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I murales degli esuli cileni dello Stadio Liberati rischiano di scomparire

Realizzati nel 1975 da giovani profughi cileni fuggiti dalla dittatura di Pinochet, i murales dello stadio di Terni rischiano di scomparire con il nuovo progetto del Liberati.

Uno dei murales realizzati dagli esuli cileni allo stadio Liberati di Terni. Fonte foto: Artribune

C'è un pezzo di arte, e di storia, che rischia di andare perduto. Un pezzo di arte e di storia che si incontra con il calcio, con la politica, con l'accoglienza. Sono i murales dello Stadio Libero Liberati di Terni, realizzati negli anni Settanta da profughi cileni che erano scappati dalla dittatura di Pinochet e che proprio in Umbria avevano trovato rifugio e accoglienza.

"I murales del Liberati non sono semplici decorazioni murarie, ma un lascito degli esuli cileni alla nostra città, testimonianza viva di lotta contro la dittatura, solidarietà e accoglienza - hanno scritto in un appello i gruppi di tifosi della Curva Est - La loro perdita o compromissione rappresenterebbe un danno irreparabile dal punto di vista storico, artistico e civile. Queste opere, dipinte all'interno della curva est e della curva sud, rappresentano una testimonianza unica di solidarietà internazionale, memoria storica e impegno civile".
L'appello è arrivato anche alla Soprintendenza, chiamata a tutelare questi storici murales realizzati nel 1975 dalla Brigata Pablo Neruda e oggi "patrimonio culturale e identitario della città e tra i pochi esempi ancora presenti in Italia". Dopo il golpe militare del 1973 e la morte di Salvador Allende, il gruppo era dovuto fuggire dal Sudamerica e attraverso la loro arte cercavano di raccontare il Cile che avrebbero voluto costruire: un Cile libero, democratico, egualitario e antifascista.
Uno dei murales realizzati dagli esuli cileni allo stadio Liberati di Terni. Fonte foto: Artribune

Tra gli autori c'era anche un giovane Antonio Arevaldo, critico e curatore d'arte, rappresentante della cultura cilena in Italia, che in questa intervista ad Artribune racconta così quella esperienza: "Avevo 17 anni quando salii su quelle altissime impalcature dello stadio Libero Liberati di Terni. Eravamo in quattro e gli altri, come me, non avevano più di vent'anni. Carmen, Rodrigo, Claudia e io. Volevamo sensibilizzare l'opinione pubblica sugli orrori della dittatura di Pinochet che affliggeva il mio paese, il Cile, e che ci aveva costretti ad andare via, verso un esilio che non è mai finito".
Il progetto per il nuovo Liberati, uno stadio da 43 milioni di euro, rischiano di cancellare tutto questo. Alla Sovrintendenza, allora, l'impresa di conciliare la necessità di nuove infrastrutture e la tutela di un patrimonio artistico, storico e collettivo che non può andare distrutto.

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