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Vincere per esistere? Il retrogusto amaro del discorso di Buonfiglio

Il discorso del presidente CONI Luciano Buonfiglio ai San Marino Sport Awards accende il dibattito sul significato della vittoria e sul ruolo educativo dello sport in vista di Milano-Cortina 2026. 

Durante i San Marino Sport Awards 2025, tenutesi lo scorso venerdì 23 gennaio presso il centro congressi Kursaal, la cornice era quella delle celebrazioni, dei premi, delle eccellenze sportive. Un evento che, negli anni, si è costruito un ruolo sempre più centrale nel panorama sportivo sammarinese, capace di andare oltre i confini del Titano: una serata istituzionale, seguita e partecipata, con la presenza di ospiti internazionali, dirigenti sportivi, atleti di alto profilo e rappresentanti delle istituzioni.

Un palco che dovrebbe raccontare lo sport come strumento educativo, culturale, umano. Un luogo in cui lo sport si fa racconto collettivo, non solo vetrina di risultati. Eppure, il discorso del presidente del CONI Luciano Buonfiglio ha lasciato addosso una sensazione difficile da ignorare: un messaggio efficace nella forma, ma profondamente controverso nella sostanza.

«Smettetela di dire siamo piccoli». Buonfiglio parte da qui, dal rifiuto di una narrazione che associa la dimensione – geografica o strutturale – a un limite. Lui stesso porta l'esempio della sua storia personale: dal mondo della canoa alla presidenza del CONI. Un percorso che diventa simbolo di riscatto, di possibilità, di ambizione. Fin qui, nulla da eccepire.

Il punto critico arriva subito dopo. Perché, secondo il presidente, non basta partecipare. Partecipare "sono bravi tutti". Per emergere, per contare davvero, bisogna vincere. Vincere è ciò che richiama attenzione, che rende "importanti". E qui il discorso, da motivazionale, diventa scivoloso.

Siamo sicuri che questo sia il messaggio che lo sport – soprattutto quello olimpico – dovrebbe trasmettere?

I valori olimpici parlano di eccellenza, sì, ma anche di rispetto, inclusione, crescita personale. Parlano di percorsi, non solo di risultati. Parlano di comunità, non di riflettori. Ridurre tutto a una condanna alla vittoria rischia di svuotare lo sport della sua funzione più profonda: formare persone prima ancora che campioni.

Buonfiglio sottolinea un concetto reale: gli sportivi sono privilegiati, ed è giusto dare il massimo. Ma dare il massimo non coincide sempre con vincere. A volte coincide con resistere, con migliorarsi, con rappresentare un modello anche nella sconfitta. Se il successo diventa l'unico metro di giudizio, allora lo sport smette di essere un diritto educativo e diventa una selezione naturale spietata.

Il paradosso è tutto qui: nel momento in cui si invita a non sentirsi "piccoli", si finisce per escludere chi non vince. Come se il valore di un atleta, di una federazione, di un movimento sportivo dipendesse solo dal medagliere.

E il problema non riguarda solo San Marino.

Luciano Buonfiglio non è un ospite qualunque a una cerimonia di premiazione: è il presidente del CONI, colui che rappresenta l'Italia olimpica. Un'Italia che si avvicina a un appuntamento cruciale come Milano-Cortina 2026, un'Olimpiade in casa, carica di aspettative, investimenti, pressioni mediatiche.

L'Italia non è San Marino, certo. Ma nel contesto globale dello sport non è nemmeno una superpotenza intoccabile. È uno Stato medio-grande che, come molti altri, cerca legittimazione, prestigio, riconoscimento internazionale anche attraverso lo sport.

La domanda allora diventa inevitabile: anche l'Italia deve vincere a Milano-Cortina per esistere?

Anche l'Italia, per sentirsi "importante", è condannata al risultato?

Se questa è la visione che guida chi rappresenta il movimento olimpico nazionale, il rischio è evidente: trasformare l'Olimpiade da festa dello sport a esame di legittimità, da occasione culturale a giudizio finale sul valore di un Paese.

Il discorso di Buonfiglio è dunque dolce e amaro. Dolce perché sprona, incoraggia, invita a credere in se stessi. Amaro perché tradisce una visione dello sport sempre più schiacciata sulla performance e sempre meno sull'essenza.

Forse il vero messaggio rivoluzionario oggi non è "vincete di più", ma ricordate perché avete iniziato.

E soprattutto, ricordate che lo sport non dovrebbe mai insegnarci che senza vittoria non esistiamo.

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