconfiggere l'oppositrice città di Sparta. Chissà se Pardo e Cassano si sono realmente ispirati a questa famosissima citazione, resa ancor più celebre dal film 300 del regista Zack Snyder, uscito in Italia nel marzo 2007. Ma per quale motivo, a mio avviso, esiste un parallelismo tra due argomenti così distanti tra loro? Innanzitutto, molto semplicemente per la grande somiglianza nella costruzione delle due frasi; in secondo luogo, credo che entrambe mettano in risalto tratti caratteriali come la sfrontatezza e la noncuranza del pericolo, che potremmo chiamare anche incoscienza. Naturalmente stiamo parlando di due ambiti diversi, estremamente diversi, però credo che comunque, mettendo in relazione le due citazioni, possiamo trarne degli spunti interessanti. Nel caso dello spartano, le sue parole denotano una certa sfrontatezza nei confronti dei più forti nemici persiani, probabilmente perché era consapevole della propria preparazione nell'ars bellica, visto che quest'ultima era una disciplina basilare della società spartana; inoltre, segnalano una certa incoscienza, una noncuranza del pericolo, perché lo spartano sapeva quanto fosse pericoloso schierarsi contro il re persiano Serse I. 

Per quanto riguarda Cassano, invece, la sua sfrontatezza, la sua sicurezza delle proprie qualità tecniche, la sua consapevolezza di essere bravo a giocare a calcio, possiamo ritrovarle nel corso di tutta la sua carriera. Questi aspetti del suo carattere gli hanno permesso di farsi strada fin da giovane nel mondo dei grandi, ma spesso lo hanno anche portato ad eccedere in alcuni comportamenti e quindi a peccare di presunzione e superbia. L'incoscienza, al tempo stesso, l'ha accompagnato per gran parte della sua carriera calcistica. Nell'autobiografia, Cassano ripercorre soltanto il periodo che va dal 1999 al 2008, e confessa che già in quegli anni, i primi da calciatore professionista, commise alcune leggerezze, o meglio "cassanate", frutto del suo carattere istintivo che spesso non teneva conto delle possibili conseguenze future. Ne cito un paio. Nel libro, Cassano racconta di quando era alla Roma con mister Fabio Capello e, dopo un paio di partite in cui era rimasto a sedere in panchina, per protesta non si presentò all'incontro successivo. Rimase a casa per un paio di giorni e si fece vedere a Trigoria soltanto il martedì alla ripresa degli allenamenti. Cassano aveva agito di impulso, quasi a ripicca, senza tener conto delle conseguenze; tuttavia, il martedì si accorse di aver commesso un errore. Il secondo episodio riguarda il suo periodo a Madrid. L'esperienza di Cassano al Real Madrid non andò bene non tanto per le sue qualità tecniche, bensì per il suo atteggiamento poco professionale: tante feste, alimentazione sregolata, tante notti in bianco, pochi allenamenti. È un po' come se Cassano a Madrid si fosse ritrovato in una realtà più grande di lui (popolarità e fama dovuta dal fatto di giocare nel club più importante al mondo), e non avesse saputo regolarizzare il suo stile di vita in modo tale da poter rendere in modo ottimale quando si trattava di giocare a pallone, neppure nel momento in cui sulla panchina madrilena arrivò Fabio Capello, sua ex conoscenza ai tempi della Roma. L'avventura di Cassano con la casacca blanca, infatti, durò appena un anno, condita da appena 29 presenze e 4 gol.

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Erano giunti insieme al Barcellona per risollevare le sorti del club. Non si erano scelti, ma solo trovati per volere del presidente cinese Zhao Ling, da pochi mesi presidente del club catalano che aveva salvato dal fallimento.

Nel libro, Cassano sottolinea più volte di essere nato due volte. La prima il 12 luglio 1982, quando sua mamma Giovanna lo detto alla luce; la seconda il 18 dicembre 1999, ovvero il giorno in cui il mondo calcistico si accorse di Antonio Cassano. Fu in quella sera di dicembre che il Bari vinse 2-1 contro l'Inter, proprio grazie ad un gol di Antonio Cassano. Quel gol, che vi invito ad andare a rivedere, racchiude tutta l'essenza del talentino di Bari Vecchia: fantasia, tecnica, sfrontatezza e incoscienza. Un ragazzo di appena 17 anni aveva appena conquistato i cuori di tutta Bari. Cassano stesso, di fatto, nel libro ammette di aver pescato un jolly in quella partita segnando quel gol. Senza quella rete, chissà cosa avrebbe riservato il futuro per il ragazzo cresciuto tra le vie di Bari Vecchia…

Peter Pan. Così lo soprannominò il radiocronista della Roma Carlo Zampa, che era solito dare un soprannome ai giocatori in maglia giallorossa. Cassano era un po' come un bambino che non voleva crescere, che amava giocare, scherzare e godersi la vita. Fu così che nacque il suo soprannome. Oltre a questo aneddoto, uno dei tanti trattati nel libro, Antonio si sofferma a parlare di molti temi, tra cui: il suo amore per Roma e per l'AS Roma; il suo rapporto di amicizia "litigarella" con Francesco Totti fuori dal campo e il loro incredibile feeling sul campo; i continui litigi con allenatori e presidenti; l'esperienza fallimentare al Real Madrid; la rinascita con la maglia della Sampdoria; le plurime "cassanate"; l'amore per le donne e per il cibo.

Cassano non poteva poi chiudere il proprio libro in modo banale. Proprio no. Infatti, ci ha regalato qualche paragrafo extra, come: la sua playlist musicale; la spiegazione dei suoi tatuaggi; il significato di alcuni termini in barese; infine, ma non per importanza, la ricetta dei panzerotti, che lui tanto ama.

L'autobiografia di Antonio Cassano, essendo uscita nel 2008, si è fermata agli inizi della seconda fase della sua carriera, che lui stesso ha definito il periodo più felice perché, dopo aver ritrovato la voglia di allenarsi e di giocare a calcio con la maglia della Sampdoria, mise anche la testa a posto trovando il vero amore in Carolina. Cassano avrebbe poi continuato a giocare a calcio da professionista per altri dieci anni, ritirandosi ufficialmente il 13 ottobre 2018.

Marco Fontanelli

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