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Eugene non è stato solo un Mondiale, ma il futuro dell'atletica italiana

Cinque medaglie, un record mondiale e una generazione che non ha più paura del mondo. 

Ci sono luoghi in cui andare a gareggiare significa semplicemente partecipare a una competizione. E poi ci sono luoghi in cui, prima ancora di entrare in pista, senti di essere dentro la storia dell'atletica. Eugene è uno di questi.

Per un giovane atleta italiano, arrivare all'Hayward Field non può essere come arrivare in uno stadio qualunque: significa mettere piede nella casa dell'atletica mondiale, nella città che ha costruito una parte enorme della cultura americana della corsa, nella pista resa leggendaria da Steve Prefontaine e diventata negli anni uno dei luoghi simbolo dell'atletica internazionale. È lì che gli azzurrini sono arrivati per i Mondiali Under 20 2026, con quella particolare emozione che appartiene a chi sa di gareggiare in un posto dove, prima di lui, hanno corso alcuni dei più grandi campioni della storia.

E forse proprio per questo Eugene aveva qualcosa di speciale. Perché questi ragazzi non erano semplicemente chiamati a correre, saltare o lanciare dall'altra parte dell'oceano: erano chiamati a misurarsi con il mondo nel luogo che, per definizione, rappresenta il mondo dell'atletica.

E hanno risposto.

L'Italia ha chiuso la manifestazione al terzo posto nel medagliere, dietro soltanto a Stati Uniti e Kenya, con tre medaglie d'oro e due di bronzo. Non era mai successo prima che una squadra italiana conquistasse cinque medaglie nella stessa edizione dei Mondiali Under 20 e non era mai successo che l'inno di Mameli risuonasse tre volte nella stessa rassegna. Il precedente massimo era di tre medaglie complessive, ottenute a Lisbona nel 1994, a Grosseto nel 2004 e a Lima nel 2024.

Ma fermarsi al medagliere sarebbe quasi riduttivo.

Perché dietro quei cinque podi c'è un movimento intero che continua a crescere.

C'è Serena Di Fabio, che ha scritto una pagina nuova nella storia della marcia italiana conquistando il primo oro azzurro di sempre nella specialità ai Mondiali Under 20. Nei 5000 metri ha dominato la gara in 20:57.57, firmando anche il record dei campionati e confermando una crescita che l'aveva già portata a presentarsi a Eugene con il miglior tempo mondiale stagionale della categoria.

C'è Daniele Inzoli, che nel salto in lungo ha riportato l'Italia sul gradino più alto del podio iridato 22 anni dopo Andrew Howe, atterrando a 7,97 metri. E c'è una curiosità che rende ancora più bella questa storia: Inzoli è il fratello minore di Francesco, altro grande talento del lungo italiano, e a Eugene era arrivato già dopo aver superato gli otto metri in qualificazione, con un 8,15 che lo aveva portato al secondo posto di sempre tra gli italiani Under 20, dietro soltanto a Mattia Furlani.

Poi c'è Kelly Doualla. Sedici anni. Un bronzo nei 100 metri in 11.27, prima atleta italiana di sempre a conquistare una medaglia mondiale nella specialità considerando tutte le categorie, e poi l'oro nella 4x100 mista insieme a Edwin Fermin Galvan, Elisa Valensin e Francesco Pagliarini. Una staffetta che non si è limitata a vincere: ha corso in 41.21, nuovo record mondiale Under 20.

E c'è Nicolò Vidal, bronzo nei 5000 metri di marcia con 18:56.19, nuovo record italiano Under 20 e primo junior azzurro a scendere sotto i 19 minuti sulla distanza. Una medaglia arrivata al termine di una gara corsa a ritmi folli, nella quale Vidal ha avuto il coraggio di restare agganciato al gruppo che si giocava il titolo.

Ma la fotografia di Eugene non si esaurisce nei cinque medagliati.

C'è Francesco Crotti, quarto nel triplo con 16,24, primato personale e miglior risultato di sempre per un triplista italiano ai Mondiali Under 20, a pari merito con il quarto posto ottenuto da Daniele Greco nel 2008. C'è Anita Nalesso, quarta nel peso. Ci sono Alessia Succo e Margherita Castellani, entrambe seste, con Castellani capace di diventare la prima junior italiana a scendere sotto i 23 secondi nei 200 metri, correndo 22.99 e migliorando il record italiano Under 20. C'è Matteo Sorci, ottavo nel decathlon con 7663 punti, nuovo record italiano di categoria. E ci sono altri sette piazzamenti tra il nono e il dodicesimo posto.

Numeri che raccontano qualcosa di più importante delle singole medaglie.

Raccontano la profondità di un iceberg.

E forse è proprio questa l'immagine adatta, quella che dovremmo utilizzare quando parliamo dell'atletica italiana di questi anni: iceberg.

Perché se guardiamo soltanto ai campioni che già conosciamo, le punte bianche, luminose, rischiamo di non accorgerci di quello che sta arrivando dietro, sotto l'acqua profonda, nel buio.

Furlani, Iapichino, Battocletti, Doualla, Inzoli, Di Fabio, Valensin, Castellani e tanti altri non sono episodi isolati: sono generazioni diverse di un movimento che sta continuando a produrre talento.

Eugene lo dimostra con una forza particolare perché questi Mondiali hanno messo insieme più di 1800 atleti provenienti da 147 Paesi, in una delle rassegne giovanili più importanti dell'intero calendario internazionale. In questo contesto l'Italia non si è semplicemente fatta vedere: ha chiuso terza nel medagliere e ha stabilito il proprio miglior risultato di sempre nella storia dei Mondiali Under 20.

E allora forse dovremmo smettere di considerare i giovani come una promessa, perché una promessa è qualcosa che deve ancora accadere.

Questi ragazzi, invece, stanno già accadendo.

Stanno già vincendo, migliorando record, entrando nelle finali mondiali e misurandosi con i migliori coetanei del pianeta. E soprattutto stanno costruendo quella che sarà l'atletica italiana dei prossimi dieci anni.

Naturalmente questo non significa che tutti diventeranno campioni assoluti. L'Under 20 è un'età di passaggio, una fase nella quale la crescita fisica e tecnica può cambiare rapidamente e nella quale trasformare un talento giovanile in una carriera internazionale è tutt'altro che scontato.

Ed è proprio per questo che questi risultati vanno letti nella maniera giusta.

Non come una garanzia per il futuro, ma come una responsabilità per il presente.

Perché coltivare un movimento significa anche sapere cosa fare con questi ragazzi dopo che hanno smesso di essere "azzurrini". Significa accompagnarli nel passaggio alla categoria assoluta, proteggerli dagli abbandoni, costruire società capaci di sostenerli, tecnici preparati, strutture adeguate e un sistema che non perda per strada quei talenti che oggi celebriamo.

La medaglia, in fondo, è soltanto il punto in cui il lavoro diventa visibile.

Pippo Marchioro, Sacchi prima di Sacchi
 

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