Dal calcio alle Olimpiadi invernali, la Norvegia domina grazie a un sistema costruito su giovani, scuola, inclusione e finanziamenti strutturati. L'Italia osserva e dovrebbe riflettere.
Non c'è stata partita, neanche al ritorno. Il Bodo Glimt ha eliminato l'Inter dalla Champions League e l'ha fatto vincendo, di nuovo, anche a San Siro. 1-2 a Milano: Bastoni da un lato, dall'altro Avjen e Hauge, già mattatore della gara d'andata, finita 3-1. Cinque gol messi a segno dai norvegesi contro una squadra che, in Italia, ha già chiuso il campionato. Cinque gol che confermano non solo la profonda crisi del nostro calcio, ma anche la grande superiorità di quello norvegese.
Una superiorità in termini di club, una superiorità in termini di creazione del talento: ieri sera, nel 4-1 dell'Atletico Madrid contro il Brugge, il norvegese Alexander Sorloth ha messo a segno una tripletta. L'attacco della nazionale italiana, invece, si regge su Retegui, Pio Esposito, Scamacca, Kean.
Proviamo però a guardare oltre il cortile del calcio. Proviamo a guardare il medagliere delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, appena concluse. Al primo posto? Sempre loro: i norvegesi. 41 medaglie, di cui 18 d'oro. Più degli Stati Uniti, fermi a 33, il doppio dei Paesi Bassi, fermi a 20. Più dell'Italia dei record, che ne ha collezionate 30. Un primo posto incredibile se si pensa al rapporto tra medaglie e abitanti: la Norvegia ha 5,6 milioni di abitanti, gli USA, invece, 341 milioni.
Il successo della Norvegia alle Olimpiadi invernali non è qualcosa che si può riassumere con un banale riferimento alla neve tutto l'anno, al freddo o all'abitudine a certi sport. È invece un trend strutturale che deve essere analizzato: Sochi 2014, primo posto nel medagliere; Pyeongchang 2018, ancora primo posto; Pechino 2022, stessa storia.
Una storia virtuosa che, come spesso accade, nasce da un fallimento: quello di Calgary 1988, quando la Norvegia porta a casa solo 3 argenti e 2 bronzi. Da lì capiscono di dover cambiare qualcosa. Lo capisce, innanzitutto, la politica, che decide di ricostruire il sistema sportivo nazionale. E lo fa mettendo al centro i giovani, con una regola rivoluzionaria: prima dei 13 anni sono vietate le classifiche.
Lo ha sottolineato il professor Maurizio Mondoni in un articolo in cui evidenzia come il Comitato Olimpico Norvegese abbia varato una "Carta dei diritti dei bambini nello sport", in cui al primo posto vengono messi il divertimento, la partecipazione, la salute. Otto pagine di documento, a conferma di come, a volte, i cambiamenti pongano le basi su qualcosa di semplice. Pilastro di questa rivoluzione è poi la scuola, dove lo sport è vissuto e insegnato nella sua multilateralità e multidisciplinarietà.
Minibasket e pallamano, ma anche sci e nuoto, tanta inclusione e tanto divertimento. Possibilmente all'aperto, come la filosofia del friluftsliv prevede: "vita all'aria aperta", un modello di comportamento, uno stile di vita che guarda al benessere fisico e mentale e al rapporto con l'ambiente che ci circonda. Ne ha parlato Francesco Pietrella sulla Gazzetta dello Sport: "Il primo a parlarne fu Henrik Ibsen, il poeta più importante del Paese sepolto al cimitero di Var Frelsers, come Edvard Munch. Se la Norvegia dice la sua in quasi tutti gli sport il merito è anche di questa parolina magica. Di un modo di vivere che si ricollega alla natura e ai suoi benefici: rilassarsi, aprire la mente, connettersi e ricaricarsi".
Uno sport praticato in palestre ben attrezzate, in scuole che spesso possono offrire l'utilizzo delle piscine. Risultato? Il 90% dei bambini tra i 6 e i 12 anni pratica attività sportiva. Secondo l'Istat, invece, la percentuale in Italia è del 64%. Strutture, servizi e gratuità hanno senza dubbio un costo, ma la Norvegia ha pensato anche a questo. Il suo sistema di finanziamento al mondo dello sport è pubblico ed è basato su volontariato, inclusione e impegno politico. Il Comitato Olimpico Norvegese gestisce infatti oltre 10 mila club locali no profit, mantenuti in vita dal lavoro di 1 milione di volontari.
I fondi per mandare avanti questa macchina arrivano da Norsk Tipping, l'azienda che detiene il monopolio statale del gioco d'azzardo e che devolve il 65% dei ricavi allo sport e alle associazioni. I dati della distribuzione dei fondi del 2025 parlano di oltre 200 milioni di euro per gli impianti sportivi, 4,2 milioni per le attività all'aperto dei giovani, 3,4 milioni per l'inclusione, 5,8 milioni per l'antidoping, 3,8 milioni per la ricerca sportiva e lo sviluppo digitale, 81,5 milioni per la federazione sportiva e il comitato olimpico e paralimpico, quasi 50 milioni di sussidi a club e associazioni locali.
Numeri impressionanti, che spiegano i medaglieri delle Olimpiadi invernali ma anche i successi nell'atletica, nel decathlon, nel canottaggio, nel ciclismo. Addirittura nel beach volley. E nel calcio, ovviamente.
Uno sport in cui ancora ci sentiamo superiori senza avere alcun motivo per crederlo davvero. E così, mentre qualcuno dall'Italia li definiva "salmonari", in Norvegia costruivano un sistema sportivo forte, valido e virtuoso. Un sistema basato sul divertimento, sull'inclusione, sul benessere. Elementi che poi si traducono in talento, successo, vittorie. Aspetti importanti, sì, ma non prioritari.
Mentre qui da noi ci basterà qualificarci ai Mondiali per dimenticare tutto. E per non cambiare nulla, come il Gattopardo ci insegna.



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