Il caso Christophe Gleizes: il giornalista di So Foot condannato a 7 anni in Algeria. Tra calcio, indipendentismo cabilo e crisi diplomatica, lo sport diventa l'ultima speranza di libertà.
In un pomeriggio di Ligue 1, i giocatori del Lens sono scesi in campo con un messaggio che andava oltre il calcio: "Gleizes Libero". Una maglietta, un grido silenzioso, il tentativo di accendere i riflettori su una vicenda che mescola sport, libertà di stampa e strategie diplomatiche tra Francia e Algeria. Christophe Gleizes, stimato giornalista di So Foot, si trova oggi rinchiuso in una cella algerina, condannato a sette anni di reclusione. L'accusa formale è quella di aver lavorato con un visto turistico e di aver avuto contatti con il MAK, un'organizzazione indipendentista della Cabilia considerata terroristica dal regime di Algeri. Ma la realtà racconta una storia diversa: Gleizes è diventato una preziosa moneta di scambio in una crisi internazionale senza esclusione di colpi.
Tutto ha inizio nel maggio del 2024, come ha spiegato su Ultimo Uomo Ayan Meer, docente di economia politica alla Queen Mary University of London. Christophe, appassionato cronista del calcio africano e sognatore cresciuto nel mito di Kapuściński, si reca in Algeria per approfondire la storia del JSK (Jeunnesse Sportive de Kabylie). Il club non è solo la squadra più titolata del Paese, ma un vero baluardo dell'identità berbera, una sorta di Athletic Bilbao del Nordafrica. Gleizes voleva scriverne un libro, indagando anche sulla misteriosa morte del giocatore Albert Ebossé, avvenuta dieci anni prima. Tuttavia, le sue interviste a esponenti della cultura cabila sono state trasformate in prove di sostegno al terrorismo da una magistratura influenzata dalle fortissime tensioni politiche interne.
La situazione è precipitata quando la diplomazia tra Parigi e Algeri è andata in frantumi. Il riconoscimento francese della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale ha trasformato Gleizes nel bersaglio perfetto per una ritorsione simbolica. Nonostante la mobilitazione di testate come Le Monde e la presenza silenziosa di emissari della FIFA in aula, la corte d'appello di Tizi Ouzou ha confermato la massima durezza.
Ora, come suggerito dal fratello Maxime, la "magia del calcio" resta l'unica via d'uscita. La speranza è che la pressione mediatica dei grandi club, dal PSG al Lens, e l'eventuale presa di posizione di icone come Zidane o Mbappé — entrambi legati alle radici cabile — possano spingere il presidente algerino verso una grazia. In questo stallo, anche l'Italia potrebbe giocare un ruolo chiave come mediatore, visti i rapporti economici sereni con il governo Tebboune. Christophe Gleizes non è un terrorista, è un uomo che ha commesso l'unico "errore" di voler raccontare come il calcio possa essere, ancora oggi, il cuore pulsante dell'identità di un popolo. Restituirgli la libertà significa difendere il diritto di ogni giornalista di essere testimone della realtà, anche quando questa scomoda il potere.



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