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“Italia-Israele, scendere in piazza è un atto dovuto”: intervista al Comitato per la Palestina di Udine e a Calcio&Rivoluzione

Alla vigilia di Italia-Israele a Udine, movimenti e tifoserie denunciano la complicità del calcio con l'occupazione israeliana: "Lo sport non è neutro". 

Il 14 ottobre si avvicina, la partita Italia Israele è alle porte. E alle porte è anche una mobilitazione che ha già raccolto l'adesione di circa 300 realtà sportive, associative, giornalistiche (tra cui la nostra redazione), politiche e sindacali. Una mobilitazione che il 14 ottobre, a Udine, chiederà a gran voce l'esclusione di Israele dallo sport e la fine della legittimazione del genocidio in Palestina.

Una mobilitazione che parte da lontano e che è carica di significati. Una mobilitazione importante, di cui abbiamo parlato con due delle anime che l'hanno generata: il Comitato per la Palestina di Udine e Calcio e Rivoluzione. Un'intervista per capire in che modo il calcio e lo sport possono fare la loro parte. 

Lo striscione della campagna "Show Israel The Red Card". Si ringrazia Calcio&Rivoluzione

Il 14 ottobre si avvicina, Italia Israele è alle porte. Perché avete deciso di scendere in piazza?

[Comitato per la Palestina di Udine]: Difronte alla legittimazione di un genocidio, scendere in piazza è un atto dovuto. Come tanti e tante in tutta Italia anche noi abbiamo sentito la necessità di opporsi alla presenza nella nostra città della rappresentanza sportiva di uno stato che si sta macchiando di un genocidio e di crimini di guerra. Come molti altri club calcistici israeliani (tra cui il Beitar Gerusalemme, il Maccabi Tel Aviv e persino l'Hapoel Tel Aviv, storicamente descritto come "di sinistra"), la nazionale si fa propaganda attiva delle violenti politiche di Israele contro i palestinesi. A titolo esemplificativo, ricordiamo gli ultimi fatti: dopo la partita contro l'Estonia il 6 giugno scorso, la nazionale di calcio israeliana ha dedicato la vittoria all'esercito di occupazione; il 7 settembre il Commissario Tecnico della nazionale israeliana ha dichiarato: "Noi abbiamo una precisa cultura. Io ho fiducia nei miei soldati e sono dietro di loro, li appoggio in pieno in quello che fanno". I giocatori stessi, più volte si sono espressi a favore del genocidio in corso. Il 29 settembre la Hind Rajab Foundation ha pubblicato l'indagine "Come la cultura calcistica israeliana è diventata un'arma di genocidio", in cui viene documentato come i soldati israeliani strumentalizzino sistematicamente la cultura del tifo calcistico come parte del genocidio a Gaza e in tutta la regione.
La partita Italia Israele non è quindi una semplice partita e qui il calcio non è ponte di popoli, strumento di pace o ogni altro discorso fuorviante che le istituzioni pro-Israele stanno cercando di portare avanti per delegittimare la manifestazione. 
La partita Italia Israele non è quindi una semplice partita e qui il calcio non è ponte di popoli, strumento di pace o ogni altro discorso fuorviante che le istituzioni pro-Israele stanno cercando di portare avanti per delegittimare la manifestazione.

In realtà la vostra mobilitazione parte dallo scorso anno, cosa è cambiato nel frattempo?
[Comitato per la Palestina di Udine]:
La violenza genocida dell'occupazione israeliana è sempre più evidente, e questo sta portando un numero crescente di persone a solidarizzare con il popolo palestinese. Rispetto all'anno scorso, il movimento di sostegno alla Palestina è più ampio e variegato e le manifestazioni di questi ultimi mesi lo stanno dimostrando. La forte mobilitazione dal basso ha obbligato anche le istituzioni a prendere posizione, seppur in maniera ancora debole e del tutto insufficiente. Forse il risultato più importante è che il dibattito pubblico si sta sempre più spostando: ora è piuttosto chiaro che il boicottaggio totale, e non solo degli armamenti, è uno strumento importante da praticare e richiedere per togliere legittimazione e spazio economico e politico al genocidio. Lo scorso anno è stato difficile spiegare perchè la presenza della nazionale israeliana a Udine non rappresentasse un momento meramente sportivo, avulso dalla politica e lontano dalla propaganda di legittimazione delle politiche israeliane. Quest'anno questo punto è chiaro: qualche giorno fa (il 1° ottobre), l'ONG internazionale Ekō ha pubblicato i dati di un sondaggio da cui emerge che sette italiani su dieci non vogliono che la nazionale di Israele partecipi alle competizioni di calcio. Le migliaia di persone che sono previste a Udine stanno dimostrando lo stesso.

La squadra del Torpedo Roma, una delle tante realtà di calcio popolare contro la partita Italia Israele. Si ringrazia Calcio&Rivoluzione
Un'immagine dalle manifestazioni pro Palestina. Si ringrazia Calcio&Rivoluzione

Perché è importante che anche il mondo del calcio prenda posizione?
[Calcio e Rivoluzione]: Perché il calcio non è mai neutro. È parte della società, riflette e alimenta i rapporti di potere.
Quando un popolo viene bombardato, assediato e cancellato, il silenzio diventa complicità. Dire "lo sport non c'entra con la politica" serve solo a proteggere chi ha il potere e chi finanzia la guerra. E non è un caso che, infatti, questo tipo di narrazione parte sempre da chi detiene il potere politico, mediatico ed economico.
Il calcio muove milioni di persone, costruisce immaginari, legittima governi e aziende: se non prende posizione (che poi vuol dire prenderla ma in favore di chi sta chiaramente dalla parte sbagliata della storia), diventa strumento di propaganda in senso negativo. Invece per noi lo sport e il calcio devono essere strumenti di propaganda ma per trasmettere messaggi di solidarietà, di resistenza, di dignità e perché no contribuire alla costruzione di ponti, giustizia sociale e una pace reale e giusta.

In Italia sono poche le tifoserie, e ancora meno i club o i giocatori, che si sono esposti. Perché?
[Calcio e Rivoluzione]:
Tifoserie non diremmo poche. Anche a guardare quel che succede nel resto d'Europa, l'Italia - in realtà - è una delle nazioni le cui tifoserie hanno maggiormente preso parola e posizione. Non tutte con la fermezza e chiarezza che ci si può augurare ma è una direzione da non sottovalutare. Solo nelle ultime settimane a Bologna, Napoli, Roma, Castellammare, Empoli, Cosenza, Campobasso, Fasano, Reggio Calabria, Terni, Perugia, Livorno sono stati mostrati striscioni in solidarietà con la Palestina e la Global Sumud Flotilla e di condanna del genocidio. In primavera oltre 40 tra tifoserie e polisportive popolari avevano aderito alla campagna Show Israel the Red Card. Insomma anche guardando al recente passato ci sentiamo di dire che qualcosa sta cambiando…
Poi c'è da considerare anche il contesto: le curve e le tifoserie sono state criminalizzate e depoliticizzate per anni, mentre ai calciatori è stato insegnato a stare zitti, a non mischiare sport e politica. Il calcio professionistico è ormai totalmente piegato alla logica del profitto, agli sponsor, alla politica delle federazioni e delle televisioni. È anche normale che per un cambiamento radicale ci sia bisogno di tempo.

Un'immagine dalle manifestazioni pro Palestina. Si ringrazia Calcio&Rivoluzione

Perché Israele non viene squalificata dalle competizioni sportive?
[Calcio e Rivoluzione]: Perché FIFA, UEFA e il CIO non sono neutrali: sono strumenti di potere economico e diplomatico. La Russia è stata esclusa in pochi giorni, Israele no perché gode della copertura delle potenze occidentali e dei loro interessi. Lo ha anche confermato il Presidente della UEFA che ha detto che per la Russia ci sono state forti pressioni politiche dall'alto mentre a spingere per l'esclusione di Israele sono per lo più i movimenti che si sono organizzati dal basso. A dimostrazione di quanto il calcio, e lo sport, siano politici.
Quello che in tanti continuano a chiamare "doppio standard" per noi è totale complicità. Praticamente chi commette un genocidio viene "premiato" con partite, tornei e visibilità. Il calcio, in questo modo, diventa strumento nelle mani del potere politico per normalizzare l'apartheid e l'occupazione e a ripulire l'immagine di uno Stato che viola ogni diritto umano oltre al diritto internazionale e alle stesse regole che si è dato il mondo del calcio.

Quante e quali sono le realtà che hanno aderito al vostro appello?
[Comitato per la Palestina di Udine]: Il comunicato d'intenti lanciato lo scorso giugno ha raccolto l'adesione di circa 320 realtà sportive, associative, politiche e sindacali, sia a livello territoriale che nazionale. A livello nazionale, hanno aderito varie realtà tra cui Sanitari per Gaza, Docenti per Gaza, il Movimento Studenti Palestinesi. Inoltre sono molte le realtà friulane, con astrazione e finalità sociali differenti, unite dalla necessità comune di raccogliersi sotto il manifesto e scendere in strada in solidarietà alla Palestina. Hanno risposto all'appello anche tante realtà sportive, legate al calcio popolare, che in questi mesi hanno sostenuto la campagna "Show Israel the red card" e il boicottaggio della partita a Udine, direttamente dagli spalti, partita dopo partita.

Cosa chiedete alla Federazione italiana?
[Calcio e Rivoluzione]:
Innanzitutto che si schieri senza se e senza ma dalla parte della Palestina. Cosa che per noi non può prescindere dal rifiutarsi di giocare contro Israele, e dal chiedere ufficialmente l'esclusione delle sue squadre da tutte le competizioni, come fu fatto con il Sudafrica dell'apartheid.
Giocare vorrebbe dire rendersi complice di un genocidio in diretta perché come detto normalizzerebbe apartheid e occupazione ma anche il genocidio stesso.
Chiediamo alla FIGC, ai club e ai calciatori di non voltarsi dall'altra parte. Di ricordare che il calcio nasce come gioco popolare, non come vetrina per chi massacra popoli. Il campo da gioco non può essere neutro quando fuori si muore.

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