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La responsabilità di Educare: No coach. storie di abusi nello sport

Un pugno nello stomaco, un pugno necessario. Una sensazione di sgomento nello scoprire che lo sport non è solamente orgoglio e allegria, ma anche pericolo, omertà, tabù.

È l'effetto che si prova ad ascoltare la serie podcast "No coach. Storie di abusi nello sport", prodotta dalla piattaforma Gli ascoltabili. Un progetto nato dalle inchieste della giornalista Ansa Daniela Simonetti, già autrice del libro-inchiesta Impunità di gregge. Sesso, bugie e abusi nello sport (Chiarelettere) e fondatrice dell'associazione Changethegame.

Cinque storie che squarciano l'idea che lo sport sia l'unico mondo franco, lontano dalle violenze che troviamo ogni giorno nel lavoro, nella scuola o per strada. La voce di Alessia Tarquinio, celebre voce prima di Sky Sport e ora di Amazon Prime Video, conduce i fili di cinque vicende esemplari, unite da un elemento in comune: i responsabili (o i complici) di violenze sessuali e atti di bullismo sono spesso allenatori, dirigenti, tutori di giovani ragazzi e ragazze che praticano sport. Proprio quelle figure a cui le famiglie affidano i propri figli, delegando il compito di educarli e farli crescere nella società.

Tutti noi potremmo essere i compagni di Loris e Alessandro, i due giovani rugbisti che lottano contro l'omertà per denunciare gli abusi commessi dal proprio allenatore: come se di certi argomenti non sia possibile parlare; come se il ruolo del capo non possa essere messo in discussione.

Così come tutti noi potremmo sentire, nelle testimonianze di donne vittime di violenza, il timore di essere colpevole di aver osato troppo o di aver travisato. Ed è proprio quanto accaduto a due ragazze di 13 anni, che hanno lottato anni perché la giustizia riconoscesse le molestie compiute dal proprietario del maneggio in cui si dedicavano anima e corpo per la loro passione, l'equitazione. Un luogo che era considerato una casa, una confidenza così eccessiva da diventare oppressione. La paura della denuncia, dello stigma, di essere sbagliate.

C'è spazio per la vicenda di Khalida Popal, che ci parla dell'Afghanistan e dell'impossibilità di fare la calciatrice nel regime talebano. E c'è spazio per una terribile storia di bullismo, all'interno di una foresteria in cui, una volta spente le luci, poteva accadere di tutto: nel silenzio dei compagni, nell'incredulità di chi avrebbe dovuto vigilare. Una vicenda che avremmo potuto associare a un contesto scolastico, ma mai ci saremmo aspettati di associarla al rugby, uno degli sport più attenti ai valori.

A chiudere la serie, la gioventù di un ragazzino di 12 anni, interrotta da un dirigente accompagnatore che l'ha seguito sin dal suo arrivo nelle giovanili dell'Albinoleffe. Un rapporto malato, iniziato con dei semplici doni per dare il benvenuto e per conquistare la sua fiducia. La scoperta della sessualità avvenuta in maniera traumatica, senza possibilità di scelta libera. La convinzione che quel rapporto fosse vero affetto e non costrizione psicologica: "io a questa persona ho voluto bene, […] ho dovuto crearmi un rapporto emotivo perché sennò era impossibile sopravvivere".

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Da un lato, la vita apparentemente normale di un ragazzo; nel lato oscuro della sua vita, un legame tossico con un predatore: avere bisogno di soldi, come tutti i 18enni, e riceverli in cambio di prestazioni sessuali.

Il ragazzo, ora uomo, ha trovato la forza di ripartire. È un giovane allenatore, che tenta di insegnare i fondamentali del calcio, senza mai dimenticare i fondamentali della vita.

No Coach non è solamente una serie prodotta con l'obiettivo di denunciare, squarciando il velo di tanta retorica sui valori dello Sport come fondamento di civiltà. È un pugno nello stomaco che chiama a un atto di coscienza e responsabilità da parte di tutti noi, atleti, compagni, educatori. Un invito a non girarci dall'altra parte, a non pensare che lo sport sia solo benessere fisico o spirito olimpico, dove "l'importante è partecipare". Un sollecito nei confronti delle istituzioni sportive perché si dotino di leggi contro i violenti e, soprattutto, vigilino di più: oggi, ad esempio, un tesserato in una società non ha l'obbligo di fornire lo stato della fedina penale.

Se consideriamo il fenomeno sportivo come fatto sociale allora non potremo più considerarlo estraneo alle storture della società. E quindi non è estraneo a violenze e abusi, che si annidano soprattutto dove esistono i tabù.

Gli autori e le voci di questo progetto si fanno testimoni, parlando in nome e per conto di tutti coloro che non hanno voce, o non riescono a farsi ascoltare. E chiedono a noi una sola azione: educare.

Andrea Sciretti

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