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Tempo effettivo nel calcio: una soluzione realizzabile?

 "Ci sono state tante perdite di tempo, la soluzione sarebbe quella del tempo effettivo" dichiarava Spalletti in sala stampa dopo il pareggio del suo Napoli con l'Hellas Verona, che rischiava di mandare il Milan in vetta alla classifica di Serie A.

Ed era stato proprio l'allenatore del Milan, Stefano Pioli, a proporre la stessa questione nel post gara di Juve-Milan del 19 settembre scorso: se si giocano 48 minuti di gioco effettivo in un big match, sosteneva il mister emiliano, è normale che in campo europeo si faccia fatica.

Napoli e Milan, in quanto "prime della classe" si sono guadagnate il diritto di essere guardate e ascoltate proprio perché vincenti (almeno per ora): peraltro, non c'è dubbio che siano le due squadre che in questo momento si avvicinano di più al calcio internazionale.

Davvero, allora, esiste un problema legato al tempo effettivo in Italia? Potremo mai arrivare a sport come il basket o la pallanuoto, nei quali il cronometro viene fatto scorrere solamente quando la palla è in gioco?

La questione è aperta, e non di immediata risoluzione. Il Derby milanese di domenica scorsa è stato elogiato da molti addetti ai lavori proprio perché si è giocato tanto, anche grazie alla gestione della partita dell'arbitro Doveri: pochi falli, pochi gialli, poche proteste e maggiore spettacolo.

Eppure, se si guarda alla statistica, il campionato italiano non è poi così diverso dai principali concorrenti d'Europa. Uno studio del CIES Football Observatory, organizzazione che si occupa di ricerche sui dati del calcio, ha recentemente mostrato come nei nostri campi la palla resti in gioco per circa 60 minuti, con risultati persino leggermente superiori rispetto a Liga, Bundesliga e Premier League. Ci sarebbe da chiedersi, dunque, se le lamentele sulle perdite di tempo siano davvero fondate.

Tuttavia, come si gioca in Italia? Maestre nel "gioco da dietro" (o della versione nostrana, il palleggio tra centrali di difesa), le squadre italiane sembrano vittime di un ritmo e un'intensità più bassi rispetto a quelli tenuti in Spagna, Germania e Inghilterra. Il problema non sarebbero, quindi, le proteste o i finti infortuni, ma il fatto che sia la palla ad andare molto più lenta.

Se questo è vero, è pur vero che altri sport mostrano una spettacolarità che il tempo effettivo non fa altro che aumentare. Per credere, basti guardare una partita di basket, in quei finali al cardiopalma pieni adrenalina, tattica di squadra e talento individuale. Dove il risultato si gioca su chi è più bravo, non su chi riesce a guadagnare tempo con un'astuzia in più. I tempi per il rilancio infiniti, i crampi di fine partita, i colpi sul naso, una palla allontanata, una protesta di troppo: tutti meccanismi che, forse, possono chiamare gli applausi dei propri tifosi, ma generano le proteste degli avversari e la stanchezza di chi è appassionato.

Il calcio riuscirà a fare mai questo passo? Per arrivare a cronometrare solamente il tempo in cui la palla è in gioco, ci sarebbe bisogno di una rivoluzione che non si intravede all'orizzonte: bisognerebbe pensare a tempi più brevi, rinunciare ai 90 minuti complessivi, abituarsi a un gioco totalmente diverso.

È certo che il calcio va evolvendosi ogni giorno in più, aprendosi agli altri sport. Se "il calcio è di tutti", dovrà imparare a ripensare sé stesso, cercando di essere più divertente proprio per chi lo ama, i tifosi. Più azioni, più tiri, meno perdite di tempo, soprattutto nelle fasi finali.

"Gli spettatori vogliono azione". Lo disse, pochi anni fa, un uomo che il calcio l'ha cambiato col suo talento, Marco Van Basten. Che il "Cigno di Utrecht" abbia visto, di nuovo, nel futuro?

di Andrea Sciretti 

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