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Parla Ange Postecoglou: l'importanza della salute mentale nello sportivo

Lo stereotipo del calciatore immune da tutto il male e cosparso perennemente di felicità è, come tutti gli stereotipi, falso. Per questo le parole di Postecoglou sul benessere mentale sono importanti e devono far riflettere.

Nell'immaginario collettivo, la figura dello sportivo professionista viene spesso e volentieri elevata a quella di un supereroe, alieno a qualsiasi forma di sofferenza umana, a qualsiasi turbamento, a qualsiasi ansia, a qualsiasi forma depressiva, a qualsiasi semplice problema a cui ogni singola persona deve far fronte quotidianamente. Gli elementi che, sempre secondo i più, riuscirebbero a far trascendere queste persone a questo fantomatico livello superiore sarebbero: la fama e il denaro, capaci di comprare tutto, persino la felicità, e di annullare qualsiasi sofferenza.

Prima di procedere, ritengo opportuno soffermarmi su una premessa a carattere personale, quindi soggettiva e opinabile. Penso sia innegabile ammettere che coloro che riescono a trasformare lo sport amato nel proprio mestiere siano fortunati, e oserei anche dire privilegiati.

In questo articolo, la cornice in cui si inserisce tutto il ragionamento è il calcio, e quindi verrà preso da esempio proprio questo sport.

Quante centinaia di migliaia di bambini e bambine, ogni anno, iniziano a giocare a calcio con il sogno di diventare, un domani, professionisti o professioniste? Ma poi: quanti di loro, in realtà, ci riescono? Pochi, veramente pochi... Per quanto riguarda la Serie A, per esempio, arriva a esordire circa un giocatore su 4.000-5.000, ma poi, il numero di coloro che riescono a restare ad alti livelli per un periodo di tempo prolungato diminuisce ancora. In sintesi, a fare strada nel mondo del calcio sono veramente in pochi e, talvolta, tanti di quelli che non ci riescono sono tanto talentuosi quanto coloro che ce l'hanno fatta ma, per un motivo o per un altro, non sono riusciti a realizzare il proprio sogno. Per questo, chi riesce a fare della propria passione il proprio lavoro non può che ritenersi fortunato.

I calciatori di oggi, giovani o grandi che siano, vengono catapultati in un mondo parallelo rispetto a quello vissuto da una persona comune, fatto di agi di qualunque tipo, benessere e tanto denaro. Ecco quindi che da ciò nasce lo stereotipo del calciatore immune da tutto il male e cosparso perennemente di felicità.

Ma è veramente così? Un giocatore è veramente solo ed esclusivamente questo, perennemente felice e alieno da qualsiasi turbamento?

Fin dagli albori del calcio, e quindi durante un arco di tempo ultracentenario, più volte si sono sentite storie di calciatori che non hanno saputo gestire la propria popolarità, che sono caduti nel tunnel della depressione, che sono stati raggirati da persone solo all'apparenza fidate, che hanno visto riaffiorare fantasmi del proprio passato, che hanno dovuto affrontare lutti o traumi familiari.

Recentemente siamo venuti a conoscenza dello stato depressivo in cui era caduto Dele Alli a causa della ricomparsa di traumi del passato, oppure dell'aiuto psicologico richiesto dal brasiliano Richarlison perché si era reso conto di aver avuto vicino persone soltanto per un puro tornaconto economico.

Cito soltanto questi due casi perché sono i più recenti, ma la lista sarebbe molto più lunga.

Ecco che a questo punto vengono in soccorso le parole dell'allenatore del Tottenham, Ange Postecoglou, da lui pronunciate in conferenza stampa in merito a una crisi di pianto manifestata da Richarlison, suo giocatore negli Spurs, durante un impegno con la nazionale brasiliana. Questo discorso risale a pochi mesi fa, ma può tranquillamente essere ripreso e attualizzato. Qui di seguito ne riporto una sintesi:

«Chi nella propria vita non ha niente di così stressante? Ho 58 anni e non c'è mai stato un periodo nella mia vita dove tutto è stato perfetto. Ho perso mio padre 3 anni fa, e ora avrebbe dovuto essere qui a godersi questo viaggio con me, perciò devo fronteggiare questa situazione. Ora sto parlando di me, ma tutti noi in questa stanza potremmo avere una parte della nostra vita che vola, ma comunque ci sarà sempre qualcosa che non va come vorremmo, che sia un membro della famiglia, una questione economica o una di salute o qualsiasi altra cosa. I calciatori non sono immuni da questo, e spesso penso che loro cadano nella trappola di pensare di esserlo. E non lo sono, perché la vita, per quanti soldi abbiano e per quanto siano veramente bravi nel giocare, troverà sempre un modo per bilanciare tutto. Ci saranno sempre momenti tristi e stressanti, e devono affrontarli. A volte si pensa che un calciatore abbia i soldi, e quindi non ha di che lamentarsi. Certo che ha di che lamentarsi! Poi, ovviamente, il calciatore deve capire che la perfezione nella vita non esiste. Tante persone che noi crediamo abbiano tanti vantaggi, in realtà sono piuttosto infelici. I giocatori, persino quelli più fantastici, hanno problemi. Tutti loro li hanno».

Ange Postecoglou è arrivato in punta di piedi sulla panchina di uno dei club attualmente più prestigiosi del calcio inglese e del mondo e, oltre ai buoni risultati che stanno permettendo al Tottenham di volare ad alta quota, ha portato in Premier League un bagaglio di qualità umane che non stanno passando inosservate. Oltre a mostrare un buon calcio, Postecoglou sta elargendo anche parole e insegnamenti non banali, come quelli inerenti alla salute mentale nel mondo del sport, un tema delicato che non deve passare in secondo piano. È necessario riportare con i piedi per terra la figura dello sportivo professionista, perché, nonostante quest'ultimo abbia avuto la bravura, la fortuna e il privilegio di far diventare la propria passione il proprio lavoro, è comunque una persona come tutti, non un supereroe, e quindi colpito dalle difficoltà della vita.

MARCO FONTANELLI

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