Dalla Serie A alle piazze italiane, tifosi e curve chiedono pace per la Palestina, denunciano il genocidio a Gaza e invitano il calcio a schierarsi contro Israele.
E' arrivato il giorno di Italia Israele, è arrivato il giorno di una nuova, grande mobilitazione di piazza e di gente per chiedere la sospensione della nazionale israeliana dalle competizioni sportive e la presa di posizione della nostra nazionale, della nostra federazione, del nostro calcio.
Ma se è vero che il calcio è della gente, una tesi che qui su Il Catenaccio non abbiamo mai smesso di sostenere, allora è anche vero che il nostro calcio sta parlando, si sta schierando, sta lanciando grida di allarme per la Palestina, sta denunciando il genocidio in corso, sta chiedendo pace e solidarietà. E lo sta facendo con sempre maggiore convinzione.
Qualcosa è cambiato, infatti, negli ultimi dodici mesi di campionato, sugli spalti e fuori dagli stadi: sempre più tifoserie stanno prendendo posizione. Chi in maniera più timida, chi con maggiore forza. C'è chi porta avanti la battaglia da anni, chi invece alza la voce per la prima volta. Ci sono scelte dei singoli, intere curve, striscioni sugli spalti e per le vie. Iniziative, scatti, parole che vogliono dire molto. E che sono un segnale di cambiamento.
Qualcosa in realtà aveva iniziato a muoversi già due anni fa, alla nuova esplosione del conflitto in Palestina. Tra i primi a prendere posizione furono i tifosi del Lecce: "Chiamiamo le col loro nome: a Gaza è un massacro di inermi, nessuna giustificazione". Anche nella Curva Sud della Roma, all'altezza del muretto che fu dei Fedayn e che oggi è del Gruppo Quadraro, apparve uno striscione che guardava al conflitto in Medio Oriente: "Tutti i bambini del mondo sono come nostri figli e meritano le stesse cure ed attenzioni", e nella Curva Sud del Milan: "Fate silenzio quando i bambini dormono, non quando muoiono. Stop a tutte le guerre".
Sempre lo scorso anno, in più di un'occasione, dalla Curva del Pisa si alzarono cori e si srotolarono striscioni a sostegno della causa palestinese. Stessa cosa che avvenne nella Curva del Livorno, recentemente multata dalla Lega Calcio proprio per "cori ideologici", o allo stadio Liberati di Terni, con gli ultras della Ternana.
Tifosi per la Palestina: gli striscioni della Serie A
E il tema della repressione è ovviamente centrale in questo processo di presa di posizione e di consapevolezza delle curve italiane. Una repressione che ha sperimentato direttamente il giornalista Marco Rossano, perquisito e minacciato al Maradona di Napoli per aver indossato e mostrato una sciarpa della Palestina. Stesso stadio dove i tifosi del Napoli hanno scritto queste parole: "Fermate il baratro in cui state conducendo l'umanità... Basta guerre, basta atrocità".
Anche la Serie A, insomma, ha iniziato a farsi sentire. Nelle ultime settimane si registrano anche gli striscioni della gradinata del Genoa, "Basta censura. Basta indifferenza: stop genocidio in Palestina", e della Curva del Bologna, "Stop genocidio". Tifosi che chiamano le cose con il loro nome, "genocidio", e che riescono lì dove molti politici, opinionisti, uomini e donne delle istituzioni non vogliono arrivare. E lo fanno con la forza delle parole, dentro o fuori lo stadio, come lo striscione "Palestina Libera" appeso dai tifosi del Torino fuori dall'Olimpico.
Anche Roma e Lazio partecipano a questo cambiamento, sebbene in misura minore, senza iniziative di curva, ma con scelte singole oppure di piccoli gruppi, come quello di Lazio e Libertà, autore dello striscione "Adelante Flotilla" nei pressi del Colosseo. Dopo lo striscione dello scorso anno gli ultras della Roma non sono più tornati sul tema, ma nelle ultime settimane si sono registrati due striscioni con la scritta "Free Gaza", il primo contro il Torino in Curva Sud, il secondo in Curva Nord durante la partita di Europa League contro il Lille, e diverse bandiere della Palestina.
Un vento nuovo, diverso, per certi aspetti inedito, forse sempre più forte. Talmente forte da arrivare in Serie A e da soffiare anche nelle serie minori: dal Campobasso, in Serie C, alla Salernitana, in B, passando per Perugia, dove la curva ha preso posizione proprio contro la partita Italia Israele ("Nessuna partita con uno stato genocida"), e Reggio Calabria, con i tifosi della Reggina.
E poi, ancora, striscioni a sostegno della Global Sumud Flotilla sono comparsi a Empoli, nella curva del Cosenza e della Juve Stabia, a Fasano.
Come scriveva Luca Pisapia su Il Manifesto due anni fa "i tifosi sono tornati a far sentire la loro voce e sono tra i pochi a parlare di pace e di vittime. Questioni che sembrano interessare poco le maggioranze di governo e i media mainstream. Non è tanto questione di esporre le bandiere palestinesi, quelle si sono viste spesso negli stadi di tutto il mondo, ma di articolare nel linguaggio una forma di resistenza e di protesta. Ciò che colpisce nelle nuove generazioni che occupano i settori popolari degli stadi italiani è proprio la capacità di sviluppare un discorso altro e diverso".
E in due anni il discorso è andato avanti, si è allargato, si è fatto più deciso. E ci ricorda due cose importanti. La prima: non tutte le curve sono fatte di fascisti, di violenti e di razzisti. La seconda: c'è un calcio che ha preso posizione, che chiede a gran voce pace e libertà per il popolo palestinese. Un calcio che condanna il genocidio di cui è responsabile Israele. Quell'Israele che stasera scenderà in campo contro l'Italia, a Udine. Tra il silenzio, l'indifferenza e la complicità di un altro pezzo del nostro calcio.



















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