L'operatore umanitario è detenuto in Venezuela da oltre un anno senza accuse. La madre accusa il governo italiano di inerzia: tra promesse e dichiarazioni mancate.
Alberto Trentini è prigioniero a Caracas da più di un anno. Era il 15 novembre 2024 quando l'operatore umanitario, impegnato con l'ONG Humanity & Inclusion, stava viaggiando da Caracas a Guasdualito. Si occupava di aiutare persone con disabilità.
In manette senza un'accusa, detenuto in condizioni difficili, senza diritti e senza tutele, Alberto Trentini è diventato una merce di ricatto nelle mani del governo di Maduro, uno strumento per mettere pressione all'Italia, per tenerla sotto scacco. Un'Italia che però, fino a questo momento, ha fatto poco per riportarlo a casa.
Lo ha denunciato proprio sabato Armanda Colusso, madre del cooperante veneziano, che durante una conferenza stampa a Palazzo Marino, a Milano, ha tuonato: «Fino ad agosto il nostro governo non aveva avuto alcun contatto col governo venezuelano. Fino ad agosto. E questo dimostra quanto poco si sono spesi per mio figlio. Sono qui dopo 365 giorni a esprimere indignazione. Per Alberto non si è fatto ciò che era doveroso fare. Sono stata troppo paziente ed educata ma ora la pazienza è finita».
La richiesta, da parte del mondo della politica, è spesso quella di mantenere il silenzio, la fiducia, la speranza. Ma giorno dopo giorno l'ottimismo diminuisce, e la paura torna più forte. «In 12 mesi tre telefonate di Giorgia Meloni», racconta ancora Armanda Colusso. Durante una di queste, la Presidente del Consiglio aveva confermato «la grande attenzione con cui il Governo segue la vicenda e il suo massimo impegno, attraverso tutte le strade praticabili, per un esito positivo». Dichiarazioni riportate dal Corriere della Sera, anzi: ricostruzioni. Perché parole pubbliche sull'arresto di Alberto Trentini Giorgia Meloni non ne ha mai pronunciate.
Altri tempi, insomma, rispetto al dicembre 2013, quando la leader di Fratelli d'Italia, allora deputata d'opposizione al Governo Letta, prese la parola durante l'informativa urgente «in merito alla vicenda del fermo di numerosi cittadini italiani in occasione della partita di calcio Legia Varsavia – Lazio». Fase a gironi di Europa League, 28 novembre 2013: 149 tifosi biancocelesti vengono arrestati dopo alcuni contatti con le forze dell'ordine e trasferiti in celle sovraffollate, senza cibo né acqua, senza poter contattare gli avvocati.
«Io penso che quanto è accaduto la scorsa settimana a Varsavia sia semplicemente inaccettabile e che sia, in qualche maniera, un'altra preoccupante spia sul tema della credibilità dello Stato italiano fuori dai confini nazionali», affermò Giorgia Meloni. «Infatti, colleghi, si può non seguire il calcio, si può non avere simpatia per gli ultras, ma una nazione con uno straccio di dignità non può consentire che 140 cittadini italiani vengano privati della loro libertà, senza difesa legale, senza processo, senz'acqua, senza cibo».
Il suo intervento continuò su toni simili: «Il Ministro degli Esteri ha pensato bene, dopo tre giorni che sono accaduti i fatti, di renderci noto che aveva finalmente telefonato – bontà sua – al Governo polacco».
E poi la conclusione: «Allora vogliamo sapere, e concludo, quando il Governo italiano deciderà di mostrare un qualche interesse per la sorte dei suoi cittadini all'estero, e quand'è che dimostrerà agli italiani e al mondo di saper difendere i diritti e la dignità stessa della sua gente».
Oggi aspettiamo le stesse risposte. E le aspetta anche Alberto Trentini.



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