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Venezuela, come sta reagendo il mondo dello sport all'arresto di Maduro

Dall'attacco USA ai messaggi degli atleti: baseball fermo, calcio prudente e paura di esporsi. 

Il Venezuela è entrato in una delle fasi più drammatiche e controverse della sua storia recente dopo l'operazione militare statunitense che ha portato all'arresto di Nicolás Maduro. L'intervento, celebrato con toni epici da Donald Trump subito dopo aver condiviso sui social la foto dell'ex presidente in manette, è un chiaro caso di violazione del diritto internazionale e della sovranità di uno Stato, l'ennesimo esempio dell'ingerenza degli USA non sono in America Latina ma anche nel resto del mondo.

L'attacco, ovviamente, ha avuto effetti immediati sulla sicurezza interna, sulle libertà civili e sulla vita quotidiana del Paese, proiettando il Venezuela in una nuova condizione di incertezza e tensione. Anche lo sport, inevitabilmente, è stato travolto dagli eventi. Il baseball, disciplina più popolare e radicata nel Paese, è stato il primo a fermarsi. La LVBP, la Liga Venezolana de Béisbol Profesional, ha sospeso le partite previste per sabato 3 gennaio, cancellato una fase cruciale dei playoff e annunciato, attraverso il presidente Giuseppe Palmisano, che l'eventuale ripresa della stagione sarà valutata "giorno per giorno" in base all'evoluzione della sicurezza nazionale. Come riportato da Mundo Deportivo, il clima di instabilità coinvolge anche il ciclismo: la Vuelta al Táchira, una delle competizioni più tradizionali e sentite del Venezuela, in programma dal 9 gennaio, è seriamente a rischio. Nessuna conseguenza immediata, invece, per il calcio, dal momento che la Liga FUTVE si è conclusa a dicembre con il titolo conquistato dall'Universidad Central.

Sul piano mediatico, però, alcune voci del giornalismo sportivo internazionale hanno scelto di intervenire con toni molto netti. Roberto Gómez Junco, storico analista di ESPN, ha commentato l'azione statunitense parlando di "i soliti vecchi trumpianismi per cercare di normalizzare l'inspiegabile e spiegare l'ingiustificato". Ancora più profonda la riflessione di David Faitelson, volto di TUDN, che ha invitato a ridimensionare qualsiasi dibattito sportivo di fronte a quanto accaduto: "Vedo molte persone impegnate o preoccupate per la Coppa del Mondo o per le Olimpiadi, per il ruolo della FIFA o del CIO di fronte agli eventi politici internazionali di questa mattina. Con tutto il rispetto, oggi questo non ha alcuna importanza. Ciò che è in gioco qui è il destino degli esseri umani, delle famiglie, delle libertà, dei diritti e della speranza di una vita dignitosa".

Dal mondo degli atleti sono arrivate reazioni soprattutto attraverso i social, spesso con messaggi emotivi e simbolici. Eduardo Bello, attaccante dell'Universidad Católica in Cile e della nazionale venezuelana, ha condiviso immagini dei festeggiamenti in piazza dopo la cattura di Maduro, accompagnandole con la frase "Venezuela, andrà tutto bene!". L'ex difensore Gabriel Cichero, con un passato tra Newell's Old Boys e anche in Italia, sponda Lecce, ha parlato di unità e rinascita: "Il cambiamento inizia in Venezuela . Uniamoci tutti e abbracciamo un Paese che ha bisogno di unità. Mentalità vincente". Più essenziale il messaggio del portiere della nazionale José David Contreras Verna, che su Instagram ha scritto semplicemente "Viva Venezuela libre".

Anche fuori dal calcio sono arrivati segnali di vicinanza. Il pilota di Formula 1 Sergio Pérez, molto seguito e amato in Venezuela, ha pubblicato un messaggio di solidarietà: "Siete la prova che la fede non si perde mai. Le mie preghiere sono con tutti voi. Venezuela libero". Il canoista venezuelano Cristian Toro ha invece sottolineato il clima di censura che da anni circonda lo sport nel Paese: "Stiamo vedendo come veniamo messi a tacere, come non ci è permesso parlare di certe questioni; a seconda di ciò che dici, vieni etichettato". Tra i più diretti, il golfista professionista Jhonattan Vegas ha scritto: "Lunga vita al Venezuela, carajo!".

Le parole più dure sono arrivate da alcune figure simbolo del calcio venezuelano. José Manuel Rey, ex bandiera della Vinotinto ed ex difensore del Colo Colo, ha commentato con ironia politica: "Tempismo perfetto! Festeggiamo questo 10 gennaio", pubblicando un video in cui Trump balla, in riferimento all'insediamento di Maduro. Ancora più esplicito Juan Fernando Arango, leggenda della nazionale e volto storico anche del calcio europeo, che su Instagram ha scritto: "Cayo el hijo de p**a, si volveremos!!!".

Nonostante queste prese di posizione, il dato più evidente resta il silenzio della maggioranza degli sportivi venezuelani. Un silenzio che non è indifferenza, ma paura. Paura di ritorsioni, di conseguenze personali, di mettere a rischio familiari che vivono ancora in Venezuela. Paura di parlare in un contesto in cui anche una frase può diventare un atto politico pericoloso. 

E anche questo silenzio, oggi, racconta molto di ciò che sta vivendo il Paese. 

A raccontare meglio di ogni analisi la complessità emotiva che attraversa oggi lo sport venezuelano è la testimonianza di Barbara "Chama" Sánchez, calciatrice dell'Universidad de Chile, che ha parlato ai microfoni di Radio DNA nelle ore successive alla cattura di Nicolás Maduro. Le sue parole restituiscono tutta l'ambiguità di un momento vissuto tra sollievo e paura: "Non sappiamo se tutto andrà bene, se tutto andrà peggio, non abbiamo garanzie", ha spiegato, ricordando di non poter vedere la propria famiglia dal 2019. "È stata dura, ma uno lotta giorno dopo giorno". La distanza, per molti atleti venezuelani all'estero, non è solo geografica ma emotiva: "Io ho tutta la mia famiglia in Venezuela, è molto difficile la preoccupazione, l'angoscia. Noi siamo qui, tranquilli, ma loro no".

Sánchez ha riferito anche il racconto della madre nelle ore dell'intervento militare statunitense: "Ci hanno svegliato i rumori degli aerei, non avevamo mai vissuto nulla del genere". Un dettaglio che riporta il conflitto dalla dimensione politica a quella quotidiana, domestica, familiare. La calciatrice non nasconde la confusione emotiva di queste ore. "Non so se ero felice o triste. È dura", ha ammesso, pur comprendendo i festeggiamenti di parte del Paese: "So che i miei compatrioti stanno festeggiando, molti, e in modo genuino, perché vivo nella carne stare lontano dalla mia famiglia. Ma ho questa preoccupazione di sapere cosa succederà là, se tutto andrà a finire bene o peggiora".

Nel passaggio più intenso della sua testimonianza, Sánchez mette a fuoco il nodo centrale che attraversa oggi il Venezuela: "Sono molte emozioni che si incrociano in questo momento. Oggi non mi sento felice, anche se potrei dire che 'sono felice' perché hanno portato via Maduro. Infatti è stato un dittatore, ne abbiamo passate tanteQuesto non significa che noi siamo liberi, per me non è così".

Parole che spiegano perché, nel mondo dello sport venezuelano, il silenzio resti spesso la scelta più diffusa. Perché dietro ogni messaggio, ogni esultanza o ogni prudenza, c'è una famiglia, una casa, un Paese che ancora oggi non offre certezze.

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