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Sfera Ebbasta a San Siro, le parole di Alberto Pellai: una scena su cui riflettere

L'ingresso del rapper a San Siro accompagnato da dieci ragazze ha fatto il giro dei social. Lo psicoterapeuta Alberto Pellai invita a guardare quella fotografia oltre la sua spettacolarità: «Un concentrato di stereotipi di genere». 

Ci sono fotografie che raccontano molto più di quello che mostrano. E forse quella di Sfera Ebbasta a San Siro, entrato nello stadio accompagnato da dieci ragazze, è una di queste.

L'immagine è diventata rapidamente virale, celebrata da una parte consistente dei media e dei social. Un rapper, dieci ragazze alle sue spalle, tutte vestite nello stesso modo. Lui davanti, loro dietro. Una scena costruita per essere vista e, soprattutto, per essere condivisa.

Ma cosa racconta quella fotografia? E soprattutto: cosa racconta ai ragazzi che la guardano?

È questa la domanda posta dallo psicoterapeuta e pedagogista Alberto Pellai, che ha affidato a un lungo intervento una riflessione che va oltre il singolo artista e riguarda il modello culturale nel quale siamo immersi.

«Sfera Ebbasta entra a San Siro seguito da 10 ragazze. La scena celebrata da moltissimi media e diventata virale è un concentrato di stereotipi di genere che dovrebbe far riflettere tutti, adulti e giovanissimi», scrive Pellai.

Il punto, dunque, non è soltanto Sfera Ebbasta. Non è nemmeno stabilire se quella fotografia sia bella o brutta, provocatoria oppure semplicemente spettacolare. Il punto è chiedersi cosa accade quando un'immagine del genere viene trasformata in qualcosa da celebrare senza che nessuno sembri interrogarsi sul messaggio che porta con sé.

Pellai individua una contraddizione che riguarda soprattutto il mondo degli adulti.

«Il paradosso oggi sta nel fatto che da ogni parte si invoca all'educazione di genere e alla rimozione degli stereotipi di genere. A scuola si inventano progetti, si mobilitano specialisti e formatori. I ragazzi sembrano afferrare il messaggio, desiderare cambiamenti che appaiono così funzionali al loro benessere sociorelazionale ed emotivo».

Poi arriva l'altra faccia della medaglia: quella della cultura popolare, dei social, della musica e delle immagini che quotidianamente raggiungono gli stessi ragazzi.

«Nel frattempo, la loro cultura "mainstream" continua a bombardarli di immagini e messaggi che affermano l'esatto contrario. Un uomo con dieci ragazze, lui davanti loro dietro. Tutte vestite uguali, praticamente in divisa. Di lui sappiamo tutto, di loro non sappiamo nemmeno il nome».

È una contraddizione difficile da ignorare. Da una parte chiediamo agli adolescenti di riconoscere gli stereotipi, di decostruire i ruoli di genere, di sviluppare relazioni fondate sul rispetto e sulla parità. Dall'altra, gli stessi adolescenti vengono immersi in un immaginario nel quale il corpo femminile può diventare parte della scenografia, elemento decorativo di una rappresentazione del potere e del successo maschile.

E non è una questione nata con Sfera Ebbasta.

Pellai richiama il documentario Il corpo delle donne di Lorella Zanardo, pubblicato nel 2009, che aveva analizzato la rappresentazione del corpo femminile nella televisione generalista italiana.

«Era il 2009 e dopo quasi 20 anni siamo praticamente ancora lì. Solo che allora questa cosa veniva vista per ciò che era: un gigantesco stereotipo culturale da ribaltare. Oggi viene raccontata come qualcosa da celebrare».

La differenza forse sta proprio qui. Non soltanto nell'immagine, ma nello sguardo che abbiamo imparato ad avere sull'immagine.

Per Pellai, però, la riflessione deve partire innanzitutto dagli uomini.

«Siamo noi uomini per prima a doverci distanziare da questo genere di narrazioni e di celebrazioni».

E qui la questione diventa educativa. Lo psicoterapeuta racconta di aver parlato con uno dei suoi figli, presente a San Siro, non per imporgli una lettura della scena, ma per offrirgli uno sguardo differente.

«Non avevo bisogno di essere capito o di portarlo dalla mia parte. Però volevo che lui avesse anche un'altra narrazione».

È forse questo il passaggio più interessante della riflessione: educare non significa necessariamente proibire, censurare o stabilire cosa sia giusto pensare. Significa anche fornire strumenti per leggere ciò che abbiamo davanti. Insegnare a vedere ciò che un'immagine lascia fuori campo. Chiedersi perché un uomo sia riconoscibile, nominato, protagonista, mentre le dieci donne che lo accompagnano diventano un gruppo indistinto.

Pellai allarga poi il discorso al mondo della musica e alla distanza, talvolta evidente, tra le dichiarazioni pubbliche degli artisti e le dinamiche dell'industria musicale.

«Oggi quando si parla di violenza di genere, di abbattimento degli stereotipi tantissimi artisti della musica mainstream si mettono in prima fila con dichiarazioni e proclami. Poi se un'artista come Sfera Ebbasta li convoca per un feat, dentro un suo brano corrono alla corte del re come se niente fosse».

Una provocazione, certo. Ma anche una domanda sulla coerenza: quanto valgono le parole pronunciate contro gli stereotipi quando, contemporaneamente, si continua a partecipare a un sistema culturale che quegli stereotipi può riprodurli e renderli desiderabili?

Pellai conclude spostando ancora una volta il bersaglio dal singolo episodio al sistema culturale.

«Non mi interessa parlare di Sfera Ebbasta, sia chiaro. Mi interessa promuovere pensiero critico sulla cultura di cui lui, volente o nolente, è un testimonial di riferimento».

Ed è probabilmente questo il punto da cui partire.

Non serve demonizzare un artista, né trasformare una fotografia in un processo alle intenzioni di chi l'ha costruita. Ma se quella fotografia diventa virale, se viene celebrata e se raggiunge milioni di persone, allora può diventare anche un'occasione per fermarsi un momento.

Perché mentre nelle scuole proviamo a spiegare ai ragazzi che cosa siano gli stereotipi, fuori dalle aule quegli stessi stereotipi continuano a essere prodotti, consumati e spesso celebrati.

E forse la vera educazione al pensiero critico comincia proprio quando smettiamo di chiederci soltanto se un'immagine ci piace e iniziamo a domandarci che cosa ci sta insegnando.

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