Dopo la brutta prova contro il Belgio, gli azzurri ritrovano identità, carattere e una formazione base: dalla Turchia alla grande prova contro la Francia, Mancini sembra aver trovato la strada giusta.
Non si cosa abbia detto Mancini ai suoi dopo la prima infelice uscita del suo secondo mandato sulla panchina azzurra nella partita contro il Belgio. Forse al chiuso dello spogliatoio avrà detto "fate i bravi", perché nel calcio è inutile fare discorsi troppo lunghi, oppure avrà capito che la via più veloce per abbandonare la crisi fosse quello di trovare la famosa quadra. In sintesi: la formazione base. Così siamo passati dalla partita imbarazzante dell'Olimpico al riscatto di Bursa. Ma i turchi messi in campo da Montella (a proposito un dandy come Vincenzino ha perso 5 a 0 il confronto nel look con un sempre inappuntabile Mancio, elegantissimo anche sotto la pioggia) non facevano gridare "mamma, li turchi" perché avevano assai poco dei loro avi pirati ottomani. Così, i più hanno pensato che il vero esame per la nuova Italia fosse la sfida di Parigi con la Francia. Esame superato a pieni voti, soprattutto dal punto di vista caratteriale. Il Mancio, come detto, sta trovando la formazione base. In porta l'insostituibile Donnarumma, dietro, nella linea a 4, panchinato con mille ringraziamenti Di Lorenzo, spazio a Kayode, devastante sia in Turchia che in Francia, in mezzo fiducia alla coppia centrale Scalvini-Bastoni, sulla sinistra Calafiori. Grande novità a centrocampo dove Barella non è più intoccabile e Frattesi viene promosso, giustamente, al suo posto titolare, Tonali dirige bene il traffico dopo il flop di Roma e Fagioli regala la sua eleganza da mezzala. Il tridente dovrebbe avere due ali che non purtroppo non ha (in Italia non nascono più) e il mister fa di necessità virtù mettendo Pio Esposito al centro di tutto, e lui è bravo a caricarsi le responsabilità sulle giovani spalle, con suo fratello Sebastiano e Kean sulle fasce. La vera sorpresa è Seba, bravo in Turchia e bravissimo a Parigi. Lo Stade de France è un inferno, si capisce già dagli inni nazionali quando la Marsigliese cantata da tutte lo stadio incute timore e raddoppia il numero dei presenti, perché il derby tra noi e i cugini transalpini non sarà mai una partita qualunque. Il match è sentitissimo da Zidane, che per la prima volta incontra gli azzurri dopo la finale del Mondiale del 2006, quando la sua espulsione per la testata a Materazzi influenzò l'esito della gara. Si capisce che a Zinedine non basterebbe vincere, vorrebbe stravincere. Ma Mancini nel primo tempo costruisce un castello difensivo invalicabile e, al di là del predominio francese, siamo noi ad essere più pericolosi con Kean e Frattesi, usando a meraviglia la nostra storica arma più vincente e odiata: il catenaccio abbinato al contropiede.
Nel secondo tempo cambia la musica. La nostra difesa accusa la fatica e si aprono delle crepe dietro alle quali i blues trovano le mani di San Gigio Donnarumma, autore di almeno 5 parate sensazionali. I francesi segnano al 55' con una punizione da esporre al Louvre del calcio di Olise. Una pennellata che forse avrebbe potuto parare solo il Garella della stagione 1984/85. Sembra l'inizio della fine. Invece, gli azzurri si compattano e trovano il pari tredici minuti dopo con Bastoni, uno dei migliori in campo, bravo a rubar palla al limite dell'area e a trovare il gol. Il finale è sofferenza pura ma Donnarumma può tutto. I francesi "s'incazzano" come scrisse Paolo Conte nel suo capolavoro "Bartali", ma "i giornali non svolazzano" (sempre "Bartali" di Conte) perché non li compra più nessuno.
La strada è ancora lunghissima ma su "Marte c'è vita". Complimenti a Mancini, quando è giusto è giusto, per il coraggio di alcune esclusioni illustri.
Come diceva Muhammed Alì "chi non il coraggio di rischiare non otterrà nulla nella vita". E il Mancio oltre al coraggio avrà chiesto ai suoi di "fare i bravi".



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