Il capitano dell'Athletic Bilbao attacca senza filtri la Supercoppa di Spagna in Arabia Saudita: parole forti, identità rivendicata e un calcio sempre più lontano dai tifosi.
Che belle le dichiarazioni non banali, che bello quando i calciatori dicono quello che pensano senza paura, senza timori, usando la testa oltre che i piedi. Che bello sentire parlare Inaki Williams. In un calcio spesso anestetizzato da frasi fatte e comunicati prudenti, le parole del capitano dell'Athletic Bilbao suonano come uno schiaffo improvviso. Diretto, ruvido, autentico. Inaki Williams non cerca consenso, non misura il linguaggio per piacere ai vertici del sistema. Dice semplicemente quello che pensa, anche quando sa che farà rumore.
Il tema è la Supercoppa di Spagna in Arabia Saudita, scelta che da anni divide tifosi e addetti ai lavori. Williams non usa giri di parole e lo chiarisce subito: "Alla fine l'ho già detto molte volte e su questi temi non mi mordo la lingua: per me giocare in Arabia è una me..a". Una frase netta, perentoria, che affronta il problema più evidente del calcio moderno: l'allontanamento progressivo dalla propria gente.
Per Inaki Williams la Supercoppa di Spagna in Arabia non è solo una questione logistica o sportiva, ma soprattutto culturale. Portare una competizione nazionale lontano dal Paese significa snaturarne l'essenza, rendere i tifosi un dettaglio secondario. "Non è facile, perché per i tifosi diventa complicato uno spostamento del genere. Di fatto, per come vanno le cose lì, sembra che giochiamo fuori casa. E se fosse qui, sappiamo tutti quanti sostenitori ci accompagnerebbero". È il cuore del discorso: il calcio è della gente, ma viene spostato dove la gente conta meno. E dove contano solo i soldi.
C'è poi anche un aspetto personale che rende questo viaggio ancora più pesante. Williams diventerà padre a breve e la partenza per Gedda arriva nel momento più delicato. "Lasciare mia moglie e mio figlio in questo momento è una sofferenza. Ma va bene così, sono cose del mestiere. Io sono a disposizione del club e cercherò di fare il meglio possibile in Supercoppa". Professionalità e senso del dovere, nonostante tutto. Ma anche un tema che è praticamente tabù: la paternità nel mondo del calcio. Perché nessuno pensa che oltre il calciatore possa esserci l'uomo, con le sue fragilità, le sue ansie, i suoi desideri. Nessuno pensa che un campione possa anche voler restare al fianco della sua famiglia, di sua moglie, di suo figlio. Merce di scambio, prodotto da mettere in vetrina, oggetto circense: ti nasce un figlio? E che problema c'è: sei pagato per giocare, mica per restare a casa.
Sul campo, l'Athletic Bilbao debutterà mercoledì 7 gennaio contro il Barcellona. In caso di vittoria, domenica 11 sfiderà una tra Real Madrid e Atlético. Williams non sminuisce il valore del trofeo: "Siamo tra le prime quattro, non siamo i favoriti e sappiamo che non sarà facile". Contro i blaugrana ha già lasciato il segno più volte, sette gol complessivi, compresi quelli nelle finali che hanno fatto la storia recente del club.
A fare da contrappeso alle parole del capitano sono arrivate quelle dell'allenatore Ernesto Valverde, più allineate alla linea istituzionale. Perché, insomma, quando un giocatore prova a dire quello che pensa è sempre piuttosto imbarazzante: "Indipendentemente dal fatto che il format ci piaccia o no, non sono sicuro che le sue parole siano state molto appropriate. Iñaki sta affrontando la nascita di suo figlio e che la partenza potrebbe turbarlo un po di più è chiaro ma dobbiamo stare attenti alle nostre parole. Andare in Arabia Saudita è prestigioso perché giocheremo per un titolo e il nostro club riceve denaro per andarci".
Ecco il punto finale, quello che chiude il cerchio. Il denaro, eccolo il grande signore del calcio. Belli i tifosi, per carità. Bella la passione, l'appartenenza, il legame, le radici. Ma non servono ai bilanci. O meglio: servono anche quelli ma in Arabia pagano di più.



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