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Italia fuori dal Mondiale: per ripartire serve una rivoluzione del linguaggio

Dopo il fallimento contro la Bosnia, il racconto epico dei media si scontra con la realtà di un movimento in crisi profonda. 

Rifondazione, rivoluzione, anno zero. Di nuovo. L'Italia perde per la terza volta il treno Mondiale e tutti, da ieri mattina, sono d'accordo su un aspetto: serve un cambiamento. Bisogna cambiare i dirigenti (e intanto sono arrivate le dimissioni di Gravina). Bisogna cambiare l'allenatore e lo staff tecnico. Bisogna cambiare i giocatori. Bisogna, soprattutto, cambiare la cultura calcistica del Paese. Una cultura che traspare chiaramente proprio nelle parole del numero uno della FIGC: "Il calcio è uno sport professionistico, gli altri sono dilettantistici, facciamo rapporti su basi di equità. Gli altri sono sport di Stato, come quelli invernali: tolta Arianna Fontana, sono tutti dipendenti dello Stato". La cultura, la mentalità, il modo di pensare è plasmato dalle parole. E quelle che hanno raccontato la sfida tra Bosnia e Italia spiegano bene il grado di sopravvalutazione della Nazionale e allo stesso tempo di sottovalutazione delle sue iniquità, dei suoi problemi, delle sue fragilità. Sono parole che raccontano una realtà che ormai non esiste da anni.

Daniele Adani, commento tecnico per la telecronaca della Rai, descrive così la partita: "Non è un evento per deboli di spirito, è la partita più importante del decennio. Ci giochiamo se non tutto, tanto. E dobbiamo farlo, per una volta - e qui alza la voce, senza un motivo apparente - restando tutti uniti, con il contributo anche di chi ci segue da casa. Milioni di italiani, uniti con questa Nazionale, che deve cercare di fare un'impresa".

Un'impresa, così viene descritta la partita contro la Bosnia. L'ex calciatore si rende conto di aver usato un termine forte, fuori contesto, e allora prova a giustificarsi: "E non è un termine esagerato perché lo stadio è veramente un inferno, la Bosnia si riconosce con la sua gente, ha le sue qualità e noi dobbiamo tirare fuori tutte le nostre".

Per l'Italia, dunque, vincere contro la Bosnia sarebbe stata un'impresa. Per provare a rimanere oggettivi chiediamo aiuto ai numeri. Quelli del ranking FIFA, aggiornati al 1° aprile: l'Italia è dodicesima, con 1700.37 punti, davanti a Senegal, Messico, USA, Uruguay, dietro a Francia (prima con 1877.32 punti), Spagna, Argentina, Inghilterra, Portogallo, Brasile, Paesi Bassi, Marocco, Belgio, Germania e Croazia. La Bosnia, invece, è sessantacinquesima (coefficiente 1385.84) dietro Burkina Faso, Giordania, Albania. Un'impresa, contro una squadra il cui valore complessivo della rosa è di 127 milioni di euro secondo Transfermarkt (i più quotati Demirović, 22 milioni, dello Stoccarda e Alajbegović, del Lipsia Salisburgo ma di proprietà del Bayer Leverkusen, 15 milioni sempre secondo gli utenti del sito). La rosa dell'Italia, invece, supera gli 833 milioni di euro di valutazione. 

I toni con cui viene narrata la partita dell'Italia sono epici, altisonanti, eroici. Così lo stadio viene descritto come un luogo inaccessibile, impervio, impossibile. Alessandro Antinelli, nel prepartita, parla di un "piccolo stadio, ma una bolgia". Alberto Rimedio, in telecronaca, parla di "atmosfera bollente". Il giorno della partita anche il Corriere dello Sport aveva parlato in questi termini dello stadio bosniaco: sotto il titolo "O la va o la spacca", infatti, scriveva: "Tutto in gioco nell'inferno di Zenica". Stesso stile per la Gazzetta dello Sport che nella prima pagina, "Vale un mondo", parlava di "Stadio piccolo, tensione, freddo". Il Bilino Polje di Zenica ha una capienza di 15.600 posti, ridotta però del 20% da una sanzione della FIFA. Risultato: 9.500 spettatori, di cui 550 italiani. Per intenderci: la finale di ritorno di Coppa Italia di Serie C, tra Latina e Potenza, ha portato al Francioni 9.000 tifosi.

Le prime pagine dei quotidiani sportivi dopo Bosnia Italia
Qui invece i titoli il giorno della partita Bosnia Italia

Restiamo ancora sulle prime pagine dei giornali. Ieri mattina la Repubblica, la Gazzetta e il Corriere dello Sport uscivano con lo stesso titolo: "Tutti a casa". Si parlava di "incubo", di "fallimento". Tuttosport auspicava un "Via tutti", per il Corriere della Sera era "la maledizione dei Mondiali", per La Stampa un "disastro". Su queste parole è intervenuto Giuseppe Russo, saggista, giornalista e sociologo dello sport all'Università degli studi di Firenze, che su Vita.it parla proprio di un cambiamento radicale, che inizi dal linguaggio: "Dobbiamo disarmare il linguaggio, perché questo ha contribuito a un fallimento che ci dà la misura del livello a cui è sprofondata quella che un tempo era un'eccellenza culturale italiana".

Ripartire dalle parole, insomma: "L'eccesso di toni ci ha portato a sopravvalutare il movimento calcistico quando invece avremmo dovuto rimetterlo nelle sue corrette dimensioni tecniche, tattiche ed economiche. Per cambiare rotta serve partire dalle telecronache, dove ogni gesto minimamente elegante viene esaltato con termini fuori scala, oppure dove giocatori mediocri vengono indicati come nuovi fenomeni".

Le urla di Adani che accompagnano il gol di Kean, descritto come una "pennellata" da Rimedio, suonano sproporzionate rispetto a quello che realmente è stato: un gol su errore clamoroso, come giustamente viene descritto in telecronaca, del portiere della Bosnia: "Il merito di questo ragazzo che guarda il cielo, ma è Barella che va a riconquistare la palla, gliela mette giusta".

I toni epici, l'inno cantato a squarciagola e a occhi chiusi, le mani al cielo dopo il gol, tutto si sgretola dopo la lotteria dei rigori. Qui il tono, invece, si fa vittimistico, di autocommiserazione, di ricerca di alibi, di scusanti, di colpevoli che non sono mai tra i nostri. "Questa agonia è destinata a proseguire - conclude Rimedio - è un rammarico enorme per una Nazionale che ha giocato in dieci dal quarantaduesimo del primo tempo, che ha avuto cinque occasioni importanti, per portare a casa una qualificazione clamorosa, che ha sofferto un grave errore arbitrale, c'era l'espulsione di Muharemović ma Turpin non se n'è accorto. Resta una delusione enorme per una squadra che ha messo tutto in campo, ha giocato con un cuore enorme, ma non è bastato. Ora ci sono le lacrime degli azzurri e gli abbracci, tristi, di Rino Gattuso". Lo stesso Gattuso che a fine partita, come ha analizzato il nostro Giulio Giusti, parlava di giocatori "eroici".

Allora è proprio da qui che si deve ripartire: dal chiamare le cose con il loro nome. La prestazione dell'Italia è stata indecorosa, la gestione del calcio italiano è vergognosa (o da dilettanti, per usare un termine caro a Gravina), i giocatori sono giocatori normali nella migliore delle ipotesi (il più forte, ma con gravi lacune, è in porta) altrimenti semplicemente mediocri. Il modo di raccontare il calcio semplicemente sbagliato. Iniziamo da qui, allora. Dal raccontare e dal descrivere questo sport come quello che realmente è: un settore da rifondare. A cominciare dalle parole e dai toni che lo accompagnano. 

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