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La proiezione di "Two Billion Hearts", dedicato a Usa '94 chiuderà il Festival "Los Angeles, Italia" prima della Notte degli Oscar

Dagli Stati Uniti agli Stati Uniti, dal 1994 al 2026, dai Mondiali di Calcio ai Mondiali di Calcio…e speriamo bene… 

La voce dell'attore Liev Schreiber, la proiezione speciale di "Two Billion Hearts", il film dei Mondiali di calcio negli States del 1994, un omaggio al grande calcio internazionale, attraverso il cinema, al TCL Chinese Theatre di Hollywood alla ventunesima edizione di Los Angeles, Italia – Film, Fashion and Art Festival, il tradizionale appuntamento italiano che precede la Notte degli Oscar.

"La proiezione renderà omaggio a una delle edizioni più rappresentative della FIFA World Cup – si legge nella presentazione del Festival fondato e prodotto da Pascal Vicedomini - fungendo al tempo stesso da ideale ponte verso il Mondiale 2026, che per la prima volta sarà organizzato in forma congiunta da tre Paesi: Stati Uniti, Canada e Messico".

"Due miliardi di cuori" per il soccer negli States

E speriamo bene…Il 1994 eravamo incollati davanti alle televisioni, il mondo del web era in forma embrionale, i social (fortunatamente??!!) ancora di là da venire, e ieri come oggi, rabbia e lacrime, prima il sogno di alzare la coppa del mondo in un'edizione tutta particolare, fortuna tanta, ma anche sensazione strana di una Nazionale allenata da Arrigo Sacchi che doveva essere la ciliegina sulla torta del "Sacchismo", del quale, però, in realtà in maglia azzurra non se ne vide nemmeno l'ombra. C'era Roberto Baggio ma anche Franco Baresi, c'era una squadra forte e rassicurante se la si paragona a situazioni che abbiamo vissuto più di recente e stiamo vivendo ancora. Di quel mondiale si è scritto tanto, praticamente tutto, e dopo trentadue anni di rammarico mai definitivamente messo in soffitta, buttare giù ancora righe sull'argomento potrebbe sembrare tra il superfluo ed il patetico. Ma no, parlarne oggi, forse, ti fa dare una chiave di lettura diversa, migliore o peggiore è sentenza che si lascia a chi ti onora di dedicarti del tempo leggendoti, in ogni caso è diversa. Innamorati del Milan degli olandesi, di Arrigo Sacchi e del nuovo calcio, ci si attendeva la rivoluzione, ma in realtà non arrivò. Dagli Stati Uniti a Cuba è un attimo, ma da Miami, dalla Florida, da Pasadena, invece, è molto più lunga, stiamo dall'altra parte del continente, Los Angeles, California, e per raggiungere L'Avana ci vogliono varie ore di aereo. Tempi lunghi, dunque, per approdare alla rivoluzione, tempi che non arrivarono nella Nazionale Italiana di calcio.

Arrigone Sacchi a Usa '94 rivoluzionario a metà

Il commissario tecnico Arrigo Sacchi si illudeva di poter applicare il metodo Milan, allenamenti martellanti, tanta tattica, lavagne, schemi, ma diventa difficile quando ci si incontra sporadicamente, tipo rimpatriata di vecchi compagni di scuola. E così, era il 1990 quando in un brano sempre straordinario e romantico, come "Emanuela ed io", il Maestro Amedeo Minghi cantava "Come Africa e Brasile abbracciati, ma c'è di mezzo il mare, fra noi", qualche anno dopo a Usa 1994 ci siamo resi conto che c'era di mezzo il mare fra la tradizione e la rivoluzione, fra l'America e Cuba. Un'avventura rocambolesca, sempre sul filo, ora usciamo ora ci qualifichiamo, tra incomprensioni di spogliatoio, scelte azzardate in panchina dell'Arrigone da Fusignano, insomma un saliscendi, un ottovolante, e che altro si si poteva attendere nella terra del parco giochi Disneyland? L'Italia veniva dalla delusione del mondiale sfiorato in casa nel 1990 con la delusione della semifinale a Napoli con l'Argentina e con un approccio fatto di tanta tradizione, Azeglio Vicini, tecnico federale, che aveva preso il posto di Enzo Bearzot, eroe in Spagna del 1982, meno in Messico 1986, ma, comunque, "prodotto" della Federazione Calcio. Arrigo Sacchi era il nuovo, il migliore della squadra di club che andava ad allenare la Nazionale. Squadra di club, appunto, e quindi, con abitudine ed esigenza di incontrarsi spesso con i suoi giocatori, disegnare schemi, spiegare movimenti, convocare chi è funzionale alla tua idea e non i migliori per ruolo, come nella liturgia delle nazionali di calcio dei tempi che furono. Aldilà di "se" e "ma", di analisi di chi ha fatto il commissario tecnico della nazionale in compagnia di altri sessanta milioni di italiani, a Usa '94 si approdò in finale, e solo il maledetto dischetto non ha consentito al tricolore di issarsi e far ammainare la bandiera dei celebrati maestri del football, i brasiliani. Niente da fare, loro, campioni del mondo.

Il documentario sportivo nel 1995 racconta gli artisti del calcio

Il documentario sportivo uscito nel 1995 per la regia di Murilo Salles dal titolo tradotto in Italia "Due miliardi di cuori" racconta gli Stati Uniti, i suoi cittadini e il rapporto con il calcio prima dell'arrivo della Coppa del Mondo. Ma anche un'edizione che, come gli Uffizi di Firenze, era piena di artisti, tutti insieme, in un unico luogo. Da Diego Maradona a Gheorghe Hagi, da Dennis Bergkamp da Hristo Stoichkov, da Roberto Baggio, appunto, a Romario. Il pubblico, le interviste ai calciatori, un'atmosfera unica per un evento così atteso. Un viaggio tra ricordi ed emozioni per tutti coloro che c'erano, ma anche un modo per conoscere sensazioni e storie per chi non era ancora venuto al mondo o era troppo piccolo per immortalare nella mente un campionato mondiale che, ormai, ahinoi, ha trentadue anni di età.

"Sarà una visione carica di emozione — ha sottolineato Pascal Vicedomini - perché quel Mondiale vide l'Italia di Arrigo Sacchi arrivare fino alla finale di Pasadena, al termine di un percorso straordinario, poi deciso ai rigori contro il Brasile. Ero presente come inviato Rai per il programma di Gianni Minà e ricordo l'entusiasmo suscitato da Roberto Baggio e da tutta la Nazionale. Con questa proiezione vogliamo anche rivolgere un augurio all'Italia di oggi, guidata da Rino Gattuso, affinché possa qualificarsi al prossimo Mondiale, pensando alle comunità italiane negli Stati Uniti, in Canada e in Messico, pronte a sostenere gli Azzurri".

Gianni Minà, Nando Martellini, la Rai era "Mamma Rai"

Grazie Pascal per aver ricordato Gianni Minà, altri tempi, alta professionalità in Rai, ci si preparava una vita per raccontare attimi, emozioni, sapendo che saranno eterni, entreranno negli archivi. Ma ci immaginiamo Nando Martellini che sbaglia anche una sola virgola nei momenti fondamentali del racconto della finale di Spagna '82? No, impossibile. Nando Martellini era la voce della nazionale perché era il più bravo, faceva quel lavoro semplicemente perché lo sapeva fare. Non per altre referenze.

Dall'America alle Americhe, oggi (forse) toccherà a Rino Gattuso. La proiezione è un augurio, poi ci sarà la Notte degli Oscar, il premio ai migliori come lo è la Coppa del Mondo di calcio, ma sarà stato comunque bellissimo, aver rivissuto gioie e dolori di oltre trent'anni fa, quando tante cose erano come oggi, ma tante altre erano diverse, e forse, come l'età personale, erano migliori… 

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