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Quando il calcio rompe il silenzio: le proteste in Iran e i giovani uccisi dal regime

Dai campi di periferia alle piazze: atleti, arbitri e tifosi nel mirino della repressione. Il mondo del calcio chiede alla FIFA di intervenire. 

Ali Karimi, bandiera dell'Iran, tra i firmatari della lettera diretta a Infantino

«Il calcio, in quanto fenomeno sociale più influente al mondo, non può e non deve restare in silenzio di fronte a esecuzioni, omicidi, arresti arbitrari e minacce contro gli atleti»Si legge così nella lettera che venti importanti personalità iraniane legate al mondo del calcio hanno inviato al presidente della FIFA, Gianni Infantino. Una lettera per condannare l'uccisione, l'arresto e la condanna a morte di giocatori e sportivi nel Paese. Una lettera per prendere posizione, per fermare il massacro.

Time, The Guardian e Iran International parlano di oltre 30 mila manifestanti uccisi dall'inizio delle manifestazioni, a dicembre 2025. Il regime, invece, ne conferma soltanto 3 mila. Tra loro «un numero significativo di membri della comunità calcistica», si legge nella lettera, firmata, tra gli altri, da Ali Karimi, 125 partite con la maglia della nazionale, ex Bayern Monaco e Schalke 04, e Bakhtiar Rahmani, oggi al Dalkurd, in Svezia.

Tra le prime vittime del mondo del calcio c'è Rebin Moradi, 17 anni, curdo di Salas-e Babajani, in Kermanshah, nel nord-ovest dell'Iran. Si era trasferito nella capitale, Teheran, per giocare con il Saipa Club. Ed è a Teheran che era sceso in piazza: per chiedere libertà, per chiedere diritti. Per questo è stato ucciso.

Stessa sorte di Mojtaba Tarshiz, ex calciatore del Traktor di Tabriz, ucciso a colpi d'arma da fuoco mentre era con sua moglie. E per Salar Behdari, 20 anni, portiere dell'Aluminium Arak FC«Siamo rattristati di comunicare la prima morte confermata di un giocatore della Persian Gulf Pro League», ha dichiarato l'account Persian Soccer. «È stato colpito al cuore e al collo dagli squadroni della morte della Repubblica Islamica per aver protestato. Un giovane calciatore iraniano promettente, con tutta la vita davanti a sé. Un'altra giovane vita stroncata dal massacro in Iran».

Giovane come Sahaba Rashtian, arbitra di calcio femminile, uccisa mentre chiedeva libertà e diritti per le donne. Giovani come i calciatori che, sul campo del quartiere Narmak, allenava Mehdi Lavasani, colpito alla schiena mentre tentava di fuggire.

Amirhossein Mohammadzadeh, una delle tante, troppe giovani vittime in Iran
I campetti delle scuole di Teheran sono diventati i centri logistici delle milizie governative

Aveva 18 anni Amirhossein Mohammadzadeh, calciatore delle giovanili del Delvar Afraz di Teheran, ucciso durante le proteste nella zona di Afsariyeh. La sua storia è stata raccontata, custodita e protetta da un altro calciatore, Milad Zandipour, ex giocatore di Foulad e Saipa, che ha spiegato come «nel mezzo di un totale blackout mediatico, le autorità abbiano inventato un caso contro di lui e consegnato il suo corpo senza vita alla famiglia solo a condizione che dichiarassero che Amirhossein fosse un membro delle forze Basij. La famiglia è stata minacciata, costretta al silenzio e impedita di parlare o protestare». Il corpo di Amirhossein è stato sepolto nella Sezione 42, la «Sezione dei Martiri»: senza processo, senza verità, senza giustizia.

Sono soprattutto i giovani a scendere in piazza, in una serie di proteste partite a dicembre contro il carovita, contro la svalutazione della moneta e contro la crisi economica, poi allargatesi contro la corruzione del governo e il regime teocratico. Si protesta contro la dittatura, non solo contro la crisi.

Lo ha spiegato Gohar Rahimi nel podcast di Q Code in cui traccia la storia politica dell'Iran: monarchia costituzionale fino al 1953, sotto Mohammad Reza Pahlavi, poi l'esperienza di Mohammad Mossadeq, primo ministro democraticamente eletto, e la decisione di nazionalizzare la Anglo-Persian Oil Company. Una scelta che aprì le porte al colpo di Stato sostenuto da Regno Unito e Stati Uniti, con il ritorno dello Scià e l'instaurazione di una monarchia assoluta fino al 1979. Poi la Rivoluzione Islamica, che depose lo Scià e portò al potere l'Ayatollah Khomeini: una rivoluzione antimonarchica, ma guidata dagli integralisti.

Gli stessi che oggi tagliano acqua ed elettricità, che usano campi sportivi e scuole come centri logistici della milizia, che spengono internet per impedire che le immagini delle proteste escano dal Paese. Ma la forza di certe battaglie supera i confini. E lo fa anche grazie al calcio.

Le proteste antigovernative in Iran
Il calciatore iraniano Voria Ghafouri

Lo sa bene Mehdi Taremi, attaccante dell'Olympiakos, che in Grecia ha deciso di non esultare in solidarietà con il popolo iraniano: «La gente è sempre con noi, ed è per questo che noi siamo con loro». Lo aveva già fatto nel 2022, quando l'Iran e il mondo protestavano per l'uccisione di Mahsa Amini, 22 anni, arrestata per aver indossato l'hijab in modo ritenuto improprio. Presero posizione anche Sardar Azmoun, ex attaccante di Bayer Leverkusen e Roma, e Voria Ghafouri, centrocampista del Foolad, arrestato per aver «diffuso propaganda contro l'Iran». E il commissario tecnico Carlos Queiroz, tornato a parlare in questi giorni: «A tutto il popolo iraniano, ai miei amati giocatori, allo staff e agli amici. Ho trascorso molti anni tra il popolo iraniano e conosco la loro dignità, il loro calore e la loro resilienza. Il mio cuore e i miei pensieri sono con il popolo iraniano in questi giorni difficili, ma carichi di speranza».

Una speranza che giorno dopo giorno si affievolisce per Amirhossein Ghadarzadeh, 19 anni, calciatore del Sepahan, arrestato a Rasht. L'Iran Human Rights Organization avverte: rischia la pena di morte. La sentenza è stata comunicata alla famiglia a voce, nessun documento, nessun processo.

Perché il regime uccide, condanna, reprime. Ma non riesce a soffocare le proteste per l'autodeterminazione, per la libertà, per la democrazia. Proteste in cui un ruolo fondamentale è giocato anche dallo sport, dal calcio. Proteste che continuano, al grido di
«مرگ بر همهٔ ظالمان؛ چه شاه باشد چه رهبر عالی».

A morte il tiranno, che sia lo Scià o la Guardia Suprema.

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