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Morti di tifo: intervista all'autore Simon Pietro Giudice

Abbiamo rivolto alcune domande a Simon Pietro Giudice, autore di "Morti di tifo, l'epidemia calcistica". Si tratta di un libro davvero interessante, senza dubbio il più ricco ed esaustivo sull'argomento. Insieme, abbiamo parlato del libro, rievocato momenti storici e affrontato alcuni temi contemporanei sensibili.

Questo libro, che è quello di esordio, nasce dalla tua esperienza in Inghilterra ma immagino che l'interesse nasca prima. Che rapporto c'è stato nella tua vita col tifo?

La passione per il calcio mi accompagna fin da piccolo. Ho un fratello maggiore, più grande di dieci anni. Quando io ne avevo sei o sette, lui già frequentava la curva della Roma. È stato fondamentale per il mio avvicinamento al calcio: tramite mio fratello ho iniziato ad appassionarmi ai giallorossi. Ricordo che a casa parlava delle partite o cantava alcuni cori della tifoseria. Poi, ha iniziato a portarmi allo stadio e ad assistere ai ritiri della squadra giallorossa. L'Olimpico rappresentava il tempio, ma la mia passione oltrepassava la partita settimanale: collezionavo le figurine e seguivo tutto ciò che orbitava intorno alla squadra. Questo approccio è diventato curiosità, assecondando la mia inclinazione. In seguito, è diventato passione per il giornalismo. In Inghilterra, alcuni anni fa, c'è stato un episodio molto significativo. Rimasi atterrito all'entrata di un Pub, quando lessi che era proibito l'ingresso ai sostenitori che indossassero colori diversi da quelli della squadra del locale. Si percepiva una minaccia velata, sembrava di essere in un feudo!

Apprezzo molto la ricognizione archeologica dei concetti. Hai saggiamente messo in evidenza l'origine greca del termine "tifo" (traducibile con "fumo, febbre o fantasia"), e il doppio riferimento all'epidemia e ai fenomeni sociali come la religione e la politica.

Il titolo del libro è un gioco di parole: "morti di tifo". Questa espressione permette di tenere insieme i diversi significati della parola tifo. Per quanto riguarda il libro, volevo partire dalle basi sia storicamente, sia concettualmente. Desidero rispettare i lettori, semplificando la materia trattata e fornendo gli strumenti per entrare non solo nel testo, ma anche nella vicenda, che è viva e presente. Quando scrivo mi immagino il lettore "più lontano da raggiungere". Ho cercato di fornire un "vocabolario dell'argomento", usando parole semplici e intuitive o parole chiave. Ho analizzato il tifo a partire dall'antica Grecia. C'è un modello paradigmatico che permette di pensare all'insieme degli sport: le Olimpiadi. La Grecia antica permette di pensare lo sport come non diviso dalla religione o dalla politica. Il ricorso a questa antica dimensione dipende dal fatto che intendo portare un parallelo tra calcio e religione: lo stadio è come il tempio e la preghiera è come un coro sacro. Ci sono anche altri elementi analogici: i tifosi sono "fedeli" e sperando nella vittoria pregano. Pregare e tifare non sono dissimili. Colgo l'occasione per citare – come nel libro – Pasolini: «il calcio è l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo».

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Gioca la Roma, come facciamo? - Il Catenaccio - Web Magazine Sportivo

Tutto era iniziato qualche settimana fa, quando avevamo annunciato alla classe che saremmo andati in campo scuola. Dopo l'euforia iniziale iniziarono le domande: "Ma le camere?", "Ma i posti sul pullman?", "Possiamo usare i cellulari?", "Dobbiamo venire con la divisa?". A un certo punto la faccia di Sara, seconda fila, banco al centro, si fa più pallida. Alza timida la mano e fa: "Prof, ma il 5 maggio gioca la Roma. Come facciamo?".
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Mi ha colpito il riferimento quasi profetico alla pandemia. Una coincidenza assurda.

Avevo firmato con un editore prima dell'epidemia. Il libro era pronto ma mi chiesero di aspettare per la pubblicazione, perché c'era un riferimento esplicito ai termini "epidemia e morte" nel titolo ("Morti di tifo"). Ho iniziato a scrivere questo libro circa cinque-sei anni fa. Mai avrei immaginato che arrivasse una pandemia di tale portata. Ahimè, l'argomento è stato quasi premonitore: si tratta di una coincidenza incredibile e tremenda. Ho potuto pubblicare il libro perché nel frattempo è arrivata la casa editrice Eraclea, che si è fidata del titolo e non ha ravvisato un eccessivo rischio di ferire la sensibilità pubblica, messa a dura prova dal Covid19.

Hai giustamente messo in mostra come non dipenda sempre dalla violenza e di come la violenza sia ben oltre il rettangolo di gioco e le pareti degli stadi, ma sia anche mediatica, verbale, o economica. Quale dramma, tra i tanti che hai preso in esame, ti ha scosso di più?

Il momento più toccante è stato in Inghilterra, a Blackpool. Sono andato a vedere la targa commemorativa, che ricorda l'omicidio del '74 di Kevin Olsson, riconosciuto per la prima volta – anche mediaticamente – come "morto di tifo", cioè come vittima di violenza legata alla rivalità sportiva. Questo caso di cronaca nera sportiva, in un certo senso, ha inaugurato la repressione Thatcher. Eppure, c'erano già stati morti legati al tifo (nel '53, ad esempio, il giovane John Beckley). De Falchi, invece, è stato il caso italiano paragonabile alla vicenda Olsson.

Qual è stato invece uno dei momenti più belli legati al calcio? 

Il momento più bello è senza dubbio quella che è passata alla storia come la "Partita della pace", giocata nel 1914 tra soldati tedeschi e britannici di stanza in Belgio, durante la notte di Natale. Durante la Prima guerra mondiale, alcuni militari, coinvolti sui due fronti opposti, fecero una tregua natalizia attraverso un cessate il fuoco non ufficiale. Passarono la notte giocando a calcio: vinsero i tedeschi per 3-2. Questo momento di umanità apicale è oggi ricordato e raffigurato da alcune statue che si stringono la mano. Il monumento fu omaggiato nel 2014 dall'ex presidente Platini con una corona di fiori, in occasione del centenario della "Partita della pace". Ogni partita è anche una guerra, ma questa è stata una poesia. C'era la guerra ma hanno scelto di aggregarsi e unirsi nella notte di Natale, sublimando le ostilità con una contesa calcistica. È stato un momento epico, da raccontare.

Monumento celebrativo della "Partita della Pace" del 1914 (Fonte: Gioco pulito)
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Dizionario Romanista: Fede - Il Catenaccio - Web Magazine Sportivo

Con i derby ho sempre avuto un rapporto difficile. Li sento troppo, preferisco non vederli. Lo so, può sembrare assurdo, ma è qualcosa di viscerale, di irrazionale, che poi diventa fisico, entra nello stomaco. Ho sentito derby alla radio, li ho seguiti fissando il Televideo per 90 minuti, li ho vissuti ascoltando le urla del vicino di casa, provando a distinguere tra grida di gioia e strilli di disperazione.

Il tifo è trasversale e crea uguaglianza nel senso che si raccolgono persone intorno ad una bandiera indipendentemente dalla loro origine e condizione sociale. Lo stadio ha un ruolo catartico o di sfogo?

Alla base del libro c'è il mio interesse per l'antropologia e per la fenomenologia dell'umano. Il calcio, come l'economia e la politica, non è da criminalizzare. Gli strumenti possono essere impiegati per diversi fini: peggiori e migliori. Si tratta di un'ambivalenza originaria. Tutto ciò che ha origine dall'uomo porta in sé il conflitto. Lo schema della rivalità è ineludibile. Il calcio è solo una delle rappresentazioni della vita. Ciò che riguarda l'umano ne riflette le luci e le ombre. Lo stadio è uno dei luoghi che permette di inscenare questa intima natura dell'umano.

I problemi affrontati nel libro riguardano esclusivamente il calcio? Ed è un problema di cultura occidentale?

I problemi affrontati non riguardano solo il calcio, ma si verificano anche in altri sport. Il concetto di rivalità presuppone sempre lo scontro e la possibilità della sua esasperazione. Nella cultura occidentale questo schema è amplificato ma certi fenomeni accadono anche in Asia: penso al Cricket in India.

Cosa pensi del rapporto tra il tema del tifo e il calcio femminile?

Mi sto appassionando al calcio femminile. Mi sto documentando e sto trattando l'argomento. Il calcio è solo uno degli aspetti della società. Le donne hanno impiegato anni per accedere ai diritti politici: non potevano votare prima, mentre ora assumono ruoli di rilievo. Si pensi alla cancelliera Merkel, che si è fatta rimpiangere. Nello sport, per fortuna, il cambiamento sembra stato più celere. La Nazionale italiana femminile sta crescendo anche se è seguita da un pubblico maggiore solo da qualche anno. All'estero questo avvicendamento è stato più veloce. Penso agli Stati Uniti, in cui il centravanti della Nazionale femminile è una vera e propria celebrità.

Secondo te è vero che la generazione Millennial e i più giovani non sono più interessati al calcio?

Non condivido questo timore. I giovani usano canali diversi e cercano una fruizione del contenuto sportivo in linea con le caratteristiche generazionali. L'appeal del calcio rimane. Non credo che la generazione Millennial si stia disinteressando al calcio. Magari possono essere più interessati ad altri aspetti. Si pensi a quanto accade nel cinema: si guardano più piattaforme ed è aumentata la fruizione di contenuti da casa, ma si continua ad andare al cinema, considerandolo un bel momento della settimana. Il tifoso da divano esisteva già, come dico anche nel libro. L'evoluzione porta dal divano al pc o allo smartphone. Non dimentichiamo, poi, la radio. La passione per il calcio è viva e vegeta: si pensi al Fantacalcio, che coinvolge molti giovani, o alle figurine Panini. Per quanto riguarda l'approccio all'argomento, tuttavia, rimango conservatore. Perché dovrebbero essere cambiati i formati dei tornei? Solo per andare a "pescare" qualcuno di nuovo? Chi ama il calcio lo segue già. Perché milioni di tifosi dovrebbero vedere cambiare qualcosa che attendono con fervore ogni anno, per qualche esperimento rivolto ad altri? In tal senso, mi ritengo contrario anche alla disputa dei Play Off per assegnare lo scudetto e alla Superlega.

Come ha vissuto il triste spettacolo degli stadi vuoti l'autore di Morti di tifo?

Scrivo di personaggi sportivi e legati al calcio. Lo stadio è più che un'ambientazione: respira. Ho vissuto lo scenario desolante degli impianti sportivi vuoti come un lutto. Calcisticamente parlando è stato tragico: potrei annoverare un'immagine simile tra le disgrazie che avvengono sulle tribune, rievocate nel libro. Le due squadre e le fazioni che si fronteggiano non ci sono. Non c'è niente. Si può fare esperienza del vuoto. Il silenzio nello Stadio ha un valore funebre: cala solo nei minuti commemorativi a inizio partita, per omaggiare le persone scomparse. Vedendo gli stadi vuoti, si capiva quanto fosse primario e irrinunciabile il tifoso e, più in generale, del tifo. Le partite erano a malapena paragonabili a degli allenamenti. Il tifo è vita: si pensi alla Clivense che sta rinascendo grazie al sostegno dei suoi appassionati. Il tifo alimenta la squadra, in molteplici sensi. Il tifo e l'evento sportivo sono inscindibili: lo spettatore è parte integrante dello spettacolo.

Cosa auguri al calcio?

Posso essere sincero? Di risolvere il problema del caro biglietto. Dico questo, pur sapendo che nel tempo aumenteranno progressivamente i prezzi. Il calcio deve essere per tutti e non solo a parole. Il problema riguarda l'accessibilità e il prezzo può essere una barriera sociale.

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