La storia di Kevin Keegan, icona del Liverpool e del calcio inglese: dagli anni con Shankly e Paisley ai due Palloni d'Oro, fino al mito di Anfield.
"E prima ancora che avesse toccato un pallone per il Liverpool Football Club, prima ancora che avesse toccato un singolo pallone a Anfield, la Kop, la Spion Kop, intonò, Ke-vin Kee-gan, Ke-vin Kee-gan, Keevin Keegan…
E un uomo balzò giù dalla Kop, dalla Spion Kpop. E l'uomo corse attraverso il campo di Anfield. E l'uomo si avvicinò a Kevin Keegan. E l'uomo baciò Kevin Keegan sulle labbra. E poi l'uomo s'inginocchiò sul campo. Il campo di Anfield. E l'uomo baciò l'erba. L'erba di Anfield. Davanti alla Kop, la Spion Kop. E poi l'uomo si rialzò. E l'uomo attraversò di corsa il campo, il campo di Anfield. Tornando alla Kop, la Spion Kop".
Queste righe che avete appena letto sono tratto dal libro "Red or Dead" di David Peace, storia romanzata di Bill Shankly, l'allenatore che alla fine degli anni Cinquanta prese le macerie del Liverpool per ricostruirlo e condurlo alla gloria. Il pezzo in questione descrive la prima partita ad Anfield Road di un ragazzino di cui si diceva un gran bene e che da lì a poco avrebbe scritto la storia dei reds e del calcio: Kevin Keegan.
Se Shankly fu colui che costruì le fondamenta e il palazzo che rappresentano l'epopea trionfale del Liverpool che oggi conosciamo, perché senza di lui non ci sarebbe stata una sequenza di vittorie che dura da oltre mezzo secolo, Kevin Keegan fu la corrente elettrica grazie alla quale s'iniziò a illuminare quel palazzo. Sarebbero venuti poi altri geni a portare la luce in "casa Liverpool": dal suo erede Dalglish fino al recente Salah passando per Gerrard. Ma Keegan fu fondamentale per gridare al mondo quanto fosse forte il Liverpool.
A 75 anni Keegan ci ha lasciato dopo aver combattuto contro un tumore. Stesso male, ironia della sorte, che affligge Kenny Dalglish, non solo altra leggenda del Liverpool ma colui che ereditò la maglia numero 7 di Keegan e lo superò addirittura per popolarità e affetto nel cuore dei tifosi.
Quello tra Keegan e il popolo di Anfield fu un amore folle, perché Kevin aveva tutte le qualità per far impazzire un tifo passionale come quello: classe, doti tecniche fuori dal comune, grinta infinita, colpo di testa pur essendo piccolino (era anche soprannominato "mighty mouse"), intelligenza e soprattutto tanti gol. Keegan arrivò a Liverpool nel 1970 dallo Scunthorpe, la quarta serie inglese, e dopo un brevissimo apprendistato nella squadra riserve diventò proprietario della maglia numero 7 per sei stagioni che lo trasformarono nel re di Anfield: KKK (King Kevin Keegan). Nel Liverpool fece coppia, lui velocissimo e piccolino, col gigante gallese John Toschack. Fecero sfracelli, formando un duo inarrestabile.
Bill Shankly l'aveva preceduto da dodici stagioni nel corso della quali aveva preso un Liverpool disastrato nell'allora second division (la nostra serie B) per portarlo prima in First Division (l'attuale Premier League) e poi a riprendersi dopo anni lo scettro di campione d'Inghilterra. Per brillare e vincere in Europa, però, serviva altro. Keegan fu l'inizio di quell'altro. Fu il super campione che fece decollare una grande squadra ma operaia. Con KKK arrivò la prima gloria continentale nel 1972/73 con la conquista della Coppa UEFA, un'altra UEFA nel 1975/76 (Shankly, nel frattempo, se n'era andato) e finalmente la tanto agognata Coppa dei Campioni nel 1976/77 con Bob Paisley in panchina nella finale allo stadio Olimpico contro il Borussia Monchengladbac. Paisley, che era già nello staff di Shankly come primo collaboratore, nell'occasione tornò a Roma dopo molti anni. La prima volta vi era entrato il 4 giugno del 1944 come artigliere della 8ª Armata britannica venuta a liberare la nostra Capitale. Anche la vittoria della coppa più prestigiosa fu una liberazione per il Liverpool e per lo stesso Keegan, che si sentì così autorizzato a provare nuove avventure e di traferirsi all'Amburgo. La gente della Kop visse questa scelta come un altissimo tradimento. In Germania Kevin trovò altre soddisfazioni come la vittoria di un campionato tedesco nel 1979 e soprattutto 2 palloni d'oro consecutivi che lo consacrarono tra i più grandi di sempre. Nell'Amburgo fu guidato da un altro grandissimo allenatore: dopo Shankly, per lui come un padre, e Paisley trovò Branko Zebec, un tecnico oggi dimenticato ma che andrebbe riscoperto come uno dei più grandi allenatori degli anni Sessanta e Settanta. Come Shankly diede il via alla leggenda del Liverpool, Zebec fece lo stesso col Bayern di Monaco, che prima di lui aveva vinto poco o nulla, e continuò con l'Amburgo. Il suo unico ma enorme problema furono le bottiglie di alcolici dove troppo spesso si smarriva.A volte si presentava in conferenza stampa ubriaco (c'è chi dice anche in panchina) ma era un genio del calcio. Zebec accoppiò Keegan col gigante tedesco Hrubesch, ricomponendo un duo simile a quello di Liverpool con Toschack. Entrambi beneficiarono dei cross da destra del terzino Manfred Kaltz, i famosi "cross a banana" (in tedesco "Bananenflanke") che i due attaccanti adoravano, sui quali Hrubesch o segnava o la spizzava per Keegan che ribadiva in rete. Dopo lo scudetto nel 1979, Keegan ebbe l'occasione di vincere un'altra Coppa dei Campioni contro i connazionali del Nottingham Forest allenati da un'altra leggenda della panchina: Brian Clough. I tedeschi uscirono sconfitti e Keegan l'anno dopo fece ritorno in Inghilterra per andare al Southampton. Intanto, nel triennio tedesco si era consacrato come uno dei migliori giocatori del mondo, aggiudicandosi per ben 2 volte il Pallone d'Oro (1978-1979).
Nei Saints giocò due stagioni e la seconda vinse la classifica dei cannonieri. Passò poi al Newcastle, che, in seguito, diventò insieme a Liverpool, il luogo del cuore, non tanto per gli anni da giocatore, quanto per il periodo in panchina. Perché Keegan fu anche un bravissimo allenatore. Soprattutto a Newcastle che prese in seconda divisione e portò nella massima serie che da poco si chiamava Premier League. Qui sfiorò due volte lo scudetto con un gioco altamente spettacolare e votato all'attacco. Soprattutto nel 1995/96 quando finì terzo dopo aver dominato a lungo il torneo per poi crollare a poche partite dal traguardo.
Allenò anche il Fulham e il Manchester City, portando entrambe dalla divisione in Premier League. Il City non era ancora la ricchissima corazzata attuale. Allenò pure, con scarsi risultati, la nazionale dal 1999 al 2000. Da giocatore fu una delle stelle dei "bianchi" ma non trovò mai grandi soddisfazioni perché con i suoi mancò il Mondiale per 2 edizioni (1974 e 1978) e nel terzo che disputò (1982) fu frenato da un infortunio occorsogli giocando a golf. La mancata qualificazione del 1978 fu per colpa dell'Italia che si ritrovò in un girone durissimo con l'Inghilterra ma la superò.
Keegan è stato forse il più forte giocatore che abbia mai avuto l'Inghilterra assomigliando, però, più a un giocatore latino che anglosassone.
"E Kevin Keegan rincorse il pallone. Più veloce dei difensori del Leicester City. Il pallone in caduta. Keegan all'inseguimento. Il pallone in caduta. Keegan all'inseguimento. Caduta, inseguimento. Keegan colpì il pallone. Keegan calciò al volo il pallone. Dai diciotto metri. Keegan calciò al volo il pallone. In rete, in fondo alla rete. Un gol favoloso, un gol splendido. Il gol della stagione. Di qualsiasi stagione".
(sempre tratto da Red or Dead di David Peace. Dello stesso autore segnaliamo altri romanzi dedicati al calcio: "Il maledetto United", su Brian Clough, e "Monaco 1958", sul disastro aereo all'aeroporto di Monaco di Baviera dove persero la vita gran parte dei componenti del Manchester United).



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