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Dagli spalti della Coppa d'Africa l'omaggio a Patrice Lumumba, simbolo della libertà e della lotta anticoloniale

Un tifoso in piedi sugli spalti tra Senegal e Congo rende omaggio a Patrice Lumumba, simbolo della libertà e della lotta panafricana, durante la Coppa d'Africa.

L'omaggio a Patrice Lumumba da parte di un tifoso del Congo

La partita tra Senegal e Repubblica Democratica del Congo, fase a gironi, Gruppo D, della Coppa d'Africa, termina con il risultato di 1-1. Al gol di Cédric Bakambu risponde quello di Sadio Mané. Ma quello di cui vogliamo parlare non ha a che fare con il campo. Bisogna spostare lo sguardo sugli spalti, posarsi su un tifoso rimasto in piedi per tutta la partita, vestito di un completo celeste, anzi blu cielo, come specificato dall'articolo 1 della Costituzione del paese.

Spesso, quando si parla della Coppa d'Africa, si raccontano gli spalti e i tifosi con toni tra il razzismo e il sensazionalismo. Si parla di folklore, di magia, di sana e divertente follia. Si parla dei suoni, dei colori, delle immagini che vengono descritte come fini a sé stesse, vuote nella narrazione mediatica che si fa di questa competizione e, più in generale, di questo continente. Si dimentica, forse volutamente, quello che c'è dietro: la passione, la cultura, la storia. Ed è una storia fatta di sofferenza, di lotte, di schiavitù, di oppressione. Una storia fatta di conquiste, di libertà, di indipendenza.

Quel tifoso sugli spalti di Senegal-Congo parlava proprio di questo. I suoi panni erano quelli di Patrice Lumumba, storico leader indipendentista del Congo, primo ministro dopo il dominio coloniale belga, simbolo della lotta panafricana, ucciso, tra il silenzio del mondo occidentale, nel 1961.

A ricordarlo ci ha pensato questo tifoso. A riscoprirlo ci proviamo noi, con questo articolo.

Chi era Patrice Lumumba

Patrice Lumumba è una delle figure più emblematiche e tragiche della storia africana del Novecento. Primo capo di governo del Congo indipendente, leader carismatico e pensatore politico, incarnò l'idea che l'Africa potesse liberarsi davvero dal colonialismo solo conquistando non soltanto l'indipendenza formale, ma anche la dignità, il controllo delle proprie risorse e l'autodeterminazione politica.

Nato nel 1925 a Onalua, nel Congo Belga, Lumumba proveniva da una famiglia modesta. Studiò nelle scuole missionarie e lavorò per oltre dieci anni come impiegato postale, entrando a far parte di quella ristretta élite di africani istruiti, gli évolués. Parallelamente scriveva articoli, saggi e poesie in cui emergeva con forza una visione radicalmente anticoloniale. La politica divenne presto il suo strumento principale: nel 1958 fondò il Movimento Nazionale Congolese, partito che univa l'idea di indipendenza a quella panafricanista, ispirata a leader come Kwame Nkrumah.

Lumumba vinse le prime elezioni del Congo indipendente nel 1960 e divenne primo ministro. Il giorno della proclamazione dell'indipendenza, davanti al re del Belgio Baldovino, pronunciò uno dei discorsi più celebri della decolonizzazione, rifiutando la narrazione paternalistica del colonialismo: «Nessun congolese degno di questo nome potrà dimenticare che l'indipendenza è stata conquistata giorno per giorno. Noi abbiamo conosciuto le ironie, gli insulti, le sferzate, e dovevamo soffrire da mattina a sera perché eravamo negri».

Quella franchezza gli costò la vita. Considerato una minaccia dagli interessi minerari belgi e guardato con sospetto dagli Stati Uniti nel clima della Guerra Fredda, fu deposto dal colonnello Mobutu, arrestato il 6 gennaio 1961 davanti ai caschi blu dell'ONU e consegnato ai secessionisti del Katanga. Il 17 gennaio 1961, Lumumba fu fucilato insieme a Maurice Mpolo e Joseph Okito; il suo corpo venne sciolto nell'acido.

Con Lumumba vivo, la storia della Repubblica Democratica del Congo sarebbe potuta essere diversa. Con la sua morte, divenne un martire e un simbolo eterno della lotta contro il colonialismo e per la dignità africana. 

Patrice Lumumba, storico leader del Congo anticoloniale e libero

 Le poesie anticoloniali di Lumumba

Pur non essendo ampia o raccolta in volumi ufficiali, la produzione poetica di Patrice Lumumba è testimone degli eventi politici che segnarono la decolonizzazione africana, riflettendo la sofferenza storica del popolo congolese e più in generale dei popoli africani, denunciando la brutalità coloniale e celebrando la speranza di liberazione.

Tra le poesie più conosciute di Lumumba si ricordano: Dawn in the Heart of Africa, May Our People Triumph e The Triumph of Africa, testi nei quali emergono i temi della resistenza, della dignità africana, della memoria collettiva e della rivincita sui soprusi del colonialismo. Le sue composizioni spesso mescolano immagini potenti, simbolismo culturale africano e riferimenti alla musica e al ritmo come strumenti di resistenza e rinascita.

Tra i suoi versi più evocativi, si distingue la poesia Alba nel cuore dell'Africa, nella quale Lumumba intreccia denuncia e speranza, dolore e forza liberatoria. La riportiamo integralmente:

Alba nel cuore dell'Africa

Per mille anni, tu, africano, hai sofferto come una bestia,
Le tue ceneri sparse al vento che percorre il deserto.
I tuoi tiranni hanno costruito templi lucenti e magici
Per preservare la tua anima, riservare la tua sofferenza.
Diritto barbarico del pugno e diritto bianco della frusta,
Avevi il diritto di morire, e anche di piangere.
Sul tuo totem scolpirono fame senza fine, legami eterni,
E persino sotto la copertura dei boschi una morte spaventosa e crudele
Ti osservava, strisciando come un serpente verso di te,
Come rami dalle cavità e dalle teste degli alberi
Abbracciava il tuo corpo e la tua anima malata.
Poi posarono un traditore grande vipera sul tuo petto:
Sul tuo collo misero il giogo di fuoco e acqua,
Presero la tua dolce moglie per il luccichio di perle economiche,
Le tue incredibili ricchezze che nessuno poteva misurare.
Dalla tua capanna, i tamburi suonavano nella notte oscura
Portando lamenti crudeli lungo i potenti fiumi neri
Parlando di ragazze abusate, flussi di lacrime e sangue,
Di navi che salpavano verso paesi dove l'uomo piccolo
Rotola in un formicaio e il dollaro è re,
In quella maledetta terra che chiamavano patria.
Lì il tuo bambino, la tua moglie venivano macinati, giorno e notte,
In un mulino spaventoso e spietato, schiacciati in dolore atroce.
Tu sei un uomo come gli altri. Ti insegnano a credere
Che il buon Dio bianco riconcilierà infine tutti gli uomini.
Con il fuoco piangevi e cantavi le canzoni lamentose
Di un mendicante senza casa che affonda alle porte degli estranei.
E quando una follia ti possedeva
E il tuo sangue ribolliva nella notte
Ballavi, gemevi, ossessionato dalla passione del padre.
Come furia di una tempesta sulle note di un canto virile
Da mille anni di miseria una forza esplose in te
Nella voce metallica del jazz, nel grido scoperto
Che tuonava attraverso il continente come un'enorme onda.
Il mondo intero, sorpreso, si sveglia nel panico
Al ritmo violento del sangue, al ritmo violento del jazz,
L'uomo bianco impallidisce di fronte a questa nuova canzone
Che porta la torcia viola attraverso l'oscurità della notte.

L'alba è qui, fratello mio! Alba! Guarda nei nostri volti,
Una nuova mattina sorge nella nostra vecchia Africa.
Ora sarà nostra soltanto la terra, l'acqua, i grandi fiumi
Che l'Africano povero ha ceduto per mille anni.
Le dure torce del sole brilleranno di nuovo per noi
Asciugheranno le lacrime negli occhi e la saliva sul tuo volto.
Il momento in cui spezzerai le catene, i pesanti ceppi,
I tempi crudeli e malvagi non torneranno mai più.
Un Congo libero e coraggioso sorgerà dal suolo nero,
Un Congo libero e coraggioso — fiore nero dal seme nero!

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