Gli striscioni esposti in Curva Nord e Curva Sud durante Lazio-Roma hanno infangato la memoria di Ivo Bitetti, partigiano e protagonista dell'arresto di Mussolini, trasformando l'antifascismo in un insulto.
E' un mondo alla rovescia, quello delle curve, dove essere antifascista è una colpa e, soprattutto un insulto. E' un teatro del ridicolo, anzi dell'assurdo, quello degli striscioni di Curva Nord e Curva Sud, uniti, una volta tanto, nell'infangare la memoria della stessa persona: Ivo Bitetti.
Sono due gli striscioni srotolati allo Stadio Olimpico in occasione di Lazio Roma. Il primo a tinte giallorosse: "Famiglia Bitetti, Caserta… Lazio & Libertà. Non puoi nascondere la realtà!". Il secondo comparso nel settore più caldo del tifo biancoceleste: "Ivo Bitetti laziale disconosciuto". Poi il sigillo, un altro striscione, ancora una volta in Curva Sud: "Laziale antifascista".
Nella gara a chi è più estremista, e quindi più ignorante, l'antifascismo diventa un'accusa, un insulto, uno sfottò. Un modo nuovo per macchiare la storia d'Italia, le radici della nostra libertà, il pilatro della nostra democrazia. Il cardine di quello che oggi abbiamo.
"Grazie ai fascisti mascherati da tifosi romanisti della Curva Sud. Questo striscione che voleva essere un insulto per i fascisti mascherati da tifosi laziali della Curva Nord, per me è una medaglia: sono orgogliosamente laziale e antifascista". Così il come sempre ottimo Riccardo Cucchi ha commentato l'assurdo striscione esposto dagli ultras estremisti della Roma. Uno striscione che, in realtà, non è il primo. Anche in occasione del derby del gennaio 2024 alcuni tifosi di estrema destra avevano esposto l'accusa: "Da Bitetti a Maestrelli… fino al "No alla fusione". Sei antifascista per tradizione".
E antifascista lo era sicuramente Ivo Bitetti, il cui nome è stato infangato così dai tifosi fascisti di oggi e che invece resta scritto per sempre in una pagina importantissima della storia d'Italia. Figlio di Olindo, tra i pionieri e fondatori della Lazio, era nato a Roma nel 1919. Atleta a tutto tondo, nuotatore, pallanuotista e rugbista, campione d'Italia con la SS Lazio Pallanuoto nel 1946 e per due volte con la Rugby Roma, il nome di Ivo Bitetti è legato soprattutto a un'altra impresa: quella dell'arresto di Benito Mussolini.
Era il pomeriggio del 27 aprile, Ivo Bitetti era nella Resistenza (la stessa Resistenza a cui parteciparono, tra gli altri, Giacomo Losi e Tommaso Maestrelli, bandiere e simboli di Roma e Lazio) e stava passando in rassegna la colonna di automezzi che si dirigeva in Svizzera. A fermare per la prima volta, a Musso, la camionetta di nazisti su cui viaggiava Mussolini, sono i partigiani della 52° Brigata Garibaldi. I tedeschi trattano: chiedono il via libera per passare e in cambio offrono tutti i fascisti presenti nella colonna. Mussolini capisce, indossa un cappotto e un elmetto tedesco. Si nasconde. Poi a Dongo il secondo blocco. Sono le ore 16.00, a riconoscere il Duce, nascosto sotto una panca del camion numero 34, è il partigiano Giuseppe Negri, chiamato proprio da Ivo Bitetti per ispezionare il camion. "C'è il capo! C'è il capo!" sussurrano tra loro i partigiani.
La storia, poi, è nota. L'arresto, l'esecuzione, la fine del fascismo, la Liberazione d'Italia. E quel 25 aprile che, grazie a Ivo Bitetti e altre migliaia di uomini e donne come lui, ci donò un'Italia nuova. Un'Italia libera, democratica. Un'Italia antifascista. Che non sarà mai un insulto, ma qualcosa da celebrare, da ricordare. E da difendere.








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