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Si stava meglio quando si stava peggio? Ridateci il numero chiuso di stranieri

Riflessione-provocazione: è tutta colpa dei giovani o ci vuole una terapia d'urto per una Nazionale d'eccellenza? 

Antonio Vergara nato ad Frattaminore il 16 gennaio 2003

Antonio Vergara, centrocampista/attaccante del Napoli che sta impazzando in queste settimane, per la gioia dei tifosi, dimostrando valore e qualità unita alla passione e al mitico sogno di bambino di segnare un gol nello stadio della propria infanzia, spinge come il maestoso vento di questo freddo inverno 2026 ad una riflessione. Non la prima. Non l'ultima. Ma sicuramente l'ennesima. Ma questa scelta della libera circolazione dei calciatori, questo aver deciso che siamo europei solo nel calcio, ma continuiamo ad avere regole diverse in ogni dove (e i poveri ucraini martoriati dai bombardamenti russi e alla ricerca di un appoggio unito dell'Europa ne sanno qualcosa…), quanto è stata retorica e ipocrita e quanto veramente necessaria? Non si è sicuramente i primi a sottolineare la difficoltà di comporre una rosa decente di calciatori italiani per una Nazionale, che, blasone e trofei alla mano, dovrebbe essere nel gotha mondiale del soccer che conta. Quattro titoli mondiali, tanto per dirne una, due dei quali nell'ultimo mezzo secolo, ma signori cari siamo certi che l'appunto che si sente spesso provenire dai salotti dei grandi pensatori, sia che i ragazzi non sono più quelli di una volta e non giocano al pallone? La generazione è cambiata, questo è innegabile, il fatto che i millennials siano nati in era digitale anche. Non si vuol discutere in questo spazio del modo in cui trascorrono gli under il loro tempo libero e che "ai nostri tempi" ci si dava appuntamento per la sana partitella al campetto dell'oratorio mentre, loro, i giovinastri odierni sono rapiti da social e pigrizia da cellulare tuttofare in mano. No, cari signori, la disputa di quanto appena detto la lasciamo ai salottisti-chic, quelli che dal superattico accessoriato pontificano sul mondo e i suoi abitanti, salvo circondarsi di comfort e benefit e non avere la vera preparazione per fare un'analisi: stare in strada, in un quartiere normale, tra la gente normale. La nostra, umile, modesta, idea è confinata al pallone tricolore. E, quindi, tornando al punto di partenza: ma siamo sicuri che è tutta colpa dei giovani o con una terapia d'urto torneremmo ad essere una Nazionale d'eccellenza?

La terapia d'urto: dieci anni consecutivi di "numero chiuso"

Siamo il paese dell'emergenza, siamo quelli capaci di opere pubbliche, giubilei, olimpiadi ed expo soltanto quando ci mettiamo il caschetto giallo in testa. Ebbene, siamo in emergenza anche nel calcio. Non si vedono più grandi talenti italiani, o, comunque, non trovano lo spazio che meritano, fagocitati da "altri europei" o "extraeuropei". L'ultimo caso in ordine di tempo, ma sono tanti e clamorosi quelli che si potrebbero elencare, riguarda Antonio Vergara. Risorsa di gran valore del Napoli, che per stessa amara constatazione del suo presidente, è stato possibile mettere in luce solo "grazie" agli infortuni e agli stop altrui, di quelli che vengono dall'Europa "altra". Il progressismo a giorni alterni, quello che "siamo cittadini del mondo" quando ci fa comodo, però, intanto siamo anche federalisti, e ogni tanto litighiamo anche tra piccoli Comuni di qualche migliaio di abitanti, con doveroso riconoscimento di autonomia, ha portato a qualcosa che, probabilmente con altri fattori per carità, all'impoverimento di cui sopra. Calciatori italiani pochi, troppo pochi, per non fare impazzire oggi Ringhio Gattuso e Silvio Baldini, per le nostre Nazionali di calcio più rappresentative, ma già ieri Cesare Prandelli, Antonio Conte e Roberto Donadoni, l'altro ieri Arrigo Sacchi, Dino Zoff, Marcello Lippi, Giovanni Trapattoni e così via. Ma come si compone una selezione nazionale competitiva se in campo i numeri continuano ad essere quelli di uno, due, massimo tre titolari italiani per ognuno dei grandi club? E, si badi bene, il discorso è da prendere in considerazione con un approccio più complesso, ovvero, ma se continuiamo così, mi spiegate perché i giovinastri di molte righe sopra dovrebbero appassionarsi di calcio? Non si tratta di diventare calciatori di serie A, si può esserlo tranquillamente e dignitosamente di Terza Categoria, ma se non si ritrova quella possibilità di effettuare tutti gli step ed arrivare alla massima divisione, se Antonio Vergara, nato in provincia di Napoli, che gioca a calcio nell'hinterland napoletano, e poi un giorno, come in un sogno, scende in campo nel quartiere di Fuorigrotta, ottantamila spettatori, il nome dello stadio dedicato al più grande di tutti i tempi che all'ombra del Vesuvio è più amato e rispettato forse anche di San Gennaro, e lui fa esultare tutti gli ottantamila con i suoi gol, non è la regola ma l'eccezione, signori cari il corto circuito è bello e fatto.

"Gli anni d'oro delle immense compagnie, in motorino, sempre in due"

Con la nostalgia agli anni che furono della canzone di Max Pezzali pensiamo che un giovane italiano che diviene idolo della sua tifoseria dovrebbe essere la normalità, la summa o comunque la punta più alta della propria carriera di calciatore, invece in Italia a differenza di un tempo, oggi è un fatto straordinario, un episodio sporadico. Ma perché ci chiediamo dobbiamo arrenderci ad una struttura organizzativa pensata male? Ma siamo sicuri che nella libera circolazione europea nel calcio (guarda caso nel calcio sì, in tanti altri settori necessari e che sarebbero fondamentali invece ancora no) il pallone italiano ci sia andato a guadagnare? Immaginiamo che a esprimere dubbi insieme a chi sta vergando queste modeste parole siano in tanti. Ebbene diciamolo, con coraggio, con audacia, con sfrontatezza, forse anche poco politically correct, (ma a noi i radical chic interessano relativamente…): ridateci il numero chiuso di stranieri nel calcio. Ridateci gli anni Ottanta quando gli stranieri erano pochi e buoni, da Platini a Maradona, da Zico a Falcao e intorno a loro tanti calciatori italiani, di qualità e quantità, dotati di cuore e ragione, con la voglia di indossare la casacca azzurra della Nazionale e la possibilità di potersela conquistare scendendo in campo e ricevendo la convocazione del commissario tecnico. Sì, torniamo a quella sana liturgia, quando ti convocava la Nazionale era come quando il Presidente della Repubblica tinominava Commendatore o Cavaliere, ti conservavi il titolo in bacheca per tutta la vita. Ma soprattutto era un modo per ammirare un campionato di calcio dove eri orgoglioso se la tua squadra del cuore era quella che annoverava il maggior numero di calciatori titolari nella Nazionale Italiana. Oggi come oggi va bene al commissario tecnico Ringhio Gattuso se riesce a trovarne almeno che siano titolari, in giro per il mondo, ma spesso con il paradosso di essere titolari in Nazionale ma non nella propria squadra di club, forti del fatto di appartenere ad una riserva indiana, essere, ancora calciatori italiani…

La ricetta, dunque, è presto fatta, dal 2026 al 2036, piano d'urto: uno, massimo due calciatori, di altra Europa o extraeuropei, ma non perché non siamo europei ed europeisti, anzi, ma fin quando vale la regola della Nazionale fatta dai propri concittadini, allora più che giusto dare forza ai campionati nazionali.

E' ora di tornare al calciatore bandiera

Dieci anni di rigorosa rinascita dei settori giovanili nazionali, dieci anni in cui i nuovi nati e le nuove nate possano approcciare al calcio, da spettatori o da attori, vedendo realizzarsi un processo semplice: si inizia nel vivaio, si va in prima squadra, si raggiunge la Nazionale, e, possibilmente, sognando che la prima squadra sia sempre la stessa, e si possa diventarne bandiera. Come Gigi Riva al Cagliari, come Giancarlo Antognoni alla Fiorentina, come Francesco Totti alla Roma. Calciatori ma anche miti per i loro concittadini, modelli sociali, icone da seguire ed emulare, esempi viventi, e dei quali, oggi, si ha tanto bisogno, lo dicono anche i pensatori d'eccellenza sprofondati nei loro maxi-divani nei salotti radical-chic… 

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