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O Rey

I tre Mondiali vinti, l'amore per il Santos, le 92 triplette. Questo, e tanto altro, è stato Pelé, per alcuni "La Perla Nera", per altri più semplicemente "Il Re".  

Edson Arantes do Nascimiento, meglio noto come Pelé, ci ha lasciato a 82 anni. Prima di andarsene non ha avuto nemmeno la soddisfazione di vedere il suo Brasile rivincere il Mondiale, nonostante i suoi presunti eredi, ben sapendo le sue condizioni di salute, avessero dichiarato di volergli dedicare il trionfo in Qatar.

Per descrivere Pelé potrebbero bastare i numeri, una volta letti quelli ogni discorso è superfluo. Tre titoli mondiali vinti (Svezia 1958, Cile 1962 e Messico 1970), ma sarebbero potuti essere quattro se in quelli inglesi del 1966 non fosse stato letteralmente preso a calci dagli avversari (prima dalla Bulgaria e infine dal Portogallo), 1281 gol in carriera, giocatore più giovane ad aver vinto un mondiale e aver segnato in una finale mondiale. A questi dati ne potremmo aggiungere molti altri come aver vinto più volte il titolo di miglior capocannoniere del campionato paulista o di aver segnato 8 gol in una partita sola (Santos-Botafogo 11 a 0) e di aver collezionato 92 triplette (sì, avete letto bene: 92 triplette) in carriera. Ma Pelé non si può racchiudere in una serie, seppur impressionante, di numeri che nessuno probabilmente supererà più. Il merito maggiore di Pelé è stato quello di aver portato il calcio in una nuova dimensione. È stato il primo campione che ha goduto dei benefici della televisione. La sua pur inconfutabile grandezza ha brillato ancora di più perché è apparsa in uno dei momenti di maggior diffusione del piccolo schermo.

Di ciò non hanno beneficiato i campionissimi del passato, soprattutto prima della seconda guerra mondiale e quelli dell'immediato dopoguerra. Pensiamo a Meazza, Piola, Valentino Mazzola, Schiaffino e anche Di Stefano. Tutti campioni dei quali abbiamo imparato le gesta perché le abbiamo lette in qualche testo sacro della storia del calcio o abbiamo visto qualche gol in filmati storici. Pelé è arrivato ed esploso con l'avvento della televisione, così come Ronaldo e Messi hanno beneficiato della diffusione di internet e delle tv a pagamento per ingigantire la loro gloria.

Pelé è stato il miglior veicolo di pubblicità per il calcio non solo perché era fortissimo ma soprattutto perché era bellissimo da vedere, uno spettacolo nello spettacolo. Tutto ciò è stato determinante per costruire il suo mito. Certo, quello che il numero 10 brasiliano ha esibito sul campo è stato tutto merito suo.

Il padre di Pelé si chiamava Dondinho ed era un ex calciatore. Capì subito che suo figlio non era normale perché a 5 anni palleggiava e calciava il pallone meglio di lui. È vero, la genetica non è un'opinione, e Dondinho era stato un ottimo centravanti nelle serie minori brasiliane (una volta segnò 5 gol di testa in una sola partita), ma il piccolo Pelé non aveva nulla del padre. Dondinho, che nel frattempo aveva smesso di giocare per un grave infortunio e si era messo a fare il muratore, capì che quel talento andava curato e protetto, al resto ci avrebbe pensato il piccolo Pelé che era uscito dalla pancia della mamma come una macchina full optional ordinata dal concessionario senza badare a spese: destro, sinistro, colpo di testa e un fisico fuori dal normale. Non che il piccolo Pelé fosse particolarmente robusto, anzi le gambe erano magroline, ma era elastico, di un'elasticità tipica di un ginnasta, e con dei muscoli dotati di una forza esplosiva. Quel ragazzino sembrava quattro atleti di alto livello in uno: ginnasta, velocista, pugile e ballerino. I piedi, poi, erano educatissimi, capaci di palleggi irreali ed interminabili. Un talento del genere non poteva passare inosservato agli occhi di Waldemar De Brito, ex attaccante del Brasile, passato alla storia per essere stato il primo giocatore a sbagliare un rigore in un mondiale, che si era messo a fare l'osservatore e scoprì il ragazzo nelle giovanili del Bauru, la squadretta dove Pelé stava muovendo i primi passi. De Brito presentò il ragazzo al Santos senza aver paura di esagerare: "ho trovato quello che sarà il miglior giocatore del mondo". I dirigenti del Santos pensarono che il vecchio Waldemar avesse bevuto, ma un provino non si negava a nessuno, soprattutto se presentato da un vecchio campione. Il provino di Pelé durò pochissimo. Dopo alcuni attimi, dissero al ragazzo che poteva anche fermarsi e contemporaneamente telefonarono in sede per dettare il contratto. Così, a soli 15 anni, Pelé era già del Santos e dopo pochi mesi debuttava nella massima serie brasiliana realizzando un gol. Dopo soli due anni da quel benedetto provino, Pelé, a 17 anni, trascinerà il Brasile al suo primo titolo mondiale contro la Svezia. Da qui in poi, inizierà la leggenda di Pelé, che legherà la sua carriera al Santos, un club che prima del suo arrivo aveva vinto pochino e che con lui metterà in bacheca 6 campionati, 2 coppe Libertadores e 2 coppe Intercontinentali, diventando una delle squadre più famose della storia. Pelé rimarrà fedele al club di San Paolo per ben 19 campionati, prima di trasferirsi al Cosmos in America, conscio che quello non era più calcio ma solo business.

I 19 anni al Santos vanno di pari passo con la carriera meravigliosa e unica in nazionale: quattro mondiali, di cui tre vinti e due dove subì gravi infortuni, in Cile e, come detto, in Inghilterra. I maligni, nei continui e inevitabili paragoni con Maradona, dicono che Pelé ha vinto e giocato in nazionali stellari. È verissimo. Nel 1958 e nel 1962 tra i suoi compagni c'erano alcuni dei migliori interpreti dei loro ruoli nella storia del calcio: Nilton e Djalma Santos come terzini, Garrincha come ala, Didì, come centrocampista, e Vavà, uno dei migliori centravanti di sempre. Così come la nazionale brasiliana del 1970 che sconfisse l'Italia a Messico 1970 era farcita di fenomeni e Pelé era la ciliegina di una torta prelibata dove Carlos Alberto e Gerson erano il pan di spagna, Jairzinho e Rivelino la crema e la panna montata, Tostao, Brito e Clodoaldo le guarnizioni. Sì, forse quel Brasile avrebbe vinto lo stesso anche senza il suo numero 10, ma la qualità eccelsa di quella squadra non può sminuire quello che è stato Pelé, importantissimo anche fuori dal campo per il suo ruolo di ambasciatore del pallone. Anche qui diversissimo da Maradona, che, invece, era in perenne contrasto, se non addirittura guerra con i vertici della FIFA.

Due i soprannomi più importanti dati a Pelé: O rey (il re) e la perla nera. Entrambi belli, ma o rey è quello che l'identifica meglio perché Pelé è stato veramente il re del calcio.

Meglio lui o Maradona? Ogni appassionato ha il suo preferito e nessuno, esprimendo un parere, può avere torto o ragione. Diego e Pelé sono stati grandi in modo diverso, sia sul campo che fuori. Il continuare a paragonarli contribuirà a tenerli in vita nella mente dei tifosi più giovani e sarà sempre un metro di paragone e una sfida impossibile per i futuri campioni. 

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