Alle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026 la loro presenza è stata quasi invisibile.
Alle Paralimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026, invece, Russia e Bielorussia torneranno a gareggiare.
Una contraddizione apparente che racconta molto più di quanto sembri sulla governance dello sport mondiale.
Per capire il perché bisogna partire da un punto preciso: Invasione russa dell'Ucraina del 2022. Dopo quell'evento, il Comitato Olimpico Internazionale ha raccomandato alle federazioni sportive di escludere Russia e Bielorussia dalle competizioni internazionali, proprio per il coinvolgimento diretto di Mosca e il sostegno politico e logistico fornito da Minsk all'offensiva militare.
Da lì nasce il primo livello di esclusione: alle Olimpiadi i due Paesi non possono partecipare come delegazioni nazionali.
Niente bandiera, niente inno, niente squadra ufficiale.
Eppure la realtà, come spesso accade nello sport globale, è più complessa.
Il CIO ha introdotto una formula intermedia: quella degli "atleti neutrali individuali". Significa che alcuni sportivi russi e bielorussi possono partecipare solo a titolo personale, senza simboli nazionali e solo se rispettano criteri molto severi. Tra questi: non aver sostenuto pubblicamente la guerra, non avere legami con esercito o servizi di sicurezza e rispettare pienamente le norme antidoping.
In pratica non rappresentano il loro Paese.
Rappresentano solo se stessi.
Alle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 questo modello è stato applicato in modo molto limitato: pochi atleti approvati, nessuna delegazione ufficiale, nessuna presenza nella parata delle nazioni.
Ed è qui che entra il secondo livello della storia: le Paralimpiadi.
Le Paralimpiadi non sono organizzate dal CIO, ma da un organismo diverso: l'International Paralympic Committee. Ed è proprio questa autonomia istituzionale ad aver cambiato il quadro.
Nel settembre 2025 i membri dell'IPC hanno votato per reintegrare i diritti dei comitati paralimpici di Russia e Bielorussia, revocando le sanzioni introdotte dopo l'invasione dell'Ucraina. Una decisione che ha aperto la strada alla loro presenza ai Giochi paralimpici di Milano-Cortina.
In concreto, la partecipazione autorizzata riguarda sei atleti russi e quattro bielorussi, che potranno competere con i propri simboli nazionali.
Una scelta che ha immediatamente acceso il dibattito internazionale.
Sul caso è intervenuto anche il governo italiano, assumendo una posizione molto netta. In una nota congiunta, il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani e il ministro per lo Sport Andrea Abodi hanno espresso forte contrarietà alla decisione del Comitato Paralimpico Internazionale.
Secondo la posizione italiana — condivisa con altre 33 nazioni e con la Commissione europea — il reintegro pieno dei comitati paralimpici russo e bielorusso rischia di entrare in conflitto con il contesto della guerra ancora in corso.
Il governo ha ribadito la propria solidarietà all'Ucraina e ha invitato l'IPC a riconsiderare la decisione, sostenendo che la partecipazione di atleti russi e bielorussi dovrebbe essere ammessa solo come atleti neutrali individuali, senza bandiere né inni.
Il risultato è un paradosso che lo sport contemporaneo conosce fin troppo bene.
Alle Olimpiadi il messaggio è stato prudente: neutralità, distacco, simboli cancellati.
Alle Paralimpiadi la linea è diventata più inclusiva: reintegro, partecipazione, ritorno alla competizione.
Non è una contraddizione tecnica.
È una differenza politica tra due istituzioni che governano lo stesso mondo con logiche diverse.
E forse è proprio questo il punto più interessante.
Lo sport ama raccontarsi come neutrale.
Ma quando entrano in gioco guerre, diplomazia e identità nazionali, la neutralità diventa una linea sottile, spesso impossibile da tracciare con precisione.
Così Milano-Cortina 2026 lascia una domanda che va oltre le medaglie.
Se lo sport vuole davvero essere universale, dove finisce la neutralità e dove comincia la responsabilità?



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