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Sarri e la Lazio, prove d'intesa

La Lazio di Maurizio Sarri deve ancora trovare una sua stabilità in questa stagione. I numeri tra casa e trasferta d'altronde non mentono. Sui 17 punti conquistati finora in campionato nelle dieci partite disputate, ben 13 sono stati conseguiti all'Olimpico, mentre i restanti quattro lontano dalle mura amiche e grazie alla vittoria con l'Empoli, al pareggio in extremis col Torino e alla tre brucianti sconfitte contro Milan, Bologna, e Verona. Aldilà dei freddi numeri, che tuttavia delineano un quadro abbastanza chiaro dello squilibro dei biancocelesti, è opportuno soffermarsi sui principi di calcio del tecnico.


La premessa è doverosa: chi scrive non ama particolarmente il pensiero calcistico di Maurizio Sarri ma ne riconosce l'oggettivo status di grande allenatore dopo i successi con Chelsea e Juve (snaturando la sua filosofia) e alle stagioni da record col Napoli pur senza trofei all'attivo. Partendo da questo assunto, appare chiaro come la rosa della Lazio non paia particolarmente adatta, soprattutto in alcuni ruoli chiave, alla filosofia del toscano. Partendo dal pacchetto arretrato, balza agli occhi la mancanza di almeno un centrale rapido che possa tenere il baricentro difensivo alto, vero e proprio mantra di Sarri. Al Napoli c'era Koulibaly, alla Juve nessuno e infatti per vincere lo scudetto Sarri fu costretto ad abbandonare il suo credo affidandosi alle caratteristiche dei difensori in rosa e praticando un calcio più speculativo.

I tanti goal incassati dalla Lazio (soprattutto in trasferta) derivano proprio da questa evidente lacuna che non può certo essere sopperita solo dall'indiscutibile leadership di Acerbi. All'Olimpico la Lazio, forse anche perchè spinta dal calore del suo pubblico, riesce a sopperire con maggiore facilità al problema affidandosi ad un calcio di possesso difficilmente replicabile su campi infuocati come quelli di Bologna e Verona dove le squadre che lottano per la salvezza costruiscono il loro fortino e giocano per forza di cose in maniera più aggressiva.

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A centrocampo non si può non partire da Luis Alberto. Lo spagnolo, fulcro del gioco di Inzaghi, non possiede quelle caratteristiche di corsa e fisicità che Sarri ricerca nella sua mezz'ala di centrocampo. Non a caso l'ex Napoli si affida spesso ad Akpa Akpro e Basic (bella presa di Tare) che anche se meno dotati tecnicamente danno più stabilità ad un sistema che deve fare i conti anche con l'età non più verdissima di Lucas Leiva il quale va ovviamente protetto. La soluzione, prima di una dolorosa cessione già a gennaio tra lo spagnolo e la Lazio, potrebbe chiamarsi Danilo Cataldi. L'italiano sembra poter ricoprire al meglio il ruolo davanti alla difesa, con più dinamismo rispetto al brasiliano e con la capacità di chiudere più agevolmente agli spazi lasciati dal numero dieci biancoceleste, certamente non votato al sacrificio.

Nulla da eccepire sul reparto avanzato: al netto della chiara mancanza di un vice Immobile di livello (Muriqi non pervenuto, Caicedo spedito sciaguratamente a Genova), il reparto con Pedro, Felipe Anderson e Zaccagni, al netto di qualche guaio fisico di troppo, appare molto competitivo. Solo il mercato potrà guarire definitivamente le mancanze che in questo senso non possono essere attribuite a Sarri. Se scegli un allenatore di sistema più che di gestione di uomini devi mettere in preventivo alti e bassi e un processo di crescita graduale. Scaricare l'ex Empoli sarebbe dal nostro punto di vista un grave errore: al netto dei gusti personali già ampiamente dichiarati, il tecnico di Figline Valdarno ha tutto per portare quel definitivo salto di mentalità che tutta la Lazio invoca da tempo

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