La storia della Qiqajon Associazione Francescana e di San Siro: quando il calcio crea opportunità e quando rischia di perdere la sua anima.
Il calcio, nella sua forma più pura, è linguaggio universale, strumento di inclusione, spazio in cui le differenze sociali possono sospendersi per novanta minuti. È relazione, possibilità, orizzonte condiviso. Ma quando il pallone smette di essere bene comune e diventa solo leva di profitto, qualcosa si spezza. Non sempre in modo rumoroso. A volte accade in silenzio, togliendo opportunità a chi già ne ha poche.
Per oltre dieci anni, a Milano, lo stadio Meazza è stato anche questo: una porta aperta. Un luogo simbolico reso accessibile a bambini e ragazzi che altrimenti non avrebbero mai visto il grande calcio dal vivo. Un progetto semplice e potentissimo, promosso dal Comune di Milano, che metteva a disposizione circa 100 biglietti gratuiti a evento per realtà educative cittadine. Tra queste, la Qiqajon Associazione Francescana, che da più di vent'anni lavora accanto ai minori più fragili della città.
Come racconta Giacomo Bozzi in una lettera pubblicata oggi dal Corriere della Sera, «lavoro da più di vent'anni presso Qiqajon Associazione Francescana insieme a educatori e volontari, accogliamo bambini e ragazzi della città di Milano. Camminiamo accanto a loro, cercando di offrire spazi sicuri, occasioni autentiche, piccoli frammenti di bellezza capaci di aprire orizzonti e, talvolta, cambiare destini». Il calcio, in questo contesto, non era intrattenimento: era riconoscimento.
La Qiqajon Associazione Francescana è una realtà educativa e di accoglienza nata a Milano nel 2004 nell'ambito dell'Ordine Francescano Secolare. Il suo obiettivo è quello di essere una "famiglia di famiglie", capace di accogliere bambini, ragazzi e nuclei familiari che vivono situazioni di disagio, fragilità o sofferenza, offrendo loro un contesto sicuro, relazioni significative e percorsi di crescita.
Il progetto prende forma grazie all'intuizione di Padre Arcangelo Zucchi e di un gruppo di famiglie che decidono di condividere uno stile di vita ispirato ai valori francescani dell'accoglienza, della condivisione e della fraternità. La sede storica è in via Farini 17, ristrutturata con il contributo di volontari e benefattori, dove già nel primo anno due famiglie scelgono di vivere stabilmente per dare avvio all'esperienza comunitaria.
Nel tempo Qiqajon è cresciuta, diventando un punto di riferimento educativo e sociale per il territorio. Oggi offre diversi servizi, tra cui micronido, centri diurni, comunità educativa, centro estivo e spazi di aggregazione, lavorando in stretta collaborazione con scuole, servizi sociali e sanitari.
L'associazione si fonda su una sinergia tra operatori professionisti ed educatori qualificati, affiancati da una rete preziosa di volontari, che contribuiscono a creare un clima di accoglienza autentica. Gli spazi, dal giardino con campo sportivo ai saloni comunitari, sono pensati per favorire relazione, inclusione e benessere, mettendo sempre la persona al centro.
Ma torniamo ai biglietti per lo stadio. Biglietti che non erano simbolici né marginali. «Non erano posti all'ultimo anello», sottolinea Bozzi, «erano posti bellissimi, dove la vista del campo illuminato non era un miraggio». Un messaggio chiaro, potentissimo: tu meriti di essere qui. In quei seggiolini, tra cori e luci, i ragazzi non erano invisibili, ma parte del racconto collettivo.
«In quei seggiolini, con lo stadio che canta, tanti ragazzi hanno sognato», continua Bozzi. Sognare non è evasione: è immaginazione del possibile. È il primo passo per uscire da un destino che spesso sembra già scritto.
Poi qualcosa si è interrotto. «Da quando lo stadio è stato ceduto a Milan e Inter, questa meravigliosa tradizione si è interrotta», scrive Bozzi. Nessuna polemica urlata, solo un dato: quando il calcio cede interamente alla logica del guadagno, perde la capacità di generare legami.
L'appello finale è disarmante nella sua semplicità: «Parliamo di 100 biglietti su oltre 70.000 posti». È qui che il calcio decide cosa vuole essere. Solo business, o ancora spazio di inclusione e responsabilità sociale. Perché uno stadio pieno non è davvero pieno se lascia fuori chi avrebbe più bisogno di entrarci.



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