Dalle piazze al campo: come i giovani stanno rivoluzionando lo sport chiedendo rispetto, empatia e benessere prima del risultato
Tra le tante immagini delle manifestazioni in sostegno alla Palestina e per la pace, ce n'è una che merita di essere raccontata ancora una volta. È un'immagine ricorrente: piazze gremite di bandiere, strade piene di giovani. Universitari, liceali, studenti, giovani lavoratori, spesso giovanissimi. Per molti di loro è stata la prima volta in piazza, la prima manifestazione per chiedere a gran voce qualcosa. Che sia la pace o un diritto, giustizia o un mondo migliore.
E se per il mondo la strada è ancora lunga, qualcosa si sta muovendo in un altro spazio: quello dello sport. Lo avevano ricordato già Julio Velasco, commissario tecnico della Nazionale femminile di pallavolo campione del mondo, e Sergio Mattarella che – non a caso – lo aveva citato: "Ero a Napoli per l'inaugurazione dell'anno scolastico ed è intervenuto anche Julio Velasco. L'ho applaudito con molto calore e convinzione quando si è scagliato contro la mia generazione, o anche quella successiva, che critica sempre i giovani: sono perfettamente d'accordo, nel nostro Paese sta crescendo e sta venendo su una generazione di giovani eccezionale". Una generazione che sta cambiando lo sport e, in qualche modo, anche il calcio.
Un segnale di questo cambiamento arriva dalle parole di Alessandro Bastoni, difensore dell'Inter e della Nazionale italiana: "Un po' di nonnismo con Pio Esposito? No, l'epoca del nonnismo è passata. Ora bisogna essere più sensibili con i giovani. Per un ragazzo non è facile restare con i piedi per terra, perché i giornali parlano di te, le tv parlano di te, i social parlano di te… Bisogna capirli e aiutarli, è compito nostro, dei giocatori più anziani".
Parole commentate da Emiliano Tomasini su Domani con il parere della dottoressa Liliana Grammaldo, neuropsicologa presso l'I.R.R.C.S. Neuromed di Pozzilli: "Il calcio, come ogni microcosmo sociale, riflette dinamiche universali. Il superamento del 'nonnismo' nello spogliatoio è un segnale che parla anche al mondo del lavoro, alla scuola e alle relazioni personali. Le persone rendono di più quando si sentono valorizzate, non umiliate; quando hanno voce, non solo ordini da eseguire".
È un segnale che parte dai giovani, che provano a smontare un ambiente tradizionalmente e fortemente machista come – purtroppo – è il calcio, dove a vincere e a comandare sono "gli uomini duri" e non le "femminucce". Ma il cambiamento che stanno portando le nuove generazioni è proprio qui: smontare stereotipi, portare a galla i problemi, lavorare sull'empatia, proporre nuovi modelli basati sul rispetto, sull'empatia e, perché no, sulla sensibilità. Mettere al primo posto il proprio benessere.
Sono loro, infatti, ad aver ridato spazio e importanza, dentro e fuori lo sport, al tema della salute mentale. Sono loro ad aver iniziato a normalizzare il discorso, a smontare il tabù e soprattutto a chiedere investimenti e azioni concrete. Non stupisce, allora, la decisione del Crystal Palace di lanciare il primo centro di supporto per i giovani calciatori che hanno lasciato l'accademia. Il programma prevede interventi triennali per aiutare adolescenti e giovani adulti che non sono riusciti a sfondare nel mondo dorato del calcio. Si lavora su depressione e ansia, si offre supporto emotivo, orientamento lavorativo, workshop con psicologi e career coach, oltre a corsi sulla gestione dello stress e sulla pianificazione finanziaria.
Questi giovani chiedono qualcosa di rivoluzionario: chiedono di stare bene. E lo fanno per loro, ma anche per il resto della società. Lo sanno bene in Marocco, dove i ragazzi e le ragazze del gruppo GenZ 212 hanno portato migliaia di persone in piazza per protestare contro la corruzione, la mancanza di investimenti in sanità e istruzione e soprattutto contro la priorità data agli stadi e alle infrastrutture del Mondiale 2030. Ne aveva scritto Bernardo Mancini nella sua newsletter Panenka: : "Ciò che accade in Marocco oggi è lo specchio di una tensione globale tra spettacolo e sostanza, tra immagine e realtà, tra grandi eventi e bisogni essenziali".
"We want hospitals, not stadiums", si leggeva negli striscioni. E in una foto un ragazzo teneva un cartello: "Almeno lo stadio della Fifa avrà un kit di primo soccorso".
Non hanno paura di chiedere, di protestare, di far sentire la propria voce. Non hanno paura di cambiare le cose. E qualcosa lo stanno cambiando davvero. Se un calcio migliore è possibile, lo si deve soprattutto a loro: ai giovani. Tifosi e tifose, calciatori e calciatrici, o semplici appassionati che provano a cambiare le cose. E forse è il caso di ascoltarli.







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