I giocatori del Deportivo Pereira hanno smesso di scendere in campo dopo otto mesi senza stipendi completi e contributi: il caso sta diventando un esempio dei problemi strutturali del calcio sudamericano.
In Colombia, i giocatori del Deportivo Pereira – squadra della massima serie nazionale – si rifiutano di giocare perché da mesi non vengono pagati. Hanno saltato la partita di campionato contro l'Águilas Doradas e anche quella contro il Deportivo Pasto, partite in cui è scesa in campo la formazione U-20. È uno sciopero senza precedenti recenti nel calcio colombiano e dice molto sul modo in cui ancora oggi, in diversi Paesi, il lavoro dei calciatori viene dato per scontato fino a quando non diventa un caso pubblico.
Secondo quanto denunciato dall'ACOLFUTPRO, il sindacato dei calciatori colombiani, e confermato dai giocatori stessi, il club avrebbe dovuto pagare stipendi e contributi in tre tranche – marzo, giugno e settembre 2025 – ma ne ha corrisposti solo quindici giorni per trimestre, lasciando arretrati fino a otto mesi a seconda dei contratti. Nel frattempo i contributi previdenziali sono stati versati solo all'ultimo momento, quando la situazione era già diventata insostenibile. «Chi può vivere senza ricevere l'intero stipendio per otto mesi?» ha dichiarato il capitano Carlos Darwin Quintero, spiegando che molti compagni sono stati costretti a pagarsi da soli cure mediche e assicurazioni per la propria famiglia. «Abbiamo continuato a fare il nostro lavoro. Ma ora è il momento di agire».
A complicare la situazione c'è anche un blocco fiscale: i proventi del club – compresi diritti tv e sponsorizzazioni – sono stati sequestrati dall'agenzia fiscale colombiana per mancato rispetto degli accordi con il fisco. Una situazione che avrebbe dovuto impedire al Pereira di partecipare al campionato, secondo quanto previsto dai regolamenti federali. Ma le norme, spiegano i sindacati, non vengono applicate. «Le leghe e le federazioni non stanno applicando le normative - ha dichiarato il direttore dell'ACOLFUTPRO Carlos González Puche - Affermano di autoregolamentarsi, ma l'autoregolamentazione è diventata una farsa».
Non si tratta solo di una questione locale. La FIFPRO, la federazione internazionale dei calciatori, ha collegato il caso Pereira a un problema globale: pochi giorni fa ha denunciato una situazione simile in Corea del Sud, con stipendi non pagati ai giocatori del Chungnam Asan. Una dinamica che dimostra come in molte parti del mondo il calcio rimanga un'industria che genera miliardi ma non garantisce ancora diritti minimi a chi scende in campo.
Nel fine settimana, il sindacato colombiano ha fornito ai giocatori un fondo emergenziale per coprire spese essenziali – "cibo e beni di prima necessità" – mentre la squadra resta ferma. Non c'è una data per la ripresa: il diritto a giocare, questa volta, passa prima da quello a essere pagati. E dalla richiesta, molto semplice, che le promesse fatte vengano mantenute. Perché, come ha detto Quintero, «le cose vanno dette come stanno». E, a quanto pare, a volte vanno fermate.



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