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Messina e gli altri: la rivincita dei bolliti

Da Ancelotti a Messi; da Mourinho a Messina: perché nel calcio e nel basket si giudicano troppo in fretta giocatori e allenatori d'esperienza. 

Un piatto pieno di storia, il cibo tipico della Pianura padana, con le sue doverose varianti. L'originale, sin dall'Ottocento, è il Gran bollito piemontese, capace di far innamorare anche il re Vittorio Emanuele II: sette tagli di carne, sette contorni, sette salse. Quello lombardo predilige il vitello, mentre quello bolognese è un misto di manzo, vitello e maiale, come i tortellini: da servire rigorosamente con il carrello.

Può un piatto tanto nobile essere associato allo sport? Che sia da uno studio televisivo o un più modesto social network, ogni volta che la carta d'identità mostra una data di nascita lontana nel tempo, si fa la corsa a dare per finito qualcuno, consumati dall'ansia di vedere i giovani (li stessi che non riteniamo mai abbastanza esperti).

Ben venga il largo ai giovani, ma non si capisce perché rottamare il vecchio: soprattutto quando quel bollito è ricco di tradizione, capacità, esperienza. Per non dire dei risultati, che spesso ci mostrano come il buon vecchio carrello dei bolliti abbia maggior successo del nuovo che avanza.

A Londra hanno pensato che uno come Mourinho non fosse più in grado di allenare: provino a dirlo a tutti quei tifosi romanisti che ogni settimana fanno sold out all'Olimpico, dopo la Conference dell'anno scorso e il percorso in Europa League di quest'anno.

A Napoli, invece, sono riusciti a considerare bollito uno come Carlo Ancelotti, quell'allenatore di cui nessun giocatore ha mai parlato male. Mentre si diceva che volesse solamente raccomandare il figlio, Carletto riusciva comunque a portare i partenopei agli ottavi di Champions League (pur senza brillare in campionato). Dopo la parentesi (inizialmente felice) dell'Everton, niente meno che Florentino Pérez ha scelto di riprendere il filo interrotto con colui che a Madrid aveva portato la décima; prima il campionato spagnolo, poi l'impresa della sua quarta Champions sotto i colpi di Modric e Benzema. Primo allenatore a riuscirci, primo a vincere in tutti i cinque principali campionati europei. Dimostrando a tutti non solo che "preferisce la Coppa", ma anche che il bollito per un emiliano merita tutto il rispetto.

E che dire della stagione in corso? La Liga è ormai affare tutto blaugrana, ma gli ottavi di finale con il Liverpool hanno restituito l'ennesima certezza: con Carlo e con il Real, un posto tra le prime otto è sempre garantito. Se poi a fine anno arrivasse l'esonero, chissà mai che non tenti l'avventura nella nazionale più famosa e ambita al mondo, quella verdeoro. Bel modo di essere finito.

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Calcio e integrazione. La storia del Pineto United, squadra popolare di migranti - Il Catenaccio - Web Magazine Sportivo

Nella periferia Nord Ovest di Roma c'è una squadra, anzi una famiglia, che usa il calcio come strumento di integrazione e inclusione. Questa è la storia del Pineto United, raccontata per noi dalle parole del suo allenatore, Pietro Lucari. 

Di giocatori ormai finiti ne è pieno il mondo. Ancora oggi aspettiamo un calo di Kroos e Modric, che evidentemente non si sono stancati di vincere. Abbiamo visto Messi chiudere il cerchio da protagonista assoluto, con la vittoria del mondiale in Qatar: non può essere più il calciatore che faceva il campo palla al piede, ma pochi più di lui rappresentano l'essenza del calcio, anche a 36 anni. Per non dire del suo eterno rivale Ronaldo, a cui ormai ci eravamo abituati a un inesorabile declino dopo l'improvvida scelta di rompere con lo United. Ha scelto l'Arabia Saudita, diventando il migliore al mondo per stipendio e non più per i gol. Puntualmente, però, nell'ultima settimana ha ricordato a tutti chi sia il miglior marcatore del calcio moderno; e così in queste qualificazioni ha già battuto il record per presenze in una Nazionale e quello per i gol segnati (rispettivamente 197 e 120). E questo grazie a una doppietta alla prima del nuovo CT Martinez.

Chi si sente eternamente giovane è Zlatan Ibrahimovic. Considerato finito più o meno dai tempi dell'infortunio a Manchester, e ancora presente nelle marcature del suo Milan (dopo anni in cui è stato determinante, prima in campo e poi soprattutto nel gruppo). Lui si sente Benjamin Button, è vero, ma sa benissimo che difficilmente sarà in grado di correre e fare a sportellate come anche solo un anno e mezzo fa riusciva a fare. Al di là del personaggio esuberante (è un eufemismo), Zlatan ha già dimostrato di essere uomo intelligente. Sa che il suo ruolo è cambiato nel tempo, ma non la sua importanza: e chissà che il marcatore più anziano della Serie A non possa tornare utile nei finali di partita in questa lotta per il quarto posto. Perché un giocatore considerato finito può tornare utile in un ruolo diverso, giocando di testa e di tecnica più che di fisico. E Ibra l'ha capito da tempo.

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In ricordo di Andrea Chinnì, gigante col sorriso - Olimpia Basket

«Lasciare il segno»: secondo il dizionario De Mauro, con queste parole si intende «restare impresso nella memoria». Succede per le esperienze che ci capitano, per le emozioni che sentiamo, per le persone che incontriamo. Nello sport, accade che, per restare nella memoria, non per forza si deve essere sotto i riflettori.

 Dal calcio al basket: l'eterno Messina e la rinascita di Milano

C'è poi chi, a 64 anni, ha superato le 500 panchine nel basket europeo, con una percentuale di vittorie che supera il 60%. 32 titoli all'attivo, una innumerevole serie di finali. Chissà se Ettore Messina si aspettava una carriera da vincente quando, a 29 anni, veniva chiamato come capo allenatore della prima squadra alla Virtus Bologna. Due cicli vincenti sotto le torri, con l'intermezzo della Nazionale (argento europeo nel 1997), e poi ancora Treviso, CSKA Mosca (2005-2009 e 2012-2014) con tre Eurolega all'attivo. E poi ancora l'esperienza non felice al Real Madrid, unica piazza europea in cui non è riuscito a incidere; soprattutto, l'esperienza in NBA come consulente dei Lakers di Kobe Bryant e come vice allenatore di Gregg Popovich ai San Antonio Spurs: primo allenatore europeo a dirigere da capo allenatore oltreoceano, primo a vincere in regular season e nei playoffs. Negli ultimi anni, Giorgio Armani gli ha affidato l'intera gestione della sua Olimpia, che guida da presidente, coach e manager ai vertici del nostro campionato, in una splendida diarchia proprio con la "sua" Virtus Bologna.

Dopo il ritorno a una Final four europea nel 2021 e l'accoppiata scudetto-coppa Italia della scorsa stagione, sembrava arrivato il momento di provare a vincere l'Eurolega, grazie a un roster apparentemente più lungo e talentuoso rispetto agli anni scorsi (nonostante la partenza di Sergio Rodriguez). E invece, come capita anche ai migliori, l'Olimpia è incappata in una stagione negativa, che l'ha vista scivolare anche all'ultimo posto tra le magnifiche 18.

Tra acquisti che sembravano essere sbagliati e infortuni a raffica, le scarpette rosse hanno vissuto una prima metà di stagione da incubo: l'allenatore, bersagliato dalle critiche, già a novembre aveva persino parlato di «stagione compromessa», ventilato le dimissioni dopo un -29 subito in casa contro l'Efes Istambul.

Per una strana ragione per cui tutto ciò che viene fatto viene cancellato al primo momento di difficoltà, la gogna social si era accanita proprio sull'esperto allenatore. Improvvisamente Messina è diventato un coach incapace di far giocare bene le squadre, oltre che uno che condiziona gli arbitri, un dilapidatore di soldi, un presuntuoso: insomma, uno che a 63 anni ha dato ormai tutto. Non che Ettore non sia un burbero e amante della difesa, ma come sempre la critica non ama la complessità: per quanto Milano fosse in grado di disputare una stagione migliore, è pur vero che in Europa l'equilibrio è tale che tutte le partite sono in discussione. Perdere in un colpo solo due elementi chiave del quintetto (Pangos e Shields su tutti) ha poi costretto a una serie di aggiustamenti in corsa, spesso forzati o fallimentari.

Shabazz Napier. Fonte foto: OA Sport.
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La fiaba del Derthona Basket, dai campi all’aperto alla finale di Coppa Italia - Il Catenaccio - Web Magazine Sportivo

L'origine della pallacanestro Derthona risale al 1946, ci parla di una nuova opportunità per Istriani e Dalmati, costretti a fuggire dopo la violenta occupazione della Jugoslavia di Tito. Quando il basket era la "palla al cesto", lo sport si faceva all'aperto e le società nascevano negli oratori.

Non che l'allenatore non si sia messo in discussione, come ha fatto pochi giorni fa in un'intervista a Roberto De Ponti: per uno che si chiede se sia finito da quando aveva 40anni, l'unica risposta è «lavora duro, e poi tira le somme». Alla fine.

E così, poiché in Eurolega ogni possesso conta, quando ormai tutto sembrava perso, l'Armani ha cominciato a macinare punti e ritrovare fiducia. Non solo una condizione migliore e qualche rientro dall'infermeria: la scintilla è scoppiata con l'arrivo del playmaker statunitense Napier. 183 centimetri, un passato da NCAA (con due titoli conquistati) e 10 punti di media in NBA. Un acquisto che sembrava un rincalzo, dopo che si era parlato di campioni affermati come Campazzo o Walker: ebbene, dall'arrivo del piccolo Shabazz lo score recita 8 vittorie e una sola sconfitta (di 4 punti con il Real Madrid). La sua leadership e le sue qualità in regia hanno messo a posto gli altri elementi del quintetto, e così Milano ha ripreso entusiasmo, gioco, coralità.

Dal momento che i conti si fanno alla fine, con la striscia vincente degli ultimi mesi Milano si è regalata l'opportunità di entrare ai playoffs come ottava forza: una sola vittoria la separa dall'ultima casella della post season; quattro partite rimanenti e cinque squadre che potrebbero farcela. Messina resta realista e ricorda le scarse possibilità di quest'impresa, eppure solo provarci sembrava utopia fino a due mesi fa. Al punto che non viene nascosto il rimpianto di non essere intervenuti prima sul mercato: probabile errore che il coach ha ammesso lucidamente, anche se i tempi di rientro degli infortunati sembravano essere inferiori.

Ciò che conta è che, a dispetto delle critiche, la stagione è ancora tutta da scrivere: e l'Armani Milano resta ancora lì, con il grande obiettivo dello scudetto ancora alla portata. No, nessuno ha la garanzia di vincere nello sport; e in caso di fallimento cambiare guida tecnica è più che normale. Eppure, l'equilibrio dei giudizi dovrebbe invitare alla calma: e guai a dare per finito uno come Ettore Messina.

D'altronde, anche a Milano lo sanno bene: il bollito è quel piatto che conosci da sempre, ma continui a gustare, nelle sue varie forme. Così semplice, e allo stesso tempo nobile, da far innamorare persino i re, e così anche i presidenti dello sport. Quelli che difficilmente rinunciano ai "bolliti".

Andrea Sciretti


Foto in copertina: Eurosport

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