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Olimpiadi, commesso licenziato per aver detto "Palestina Libera"

Il caso Ali Mohamed Hassan, commesso che lavorava nello store ufficiale delle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026, licenziato per aver detto "Palestina Libera".

Licenziato per due parole: "Palestina libera".

Ali Mohamed Hassan lavorava nello store ufficiale delle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026. Non era un atleta, non era un dirigente, non era un portavoce. Era un dipendente impegnato nel proprio turno di lavoro, in queste Olimpiadi che vanno avanti grazie a 18 mila volontari e che sottopaga gli altri lavoratori. Era in turno, insomma, quando un gruppo di tifosi israeliani si è avvicinato a lui. Alla loro presenza, ha pronunciato due parole: "Palestina libera".

La scena è stata ripresa con uno smartphone. Una tifosa lo ha incalzato: "Dillo di nuovo". E lui lo ha ripetuto. "Palestina libera." Ancora. E ancora. La risposta è arrivata con un sarcasmo che non cercava di nascondere il disprezzo: "Ok, bravo. Ce l'hai fatta, hai liberato la Palestina". Accanto, un altro tifoso ha sentenziato: "Dovrebbe essere licenziato".

Il video è stato rilanciato da StopAntisemitism, organizzazione che si definisce un osservatorio contro l'antisemitismo e che negli ultimi anni ha assunto un ruolo attivo nella denuncia pubblica di espressioni considerate ostili a Israele. In poche ore, migliaia di interazioni, centinaia di commenti e una richiesta esplicita indirizzata a Milano Cortina 2026: allontanarlo. E così è stato fatto. 

La risposta è arrivata in giornata. Prima la rimozione dal turno, poi il licenziamento. La motivazione ufficiale: "Non è appropriato che il personale dei Giochi esprima opinioni politiche personali durante lo svolgimento delle proprie mansioni".

Per adesso la notizia è stata ripresa solo da pagine social e da nessuna testata giornalistica. E il fatto non stupisce. Ma fa interrogare: negli ultimi anni il dibattito sul rapporto tra sport e conflitti internazionali è sempre stato acceso. Alle Olimpiadi di Parigi 2024, gli atleti russi non hanno potuto gareggiare sotto la propria bandiera nazionale a seguito dell'invasione dell'Ucraina. Una decisione che ha segnato una linea chiara, ma che ancora oggi risulta incostante, zoppa, alterna. Israele, infatti, continua a competere con bandiera e inno, schierando atleti che prima erano schierati in prima linea a Gaza, mentre sul piano internazionale è sotto esame presso la Corte Internazionale di Giustizia in relazione alle operazioni militari a Gaza. È una differenza che molti osservatori sottolineano e che alimenta la percezione di un doppio standard.

In questo contesto, le due parole pronunciate da Ali Mohamed Hassan assumono un peso simbolico importante. Non uno slogan gridato durante una cerimonia ufficiale, non un'iniziativa organizzata, ma una risposta verbale in un'interazione diretta, fuori da un palco e dentro uno store. Chi difende il provvedimento parla di tutela dell'immagine dei Giochi e di prevenzione di tensioni. In realtà nasconde un segnale preoccupante: la possibilità che la pressione mediatica e social determini in poche ore la perdita del lavoro per un'espressione politica.

Ali Mohamed Hassan ha perso il posto per due parole. Per alcuni, ha violato una regola. In realtà ha esercitato un diritto. Un diritto che qualcuno ha deciso di negargli, armato di cellulare e pronto a minacciare. 

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