Dalla richiesta di un "uomo della provvidenza" alla resistenza del sistema: il caso Maldini racconta le difficoltà di cambiare il calcio italiano tra aspettative, equilibri politici e compromessi.
Uno scenario all'italiana. Per anni si invoca un "hombre vertical" capace di mettere d'accordo tutti; un salvatore della patria per uscire dalle paludi di una crisi epocale: una volta che il prescelto è salito al palazzo, ecco la pioggia di distinguo e critiche.
Chi guardasse con attenzione alla rapida parabola di Paolo Maldini come Direttore Tecnico della Nazionale avrà senz'altro quel senso di già visto, in un mondo non così lontano dal calcio: la politica. Quel mondo in cui c'è sempre spazio per un commissariamento (auspicato, non a caso, dal ministro Abodi), per un governo "dei migliori", per una sfiducia minacciata a ogni piè sospinto.
E dire che la crisi del nostro sistema calcio aveva i contorni del fallimento: 3 mondiali mancati, gli stadi, il talento sperduto, lo spread con gli altri campionati europei. E allora via con la richiesta a gran voce di un governo tecnico, delle riforme necessarie per rilanciare il calcio: qualcuno aveva addirittura invocato il dossier di 900 pagine di Baggio, tirato fuori nei momenti più bui e mai letto dagli addetti ai lavori.
Anche questa volta il Piano di Ripresa e Resilienza aveva prodotto il meglio sulla piazza: prima Malagò, forse il miglior dirigente dello sport italiano, almeno per quel che riguarda i risultati da presidente del Coni e l'organizzazione di Milano-Cortina. Poi, con una grande mossa "politica", la nomina del ministro più stimato e temuto del mondo del calcio: quel Paolo Maldini così tanto rispettato da calciatori e tifosi, ma sempre visto con diffidenza da presidenti e proprietari (e i risultati del Milan post licenziamento di Cardinale sono lì da vedere..).
Ancora, il coupe de teatre, una sorta di viceministro come Leonardo: un dirigente che ha imparato sotto l'ombra di Galliani, è riuscito ad allenare Milan e Inter, ha costruito il PSG degli arabi. Una scelta che sapeva di favore ricambiato (fu proprio il brasiliano a inserire Paolo nella dirigenza rossonera nel 2018), ma che è stata presa come garanzia di competenza.
E che dire quando è uscita la voce di Guardiola? I tifosi hanno esultato, qualcuno ha storto il naso, il palazzo ha tremato. Sarà mica che stavolta vogliono riformare davvero tutto?
Voci dissonanti
Col senno di poi, affermare in conferenza stampa di aver contattato Pep e Ancelotti, i migliori allenatori al mondo, è risultato un azzardo comunicativo: quali fossero i motivi del loro rifiuto (contrattuali, personali, legati agli sponsor, non sapremo mai), ripiegare su un qualsiasi allenatore avrebbe delegittimato in partenza il nuovo CT. Ma la garanzia Malagò, Maldini, Leonardo, sarebbe dovuta comunque bastare, no?
Sembrava tutto indirizzato. E invece no: è lì che il nuovo progetto si è subito arenato. Nei giorni della presentazione, come capita spesso in politica, sono uscite due dichiarazioni rivelatrici. Prima il nuovo capo del CONI, Buonfiglio, che auspicava un allenatore italiano; poi Urbano Cairo che, proprio mentre Maldini parlava di un progetto a lungo termine (8-10 anni, come la Spagna), parlava delle riforme «da attuare in 100 giorni». Ed è lì che la nuova struttura è crollata prima ancora di presentare il progetto.
Quell'unità di intenti promessa dal DT in conferenza, quella visione complessiva spiegata da Leonardo (Nazionale A, Giovanili, Settore Tecnico dentro una direzione comune fatta di tecnica e 1c1) cominciavano a vacillare.
Intendiamoci, la carriera di Pirlo allenatore non lascia intravedere i crismi di un vincente a cui affidare il rilancio della Nazionale (se non qualche risultato alla Juventus, forse sottovalutato). La questione del sito di betting e della presenza in Russia per eventi commerciali è grave e l'ex regista avrebbe dovuta risolverla per tempo. Va detto, però, che i grandi nomi che piacciono agli allenatori di Serie A non sono certo illibati: Mancini, preferito di Malagò, scelse i milioni arabi nel pieno dell'estate 2023, salvo pentirsene in seguito; Conte ha alle spalle la squalifica per il calcioscommesse del 2012 (in sede sportiva, mentre per la giustizia ordinaria venne assolto). Sulle questioni di "opportunità" nel mondo del calcio, beh, forse sarebbe meglio tacere nell'anno del mondiale di Trump.
Il punto, secondo chi scrive, è un altro: se una rifondazione del sistema veniva invocata a gran voce, non si può storcere il naso di fronte a un nome, per quanto discutibile. Se si danno le chiavi in mano a un totem come Maldini, una delle figure più autorevoli della storia del calcio, non si può pretendere che non imponga la sua visione: perché il calcio non dovrebbe essere come la politica, fatta di equilibri, compromessi, compensazioni.
Forse la soluzione Pirlo poteva essere azzardata, ma chi ha davvero più elementi tecnici dell'ex DT per valutarlo? Forse è stato sottovalutato il ruolo del Commissario Tecnico e della Nazionale A, che è poi ciò che condiziona il giudizio su un sistema: ma quali sono, realmente, le riforme che il nuovo governo del calcio avrebbe proposto?
Consultazioni
Dopo l'ondata di critiche, puntuale ogni volta che un commissario vuole provare a cambiare le cose, è mancata proprio quell'unità richiesta dal duo Maldini-Leonardo. Probabilmente Malagò, politico di razza, ha preso in mano la soluzione e ha risolto in fretta l'affaire Pirlo. Maldini, che politico non è, non poteva che prendere la sua decisione: farsi da parte senza compromessi, dopo soli 16 giorni.
Quando Sergio Mattarella nominò Mario Draghi Presidente del Consiglio, con l'obiettivo di risollevare l'Italia dallo shock della pandemia, venne posta come condizione l'assoluta unità di tutta la coalizione che l'aveva sostenuto sin dall'inizio: nessun rimpasto, nessuna "minaccia di staccare la spina" (ciò che aveva fatto deflagrare l'esperienza Monti).
Allora, però, l'orizzonte era quello della conclusione di una legislatura: la politica avrebbe presto ripreso in mano il suo posto, dimenticando in fretta le grandi coalizioni e i governi tecnici. Al netto dei giudizi di merito, il lascito politico dei governi Monti e Draghi è stato il successo elettorale dei populismi.
Chissà che anche la politica del calcio riesca a trovare soluzioni più innovative.




Commenti (0)