Dai controlli sui social al divieto per interi Paesi: il Mondiale negli USA diventa un caso politico che mette in discussione l'idea stessa di evento globale.
C'è sempre stata un'idea romantica legata ai Mondiali: quella del viaggio. Il tifoso che attraversa un confine per una partita, una città, una notte irripetibile. Nel 2026, però, quel viaggio rischia di cominciare molto prima dell'aeroporto. Dentro un modulo online. E dentro una domanda che non riguarda solo chi sei, ma chi sei stato: cosa hai scritto, condiviso, commentato negli ultimi cinque anni. I Mondiali negli Stati Uniti rischiano di iniziare non allo stadio, ma in una stanza virtuale di sorveglianza. O meglio: rischiano di non iniziare mai, per alcuni.
A raccontarlo è il Guardian, che ha documentato la durissima reazione delle associazioni dei tifosi europei alla proposta statunitense di rendere obbligatoria la dichiarazione degli account social nella procedura ESTA, necessaria per entrare negli USA senza visto. Finora facoltativa, la misura coinvolgerebbe milioni di persone provenienti da 42 Paesi. Ronan Evain, direttore esecutivo di Football Supporters Europe, definisce la misura "profondamente inaccettabile": "La libertà di espressione e il diritto alla privacy sono diritti umani universali. Nessun tifoso di calcio rinuncia a questi diritti solo perché attraversa un confine. Questa politica introduce un'atmosfera agghiacciante di sorveglianza che contraddice direttamente lo spirito accogliente e aperto che la Coppa del Mondo dovrebbe incarnare e deve essere ritirata immediatamente".
L'iniziativa fa seguito a un ordine esecutivo di Donald Trump del gennaio 2025, che mira a "garantire che tutti gli stranieri che cercano di entrare negli Stati Uniti, o che si trovano già negli Stati Uniti, siano sottoposti a controlli e screening il più possibile". Un portavoce della US Customs and Border Protection ha cercato di smorzare i toni: "Nulla è cambiato su questo fronte per chi arriva negli Stati Uniti. Questa non è una regola definitiva, è semplicemente il primo passo per avviare una discussione su nuove opzioni politiche per garantire la sicurezza del popolo americano".
La situazione si complica ulteriormente con il nuovo travel ban, che esclude i tifosi provenienti da Senegal e Costa d'Avorio: cittadini che non potranno ottenere visto né per turismo né per motivi lavorativi. Il Senegal giocherà le prime due partite del Mondiale al MetLife Stadium, mentre la Costa d'Avorio affronterà Ecuador e Curaçao a Philadelphia. Come per il precedente divieto che includeva Iran e Haiti, gli atleti, lo staff tecnico e i dirigenti federali restano esclusi dalle limitazioni, ma i tifosi sono penalizzati.
Il Mondiale del 2026, sponsorizzato dalla FIFA di Gianni Infantino come evento globale e accogliente, osannato da Trump come l'evento del secolo, si sta sempre di più materializzando in quello che realmente è: un torneo per pochi, un torneo per ricchi, un torneo per potenti. Lo sa bene Stephen Clarke, allenatore della nazionale di calcio della Scozia: "Andare negli Stati Uniti è caro. Il mio desiderio è la gente non si indebiti. Se puoi andare, perfetto. Però se non puoi, non ti indebitare, non indebitare la tua famiglia".
In questo scenario, i Mondiali rischiano di cominciare molto prima del calcio d'inizio: nella politica dei controlli, nella sorveglianza digitale e nei divieti di viaggio, mettendo in discussione il concetto stesso di evento sportivo globale, festoso e inclusivo. Un evento che è l'anticamera di quello che rischia di diventare il calcio: uno sport per pochi, sempre più lontano dai suoi tifosi. Più lontano dal cuore ma vicino ai portafogli.



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