Oltre cento ragazze e ragazzi provenienti da quattro Paesi europei hanno partecipato al Torneo Internazionale di ActionAid. Con il metodo football3 il calcio diventa uno strumento per educare al rispetto, contrastare l'odio e costruire nuove relazioni.
Può una partita di calcio insegnare a combattere il razzismo? A Napoli la risposta è sì. Succede grazie a DIALECT, il progetto europeo promosso da ActionAid che dal 2019 utilizza lo sport come strumento educativo per favorire l'inclusione, abbattere gli stereotipi e creare relazioni tra giovani provenienti da contesti culturali differenti.
L'ultima tappa di questo percorso si è svolta al Villaggio del Rugby GLS Napoli, all'interno del Parco San Laise di Bagnoli, dove oltre cento ragazze e ragazzi tra i 10 e i 17 anni provenienti da Italia, Grecia, Serbia e Ungheria hanno preso parte al Torneo Internazionale del progetto. Un evento inserito nel programma di Napoli Capitale Europea dello Sport 2026 e patrocinato dal Comune di Napoli, che ha trasformato il calcio in un linguaggio universale capace di unire anziché dividere.
Il calcio come spazio di incontroL'obiettivo di DIALECT è semplice ma ambizioso: contrastare stereotipi, discriminazioni e fenomeni di radicalizzazione offrendo ai più giovani occasioni concrete di incontro.
Sul campo, le differenze di lingua, cultura o provenienza diventano un punto di forza. Ragazzi e ragazze imparano a conoscersi, confrontarsi e collaborare attraverso il gioco, sviluppando empatia e rispetto reciproco in un ambiente dove nessuno viene giudicato per la propria storia.
Lo sport diventa così uno strumento educativo capace di costruire comunità, andando ben oltre il risultato finale di una partita.
Il metodo football3: prima le persone, poi il palloneAl centro del progetto c'è il metodo football3, una particolare metodologia sportiva che ribalta il modo tradizionale di vivere il calcio.
Prima dell'inizio della partita i partecipanti si siedono in cerchio, si presentano e stabiliscono insieme le regole del gioco. Durante l'incontro imparano a gestire emozioni, conflitti e collaborazione. Al termine, si confrontano su quanto accaduto in campo, riflettendo sul rispetto reciproco, sull'inclusione e sulla capacità di ascoltare gli altri.
In questo modello vincere non rappresenta l'obiettivo principale. Conta soprattutto il percorso condiviso, la qualità delle relazioni costruite e la capacità di trovare soluzioni comuni.
Come spiega Daniela Capalbo, referente di ActionAid a Napoli, «il cuore della sfida è costruire regole condivise e gestire le controversie in autonomia. È un esercizio di empatia: per giocare bisogna prima di tutto entrare in contatto con l'altro».
La storia di Al WalidTra i protagonisti del progetto c'è anche Al Mohamed Al Walid, rifugiato siriano di 21 anni, oggi formatore e mediatore culturale all'interno di DIALECT.
Dopo essere cresciuto nel nord del Libano, dove aveva creato una piattaforma online per contrastare la narrazione negativa sui rifugiati, oggi accompagna gli studenti nei laboratori dedicati alla media literacy e all'educazione digitale.
Il suo racconto testimonia il valore dell'iniziativa: lavorando con i ragazzi delle scuole medie ha scoperto una nuova Napoli, fino a sentirsi parte integrante della città. Un'esperienza che dimostra come l'incontro diretto tra persone riesca a superare pregiudizi e diffidenze molto più di qualsiasi teoria.
Lo sport contro odio e fake newsAccanto alle attività sportive, DIALECT propone percorsi di media literacy per aiutare i giovani a riconoscere fake news, discorsi d'odio e narrazioni discriminatorie che spesso circolano online.
L'obiettivo è formare cittadini più consapevoli, capaci di sviluppare spirito critico e di costruire relazioni fondate sul dialogo anziché sul pregiudizio.
Il progetto dimostra come il calcio possa diventare molto più di uno sport. Può essere una palestra di cittadinanza, un luogo dove imparare il valore delle regole condivise, dell'ascolto e del rispetto reciproco. Perché le partite più importanti, a volte, non si giocano per alzare un trofeo, ma per costruire una società più inclusiva.



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