Non solo gesti atletici, tempi, posizioni e medaglie. Le Olimpiadi di Parigi sono fatte anche di parole e di dichiarazioni importanti.
Il ricordo di Valerie Tarazi e Yazan Al Bawwab
"Fare sport è un diritto umano fondamentale. Noi siamo onorati di competere ma non possiamo ignorare la dura realtà che tutti i palestinesi affrontano ogni singolo giorno". Valerie Tarazi, 24 anni, nuotatrice americano-palestinese, parlava così a giugno, prima di partire per le Olimpiadi di Parigi.
Parlava da Ramallah, in Cisgiordania, capitale della Palestina. Un paese sotto attacco, un paese che per molti neanche esiste. Non esiste per l'Italia, per la Francia, per la Germania. Non esiste per gli Stati Uniti, per l'Australia, per la Corea del Sud, per il Giappone. "Alle Olimpiadi non succede, ma in altre manifestazioni è capitato che qualcuno, altri atleti, mi abbia detto di levarmi la maglietta o di ammainare la nostra bandiera perché non volevano vedere quella della Palestina". A raccontare così è invece Yazan Al Bawwab, 24 anni, vive a Dubai, i genitori hanno passaporto italiano, ma ha scelto di rappresentare la Palestina. Le sue Olimpiadi sono durate poco, giusto il tempo di entrare in vasca per la batteria dei 100 dorso, ma il suo obiettivo era un altro: parlare, accendere i riflettori sulla Palestina, raccontare di chi non ce l'ha fatta, di chi sogna di farcela. Per questo ha deciso di lavorare con SwimHope Palestine, organizzazione che insegna a nuotare ai bambini palestinesi. "Anche se non c'è neppure una piscina, ma l'importante è donare un sorriso". Un sorriso, ma anche una salvezza. Lo dice bene, ancora, Valerie Tarazi: "Siamo tra i palestinesi più fortunati al mondo: abbiamo l'opportunità di competere eppure i bambini non hanno il diritto di fare sport. Il nuoto per sopravvivere è ormai un lusso, mentre mi preparo per nuotare a Parigi, guardo il telegiornale e vedo la gente nuotare per ricevere pacchi dal mare. Io nuoto per gareggiare, loro nuotano per sopravvivere".
Il messaggio di Kimia Yousufi
Parla di diritti e di sport anche Kimia Yousufi, 28 anni, atleta afgana che ha gareggiato ai 100 metri femminili alle Olimpiadi di Parigi. Dopo aver tagliato il traguardo si stacca il pettorale, lo gira e fa leggere a tutti quello che aveva scritto: "Educazione. Sport. I nostri diritti".
In Afghanistan, infatti, dalla presa di potere dei talebani, nell'agosto 2021, i diritti fondamentali, in particolare per le donne, sono stati cancellati. Niente scuola, niente sport. Niente libertà. "Mi sento responsabile per le ragazze afghane perché non possono parlare. Non sono una persona politica, ma faccio ciò che ritengo giusto - ha detto - Posso parlare con i media e essere la voce delle ragazze afghane, esprimendo il loro desiderio di diritti fondamentali, istruzione e sport. Non mollate. Non lasciate che siano altri a decidere per voi. Cercate le vostre opportunità, e poi usatele". Kimia Yousofi la sua opportunità se l'è dovuta cercare scappando. Prima in Iran, poi in Australia, grazie all'aiuto del Comitato Olimpico Internazionale. Avrebbe potuto gareggiare a Parigi per la Squadra dei Rifugiati (squadra che ha vinto la sua prima, storica, medaglia, e che abbiamo raccontato qui) e invece no, ha scelto di gareggiare ancora per l'Afghanistan. È la terza volta, dopo Rio 2016 e Tokyo 2020, quando ha portato la bandiera della sua nazione, che in Francia è rappresentata da sei atleti. Una squadra piccolissima, scelta non dal governo dei talebani ma da un Comitato Olimpico in esilio, riconosciuto dalle autorità sportive internazionali ma non da quelle afghane. Tre uomini e tre donne, scelti per par condicio. Anche se da Kaboul sono stati chiari: sono solo i tre atleti maschi a rappresentare l'Afghanistan.
Il tempo di Mattia Furlani
In un certo senso parla di diritti anche Mattia Furlani, 19 anni, fresco di medaglia di bronzo per l'Italia nel salto in lungo. "Questa è la dimostrazione che per le cose ci vuole del tempo - ha spiegato - perché l'anno scorso mi ritrovavo a Budapest in cui uscivo diciottesimo dalle qualifiche e ora mi ritrovo, l'anno dopo, il bronzo olimpico in un contesto del genere. Questo perché bisogna dare tempo ai giovani e bisogna dare tempo per creare un processo alle cose". Classe 2005, di Grottaferrata, alle porte di Roma, figlio d'arte (il padre Marcello Furlani era altista e la madre Khaty Seck velocista), parla con una maturità e una lucidità rare, come molti altri suoi colleghi e colleghe hanno fatto nel corso di queste Olimpiadi. Parla di tempo, quello da dare ai giovani. Tempo per sbagliare, per perdere, per cadere. Tempo per trovare la loro strada, per vincere, per rialzarsi. Nello sport, come nella vita.







Commenti (0)